[civiltà precolombiane] Gli Aztechi

 

Gli Aztechi, che in realtà si chiamavano Tenocha, cioè "discendenti da tribù del nord", furono l’ultimo gruppo nomade di lingua nahuatl che, spinti dalla fame di terre coltivabili, nel 1325 penetrò nella grande valle del Messico e si stabilì su alcuni isolotti pantanosi del lago Texcoco, non trovando altre terre dove insediarsi.
La lingua nahuatl, non era stata da loro inventata, né perfezionata, in quanto già usata da altre tribù fra cui i Toltechi. Il nahuatl è una lingua viva, chiara e armoniosa. Migliaia di persone ancora la parlano: viene usata nei libri e nelle conversazioni da molti autorevoli studiosi messicani. E’ un linguaggio pittoresco che, come la scrittura ideografica azteca, ha subito varie influenze ed è capace di esprimere sentimenti profondi e poetici.
Gli Aztechi diventarono i signori assoluti del Messico, non con una conquista improvvisa né con una sensazionale impresa militare, bensì grazie al fatto che per generazioni non avevano fatto altro che rafforzare la loro posizione in un ambiente politico in continuo mutamento.
L’esercito era composto da piccole unità di venti uomini che si univano per comporre corpi maggiori di quattrocento uomini, agli ordini di un capo. I vari capi erano i famosi guerrieri Aquila e guerrieri Giaguaro che simboleggiavano il Cielo (l’aquila) e la Terra (il giaguaro).

Nella società azteca, nella quale la religione era il fattore dominante, esisteva una potente organizzazione sacerdotale che esercitava un’enorme influenza sulla vita quotidiana di questo popolo e aveva ruoli importanti anche nelle funzioni amministrative. Le famiglie, sia dei nobili che dei plebei, dedicavano i loro figli al sacerdozio prima che compissero dieci anni e vi potevano accedere anche le femmine.
I plebei, pagando i tributi sostenevano la ricchezza dei nobili. Il plebeo era membro di un clan e faceva parte di una comunità rurale: era contadino ma anche guerriero. Come quasi tutti i messicani era piccolo e tozzo, ma instancabile nel lavoro essendo fin da bambino abituato a marciare per molte ore, a portare grossi carichi e a subire punizioni corporali severissime per ogni mancanza. Le donne erano più piccole ma ugualmente abituate alla fatica e ad una vita di stenti. Si dedicavano soprattutto alla tessitura: raccoglievano le fibre, le preparavano, le tingevano ed infine le tessevano.
Era la comunità e non l’individuo a possedere la terra. Ogni uomo sposato, appartenente ad un clan (calpulli), riceveva un appezzamento di terreno ed aveva diritti non sulla terra, ma sui suoi prodotti. Quando non si comportava bene o moriva senza prole, il campo tornava a disposizione della comunità. Quando un clan possedeva pochi terreni, i suoi membri creavano dei giardini galleggianti, cioè cesti di giunco riempiti di terra e ancorati al fondo del lago, sui quali coltivare i loro prodotti. Grazie a questo elaborato sistema un clan era in grado di aumentare la produzione e ampliare le sue proprietà.
L’azteco, come tutti i contadini, si alzava all’alba, si recava al bagno di vapore ed era pronto per la colazione a base di pane di granoturco non lievitato, piatto come una frittella e cotto in una teglia di terracotta (tortillas). Le tortillas sono un cibo talmente antico che gli utensili usati per tale preparazione sono tra gli utensili archeologici più remoti. Con il granoturco si facevano anche i tomales, farinate condite con miele e pepe. Altri alimenti erano i fagioli, il pesce e rare volte la carne di tacchino o di coniglio: ma era il mais, per il suo alto valore energetico, il principale nutrimento.

Nessun’altra civiltà si è fondata sulla sola coltura di questa pianta come quella azteca. Tutti i diciotto mesi del calendario azteco (nella foto a fianco) prevedevano cerimonie e danze legate alla coltivazione e al raccolto del granoturco, perché era ritenuto la "divina pianta" che garantiva l’eterno rinnovarsi della vita e dello stesso ordine cosmico.
Quando la siccità perdurava, si facevano sacrifici a Tlaloc, Dio della pioggia, che garantiva la vita agricola, base della loro economia.
Le guerre di conquista erano fatte per procurarsi sia nuovi tributi, che guerrieri da offrire a Tlaloc per convincerlo ad elargire il dono della pioggia. Poiché la benevolenza del dio poteva essere ottenuta solo con l’offerta di cuori umani, era necessario catturare in battaglia molti prigionieri per nutrire gli dei con il loro sangue.

Gli Aztechi erano profondamente religiosi e il culto del sole era parte essenziale della loro religione. Il Dio sole era un guerriero perennemente giovane che lottava con le altre divinità per la sopravvivenza dell’uomo e doveva essere nutrito con l’essenza stessa della vita: cioè con sangue e cuori umani.
Quetzal-coatl o "serpente piumato" era un’altra divinità molto amata dagli Aztechi. Era il dio dei venti e insieme il simbolo del ciclico risorgere della vita dalla morte. Il serpente rappresenta l’acqua che fluisce e crea la vita. In lingua nahuatl "quetzal" significa anche verde prezioso, come il verde della primavera, la stagione in cui sembra ripetersi il miracolo della creazione. Gli Aztechi, popolo di agricoltori riconducevano a questa divinità l’origine della loro civiltà.
Fu così che l’imperatore Montezuma accolse nel migliore dei modi l’uomo bianco e barbuto venuto dal mare, perché aveva visto in lui Quetzal-coatl che ritornava dopo un lungo esilio nell’Atlantico. Era però il conquistatore Hernànd Cortés! Egli distrusse i loro dei e la loro città. Per gli indios la vita non ebbe più alcun significato: "lasciateci dunque morire, i nostri dei sono morti".

Il carattere drammatico degli Aztechi si è riflesso anche sulla loro arte cupa e potente. Erano di umili origini nomadi, ma si adattarono subito al lusso, ricercando per il loro quotidiano gli oggetti più raffinati. Fecero arrivare, per rendere magnifica la loro città Tenochtitlàn (nella foto a fianco), i più abili artigiani e i materiali più preziosi. Tenochtitlàn, che in lingua nahuatl significa "luogo del frutto del cactus napal che cresce sulla grande pietra", fu la metropoli più sontuosa che gli indigeni d’America avessero mai costruito. Gli spagnoli venuti a conquistarla, rimasero muti davanti a tanto splendore.
La città sorgeva su due isolotti, a cinque chilometri di distanza dal lago Texcoco. Era una metropoli con un enorme centro cerimoniale, politico ed amministrativo, che innalzava al cielo le terrazze fiorite dei suoi bianchi palazzi e le maestose piramidi, sulle cui piattaforme sorgevano i templi dedicati ai loro numerosi dei. Sugli altari di questi templi venivano compiti molto spesso sacrifici umani.
Tre strade rialzate collegavano questa Venezia americana con calli e campi, alla terraferma: era attraversata da numerosi canali che formavano una rete geometrica racchiudente case, giardini e piazze. Al centro della parte monumentale si trovava il "Tempio Mayor", con due santuari sulla sommità dedicati agli dei della guerra e della pioggia. Era una piramide a gradini, alta circa 46 metri con due ripide scale sul davanti. Sul lato occidentale della piazza sorgevano le case degli alti funzionari, di fronte il palazzo imperiale di Montezuma.
Tenochtitlàn era una capitale cosmopolita visitata ogni anno da migliaia di persone: delegazioni di capi stranieri, commercianti, pellegrini, visitatori occasionali e, forse, persino turisti. La costruzione di questa splendida città fu un’impresa prodigiosa e ben coordinata che solo un popolo altamente organizzato, con un forte senso del dovere e una cronica mancanza di terreno agricolo, poteva intraprendere.

 

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