Salvatore Quasimodo

    ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.



    



    

    (Commento di Alice Chierici e Silvia Storchi)

Anche in questa poesia, come nella maggior parte delle liriche della seconda produzione, possiamo trovare una certa musicalità, in particolare nell'ultimo verso.
L'autore utilizza molte figure retoriche, in particolare metafore: "triste vento", "al lamento d'agnello dei fanciulli" e "piede straniero". Quest'ultima, che può essere pensata anche come metonimia, ha un preciso riferimento storico, l'attacco tedesco e la sua avanzata nell'Italia centro-settentrionale, l'8 Settembre 1943.
Il piede rappresenta la dominazione straniera (tedesca) che schiaccia il cuore delle vittime innocenti.
L'agnello, di cui si parla nella seconda metafora, ricorda l'agnello, vittima sacrificale, di cui si parla nella Bibbia. Con questa figura retorica l'autore ha voluto spiegare che il pianto dei bambini è innocente come la figura sacra dell'agnello.
L'ultima metafora "triste vento" è simbolo del dolore e del male.
Il poeta, inoltre, utilizza una sinestesia molto significativa: "urlo nero"; con questa l'autore esprime l'urlo disperato ed angoscioso della madre, nero perchè è già impregnato dell'oscurità della morte.
In questa lirica Quasimodo utilizza uno stile epico-corale; epico perchè celebrativo, corale perchè riguarda pił persone. Il poeta vuole essere la voce del popolo italiano che soffre e che non può più cantare, sotto la dominazione tedesca, invocando così nel lettore sentimenti di fratellanza e comunione.
Questa poesia fa parte della seconda produzione, quando Quasimodo concepisce in modo più serio l'impegno civile. In quest'ultima produzione egli rivolge l'attenzione all'umanità colpita dalla guerra e dalla sofferenza.
In questa poesia l'autore volutamente ricorda l'esilio in Babilonia del popolo ebraico, ripetendo quasi fedelmente nel primo e nell'ultimo verso della lirica due passaggi del salmo 136. In tale salmo il profeta ebraico afferma l'impossibilità di cantare a causa dell'esilio del suo popolo in Babilonia: per questo le cetre, usuale accompagnamento musicale, dovranno essere appese alle fronde dei salici.
Allo stesso modo Quasimodo afferma l'impossibilità a "cantare" dei poeti italiani, a causa dell'invasione straniera.
Particolarmente significativa è la parola "crocifisso": l'autore vuole rievocare nell'animo del lettore Cristo morto in croce per la salvezza degli uomini.