SCELTA DI POESIE

DI

GIACOMO LEOPARDI

A CURA DI ANDREA

Palazzo Leopardi, Recanati

La facciata dell’edificio settecentesco di Recanati in cui, il 29 giugno 1798, nacque Giacomo Leopardi. Visitato da studiosi e turisti, il palazzo conserva manoscritti, prime edizioni e oggetti appartenuti al poeta, nonché la biblioteca di famiglia, che conta un patrimonio di più di 20.000 volumi.

Presentazione



L'idea di questa raccolta è nata per caso analizzando una poesia di Giacomo Leopardi, secondo il programma di terza media da portare agli esami.
Quando ho iniziato il lavoro ho creato un documento Word perché desideravo che la poesia fosse scritta usando colori particolari e magari anche caratteri diversi. Poi parlandone con il mio educatore Sandro e con la prof.ssa Ada abbiamo deciso di costruire un vero e proprio opuscolo illustrato ed è nato "SCELTA DI POESIE DI GIACOMO LEOPARDI, A CURA DI ANDREA".

Per me è stato un lavoro particolarmente interessante non solo perché ho potuto inserire colori e immagini, ma anche perché ho letto le varie poesie con attenzione alla ricerca del significato e dei temi per trovare poi le immagini giuste che li potessero esprimere.

Questo modo di "fare italiano" mi è molto piaciuto perché attraverso l'uso del computer mi sono, in realtà, avvicinato al mondo dei sentimenti espressi da Leopardi come forse non avrei fatto se avessi semplicemente letto le poesie dalla mia antologia.

Andrea

Brevi notizie biografiche

Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798. D’ingegno precocissimo, incompreso dai familiari, si acquistò una prodigiosa cultura con studi intensissimi (lo "studio matto e disperatissimo") che gli rovinarono la salute. Del 1819 è un fallito tentativo di fuga da Recanati (il "natio borgo selvaggio"), cui segue la dolorosa scoperta della "vanità di tutte le cose, il solido nulla". Dal 1822 al 1827 Leopardi fu a Roma, a Milano, a Bologna, a Firenze, a Pisa. Ma nel 1828, rimasto privo di mezzi, dovette tornare a Recanati. Nel 1830, una sottoscrizione fra alcuni amici toscani consentì a Leopardi di allontanarsi definitivamente da Recanati. A Firenze strinse amicizia con Antonio Ranieri e visse un amore infelice per Fanny Targioni Tozzetti. Negli ultimi anni abitò a Napoli con il Ranieri. Morì nel 1837durante un’epidemia di colera e fu sepolto a Mergellina, presso la tomba di Virgilio. La poesia leopardiana, dal pessimismo individuale dei ’piccoli idilli’ (composti fra il 1819 e il 1821, L’infinito, Alla luna, La sera del dì di festa), attraverso la meditazione delle Operette morali (1827), che attribuisce a quel pessimismo una dimensione universale, raggiunge la sua più pura e musicale espressione nei ’grandi idilli’ (composti fra il 1828 e il 1830; Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio), per concludersi nelle composizioni dell’ultimo periodo: nel canto La ginestra (1836) i sentimenti individuali si trasferiscono dal piano individuale a quello universale, come necessità per tutti gli uomini di accettare il destino comune di dolore.

Tra tutte le opere scritte da Giacomo Leopardi ho scelto di inserire in questa raccolta quelle che mi sono sembrate più piacevoli e più vicine alla mia sensibilità.

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

IL SABATO DEL VILLAGGIO

L’INFINITO

ALLA LUNA

LA SERA DEL DI' DI FESTA

IL PASSERO SOLITARIO

Di ogni poesia ho indicato i temi principali espressi dal poeta ed ho un piccolo commento personale con le mie impressioni su ogni singola lirica.

LEOPARDI E RECANATI

La collocazione del proprio lavoro all’interno del limitato spazio di Recanati, lontana provincia dello Stato Pontificio, condizionò decisamente la direzione degli studi leopardiani, che si concentrarono fino dall’età giovanile sopra uno studio del mondo classico.

Senz’altro la stagione dell’adolescenza ha riservato a Leopardi un periodo di straordinaria concentrazione e applicazione: ma la città, che più tardi il poeta avrebbe definito "natio borgo selvaggio", non bastava da sola a colmare le ambizioni che si chiedevano al lavoro del letterato.

Egli considerò l’isolamento di Recanati e i rapporti familiari come un impedimento alle sue aspirazioni letterarie.

Verso Recanati, Leopardi manifestò sempre un atteggiamento fatto di odio e amore, maturato attraverso esperienze diverse, non ultimo il rapporto epistolare con l’amico Pietro Giordani al quale scriveva in una lettera dell'Aprile del 1817:"unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia", in una lettera dell’aprile 1817 al Giordani. Recanati è soprattutto la città della formazione; la vera, più autentica geografia personale di Leopardi, è costituita paradossalmente dalla biblioteca, una sorta di giardino d’infanzia dove il giovane scrittore si preparava a compiere il passo forse più originale della vicenda letteraria del primo Ottocento. Ma la città degli studi e dell’infanzia assume sfumature quasi mitologiche quando Leopardi si trova lontano da Recanati: lo conferma il fatto che quasi tutta la produzione letteraria viene composta nella sua biblioteca, a testimonianza che neppure le cosiddette città letterarie (Milano, Roma, Firenze) seppero ispirargli momenti di freschezza creativa.

L’esperienza leopardiana matura progressivamente attraverso almeno un decennio di studi (1810-1820), condotto in maniera autonoma e senza l’apporto di precettori tra i volumi dell’immensa biblioteca di famiglia. Leopardi riceve in questo periodo anche una formazione religiosa rigidamente cattolica, influenzata dal rigore del padre Monaldo. Tuttavia il distacco da questo tipo di comportamento non si farà attendere a lungo: nel corso dei suoi studi Leopardi entra decisamente in contatto con i testi dell’Illuminismo francese, riadattati alla luce delle profonde conoscenze della cultura filosofica classica. Così nella formazione del giovane entrano a far parte Rousseau e Epitteto, Holbach e Luciano di Samòsata, Voltaire e Lucrezio.
 
 

IL SABATO DEL VILLAGGIO

                                                                La donzelletta vien dalla campagna,

In sul calar del sole,

Col suo fascio dell’erba; e reca in mano

Un mazzolin di rose e di viole,

                                        Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta

Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella

Incontro là dove si perde il giorno;

E novellando vien del suo buon tempo,

Quando ai dì della festa ella si ornava,

Ed ancor sana e snella

Solea danzar la sera intra di quei

Ch’ebbe compagni dell’età più bella.

Già tutta l’aria imbruna,

Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

Giù da’ colli e da’ tetti,

Al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore:

E intanto riede alla sua parca mensa,

Fischiando, il zappatore,

E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

E tutto l’altro,

Odi il martel picchiare, odi la sega

Del legnaiuol, che veglia

Nella chiusa bottega alla lucerna,

E s’affretta, e s’adopra

Di Fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia:

Diman tristezza e noia

Recheran l’ore, ed al travaglio usato

Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

Cotesta età fiorita

E’ come un giorno d’allegrezza pieno,

Giorno chiaro, sereno,

Che percorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio: stato soave,

Stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vò; ma la tua festa

Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

( Giacomo Leopardi, Canti, 1829 )

Sintesi:

Il tema centrale della lirica che proponiamo qui è l’attesa: la sera del sabato, tutto il borgo si anima per l’imminenza del giorno festivo, ma è proprio il sabato il giorno più bello, perché, l’indomani, le ore della festa si riveleranno tristi e noiose.

Così è la vita dell’uomo: può esserci felicità soloNella fanciullezza, l’età dell’attesa e delle speranze; l’età matura,invece, non porterà altro che dolore e delusione.
 
 

Commento personale:

Questa poesia l'ho trovata abbastanza interessante perché parla di quanto è piacevole aspettare il giorno di festa e immaginarsi per quel giorno grandi divertimenti.

Anch’io ho le stesse sensazioni del poeta e preferisco il sabato alla domenica perché spesso succede che tutte le aspettative vengono deluse e le sensazioni sono quelle della noia o addirittura quelle della tristezza.
 
 

L’INFINITO


 
 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovraumani

silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensiero mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: E mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

( Giacomo Leopardi, 1819 )


Sintesi:

In questo poema Giacomo Leopardi ci parla di un colle e di una siepe che gli impediscono di vedere l'orizzonte, ma allo stesso tempo gli sono cari perché li vede da sempre e anche perché favoriscono il suo fantasticare sull’Infinito che si può trovare oltre loro.
 

Commento personale:

Questa poesia mi è piaciuta perché è corta ma soprattutto perché parla di immaginazione, un argomento che mi interessa particolarmente perché anch’io spesso mi trovo a fantasticare su cose mai viste.
 

ANALISI DE "L'INFINITO"



Oggetto di numerose indagini critiche, L’infinito è oggi uno dei testi maggiormente studiati tra quelli leopardiani.

Nell’Infinito la scrittura lirica si pone in rapporto diretto con lo spazio fisico, sia reale (la siepe) che immaginato (gli interminati spazi.

In apparenza la poesia muove da una visione campestre, ma aspira a una visione interiore, quindi a uno spostamento della sensazione fisica nell’idea soltanto immaginata della vastità: "La sola vastità desta nell’anima un senso di piacere, da qualunque sensazione ella provenga, e per mezzo di qualunque de’ cinque sensi", così Leopardi spiega nello Zibaldone, ([2053], 5 novembre 1821) il motivo spaziale che è alla base della composizione della poesia.

Un fatto inconsueto in Leopardi è dato dalla mancanza assoluta di ogni riferimento all’occasione della poesia: L’infinito è dunque un testo dell’indistinto geografico e cronologico. Si può presumere che la redazione sia avvenuta anche in conseguenza di una concreta esperienza contemplativa nei pressi del giardino circostante il palazzo di Recanati. Anche l’ambientazione è del tutto essenziale, povera di riferimenti e tratteggiata in maniera sommaria e sbrigativa: il disegno del paesaggio non è quindi indispensabile a ricreare la situazione emotiva. Quando Leopardi immaginò l’atmosfera dell’Infinito ebbe bisogno di circondarsi di un luogo chiuso che privasse la vista di uno sguardo certo sul mondo e la natura: questa cesura è la siepe, ed essa funziona come da cui muovere attraverso l’immaginazione. Da questo punto di vista la poesia risulta una proiezione, un vero e proprio viaggio mentale nello spazio e nel tempo.

Il desiderio della vaghezza e dell’indefinito spinge il poeta a ricordare e a costruire nella mente una situazione di naufragio dei sensi, di abbandono e di fuga davanti alla realtà dolorosa e reale: per questo L’infinito è anche un testo avvolgente.

La soluzione finale di questa vicenda estatica è il naufragio inteso nel senso di una ricerca-raggiungimento momentaneo della felicità.

Ma il naufragio anche come metafora di una fuga ideale dal presente, dalla propria condizione, unica via d’uscita da una condizione di sofferenza.

Dalla storia della letteratura italiana ( riduzione e rielaborazione ).

ALLA LUNA
 

O graziosa luna, io mi rammento

che, or volge l’anno, sovra questo colle

io venia pien d’angoscia a rimirarti:

e tu pendevi allor su quella selva

siccome or fai, che tutta la rischiai.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

che mi sorgea sul ciglio, alla mie luci

il tuo volto apparia, ché travagliosa

era mia vita: ed è, né cangia stile,

o mia diletta luna. E pur mi giova

la ricordanza, e il noverar l’etate

del mio dolore. Oh come grato occorre

nel tempo giovanil, quando ancor lungo

la speme e breve ha la memoria il corso,

il rimembrar delle passate cose,

ancor che triste, e che l’affanno duri!

( Giacomo Leopardi, Idilli 1819 )

Sintesi:

Il poeta racconta alla luna che l’anno prima veniva sopra il colle pieno di angoscia a rimirarla e come allora il suo stato d’animo è rimasto lo stesso, però mostra di essere grato al ricordo dei tempi passati perché, seppur doloroso, può essere utile per il futuro.

Commento personale:

Questa poesia mi è piaciuta perché è breve, però ha un difetto: è troppo triste in quanto il poeta ha raccontato le sue angosce alla luna.
 
 



LA SERA DEL DI’ DI FESTA
 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, ché t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio,

e l’antica natura onnipossente,

che mi fece all’affanno. – A te la speme

nego, mi disse, anche la speme,; e d’altro

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. –

Questo dì fu solenne; or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

quanto a viver mi resti, e qui per terra

mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

in così verde etate! Ahi, per la via

odo non lunghe il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi e il fragorìo

che n’andò per la terra e l’oceàno?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s’aspetta

bramosamente il dì festivo, or poscia

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

premea le piume; ed alla tarda notte

un canto che s’udia per li sentieri

lontanando morire a poco a poco

già similmente mi stringeva il core.

( Giacomo Leopardi,Idilli,1820 )



Sintesi:

Tre sono i temi di questo Idillio:

  1. L’incanto di un paesaggio lunare, che sembra esprimere il desiderio di una intima

  2.  

     
     
     
     
     
     
     

    comunione con la natura, con la divina bellezza del mondo;

  3. Il senso tormentoso dell’esclusione, dell’amore negato;
  4. Un canto che si perde nella notte e diviene simbolo dello svanire irrevocabile della nostra vita nel nulla.

Commento personale:

Poesia triste che manifesta un pessimismo del poeta che io non condivido in quanto ritengo la vita, per quanto difficile e dolorosa, sempre piena di momenti gioiosi che ti ricambiano di ogni sofferenza.
 
 

IL PASSERO SOLITARIO
 
 
 
 
 

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non more il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell’aria, e per li campi esulta,

Sì ch’a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri,

Non compagni, non voli,

Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,

Sospiro acerbo de’ provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch’omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tornar di ferree canne,

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo sì dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai, che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all’altrui core,

E lor fia voto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,

Che parrà di tal voglia?

Che di quest’ anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

( Giacomo Leopardi, Canti ,1829 )



Sintesi:

Come il passero solitario, che vola e canta tutto solo, lontano dagli altri uccelli,

anche il giovane poeta vive appartato e chiuso in se stesso, evitando la compagnia dei suoi coetanei. Così egli lascia passare i suoi anni migliori, in un malinconico isolamento. E se il passero, arrivato alla fine della sua vita, non avrà da pentirsi di una solitudine che era nella sua natura, il poeta sa invece che rimpiangerà amaramente le gioie che ha perduto.
 
 

Commento:

Questa poesia mi è abbastanza piaciuta perché, pur essendo triste, parla della vita di un passero paragonata a quella di un poeta.