Il mosaico romano in Africa

L'arte musiva nella provincia romana d'Africa si sviluppò durante il III e IV secolo d.C., e si protrasse in alcune zone fino al VI secolo. La tecnica musiva si differenzia da regione a regione: in Tripolitania prevalgono i modelli ellenistici, data la sua collocazione geografica; nelle altre regioni , invece, assunse nel corso del tempo caratteri particolari, tanto dal punto di vista stilistico, quanto da quello tematico. Qui il mosaico africano , fino al IV secolo , rimase aderente al modello diffuso nei centri del Mediterraneo centrale ove era in uso di imitare in mosaico quadretti dipinti (Emblemata), che erano poi inseriti, come raffigurazioni a sé stanti, entro tappeti musivi con motivi geometrici, organizzati in un complesso ornamentale. Ciò si verificò anche nell'ambito del mosaico africano, almeno fino al III secolo; prevalsero, tuttavia, in Africa le "composizioni unitarie", che occupavano, in pratica, con un'unica scena tutta l'area pavimentale. Questa particolare tecnica figurativa obbligava le maestranze a creare il cartone sul posto, tenendo conto delle misure dell'ambiente da decorare e della sua funzione, favorendo quindi lo sviluppo di un'arte musiva autonoma rispetto alla pittura. Si può tuttavia parlare di "mosaico africano originale" soltanto per opere databili nel periodo tra il III e IV secolo; quelle precedenti risentono, infatti, degli influssi ellenistici, quelle posteriori di quelli bizantini.


                                                       I temi  

Dal punto di vista tematico, abbiamo di solito raffigurazioni strettamente legate alla struttura economica e sociale della regione africana, basata su grandi latifondi di proprietà privata o imperiale. Chiari riferimenti all'ambiente sono però rintracciabili anche nelle rappresentazioni di lavori agricoli, cacce o anche allevamenti di cavalli, ritratti con molta precisione e ciascuno caratterizzato dal proprio nome, che era riportato accanto all'immagine. Non troppo rari sono anche mosaici a tema mitologico, solitamente raffiguranti cortei di divinità marine, in particolare Venere e Anfitrite; quest'uso deriva dal fatto che i centri dell'Africa costiera vivevano effettivamente del mare e dei suoi prodotti, grazie alla pesca e al commercio.

Le quattro stagioni del Museo del Bardo

Nell'arte musiva pavimentale, molto frequente fu, lungo tutto il periodo in cui tale arte si sviluppò, la rappresentazione di ville. Si può considerare come esempio un mosaico proveniente da Cartagine e oggi conservato a Tunisi al Museo del Bardo. In esso è appunto rappresentata, al centro, una villa signorile; attorno ad essa una tematica frequente nei mosaici pavimentali, le quattro stagioni, qui rappresentata attraverso le attività che in esse si svolgevano alla villa: in alto a sinistra, la signora ha in dono olive e animali da cortile, a rappresentare l'inverno; in alto a destra, invece, due pastori custodiscono un gregge: è l'estate; in basso a sinistra di nuovo la padrona riceve doni, questa volta fiori e pesce fresco, ad indicare la primavera; infine, in basso a destra, il signore della villa riceve un cesto d'uva e selvaggina, a rappresentare evidentemente l'autunno.

Mosaici a tema mitologico

Nei mosaici a tema mitologico evidenti sono gli influssi dell'arte ellenistica e romana : essi sono infatti caratterizzati da colori chiari, dalla prospettiva e da una certa tendenza verso l'eleganza e la grazia, elementi non certo caratteristici del gusto artistico locale; quando questo, infatti, emerge in alcune opere, lo fa con forme brutali e policromie molto forti, finalizzate a sottolineare le particolari figure dei mostri marini. Riconducibile alle stesse tradizioni artistiche locali è la straordinaria varietà e ricchezza di motivi ornamentali di tipo geometrico o vegetale. E' probabile che inizialmente i cartoni per i mosaici di argomento mitologico non fossero creati "in loco", ma provenissero da altri centri artistici del Mediterraneo, in particolare città di cultura ellenistica o, raramente, latina; ciò obbligava, ovviamente, gli esecutori ad opere di adattamento del cartone stesso agli ambienti da decorare e alle esigenze del committente. Non è tuttavia possibile negare che i cartoni più strettamente legati alla cultura africana venissero preparati sul posto da artisti ed esecutori in collaborazione.

I quadretti dipinti

Fu senza dubbio durante i secoli III e IV che nacquero e fiorirono moltissime scuole di pittura, le quali si dedicarono al rinnovamento dei modelli ellenistici che non soddisfacevano più i committenti: una nuova "sensibilità formale" andava diffondendosi nell'impero. Tali scuole pittoriche produssero cartoni, in seguito ampiamente utilizzati nell'arte musiva e che comunque l'arte musiva influenzarono moltissimo. Ciò avveniva perché in questo periodo i mosaici pavimentali delle ville erano eseguiti non da artisti autonomi, ma da artigiani assunti a giornata, che quindi dovevano riprodurre l'immagine tenendo conto delle mode del momento, in modo tale da soddisfare il committente. Gli artigiani esecutori erano, infatti, poco colti e non avevano la capacità, che ebbero in seguito i mosaicisti bizantini, di rielaborare e personalizzare le tracce tematiche fornite loro. I cartoni pittorici, circolando per tutto l'ambiente artistico mediterraneo, crearono un insieme di raffigurazioni comuni a tutto l'impero, Italia compresa.

La composizione unitaria africana

La composizione unitaria, caratterizzata dal distacco tra arte musiva e arte pittorica, fece le sue prime apparizioni a Roma nel II° secolo, a immagini nere su sfondo bianco  Tuttavia il genere musivo pavimentale in bianco e nero non ebbe grande diffusione nella provincia romana d'Africa (se ne ebbe qualche accenno nel II° secolo); proprio qui, invece, nacque il pavimento a composizione unitaria policroma. Non è raro poter riconoscere mosaici concepiti come "emblemata" destinati ad essere composizioni a sé stanti nell'ambito di una più grande area decorata e poi adattati a composizioni unitarie, circondandoli di motivi ornamentali di tipo geometrico o vegetale in modo tale da ricoprire tutta la superficie desiderata. Degno di nota è il cosiddetto "Trionfo di Dioniso", proveniente probabilmente da Sousse; esso è chiaramente di origine pittorica, origine rintracciabile grazie alla prospettiva, che è presente, anche se stravolta: si osservi come il primo satiro, che si trova davanti al carro guidato da quattro tigri sul quale avanza Dioniso, incoronato di pampini e acini, sia più grande e posto più in basso rispetto al secondo, che invece segue il carro, portando sulle spalle un recipiente che sembra un otre. La prospettiva tuttavia risulta sconvolta, come detto, dalla menade danzante, che probabilmente nel cartone originale doveva precedere il primo satiro, mentre nel punto in cui si trova nel mosaico appare troppo grande. L'idea di prospettiva e profondità è resa anche dalla breve ombra posta ai piedi del satiro e delle tigri. Il bordo, che rese questo "emblema" composizione unitaria, è invece costituito da elementi vegetali (tralci, pampini, acini) nascenti da quattro vasi messi ben in evidenza agli angoli della composizione; fra i tralci vi sono uccelli e piccoli Eros vendemmianti. Tale cornice, pur essendo ricca di particolari, non appare caratterizzata da spazialità prospettica.

La decorazione pavimentale vegetale

Ebbe poi grande importanza la decorazione di pavimenti con motivi a medaglioni circolari di corone di foglie, entro i quali erano raffigurati busti umani o teste di animali; tali medaglioni erano tra loro collegati da elementi vegetali, tecnica che permetteva di ricoprire anche superfici molto vaste. Il motivo a medaglione deve però considerarsi derivato non da modelli pittorici, ma da stampe su stoffa.

Gli influssi bizantini

Nella seconda metà del IV° secolo cominciarono anche in Africa a farsi sentire gli influssi bizantini: un esempio ne è la raffigurazione del cosiddetto "santuario campestre di Diana e Apollo", conservato a Tunisi al Museo del Bardo.

Sue caratteristiche sono il rigore lineare e la tendenza all'astrazione. Si osservi, però, come nella fascia mediana del mosaico ci sia ancora un certo richiamo alle opere più antiche: i cacciatori, rappresentati nell'atto, appunto, di uccidere gli animali, sono tuttavia quasi impietriti, certo non in posizione naturale, anche se forse altamente decorativi. Così come altamente decorativa, ma non certo realistica è la presentazione dei cacciatori nel registro superiore: allineati ai lati del santuario in atteggiamento di onorificenza verso le divinità, alle quali hanno offerto una gru, sono certo fin troppo statici, simili nelle loro posizioni alle divinità stesse.

Le maestranze africane

Accadeva spesso che maestranze di origine africana fossero impiegate anche in Italia: queste, nel loro lavoro, lasciavano traccia della propria sensibilità e della propria cultura. Un mirabile esempio di mosaico eseguito in Italia da maestranze africane è costituito da quelli di Piazza Armerina a Enna: gli autori erano senz'altro di provenienza costiera, forse di Cartagine o Hyppona o Caesarea, ed eseguirono l'opera tra il 320 e il 360 (alcune parti sono tuttavia manifestamente più tarde). Fra questi "La grande caccia", che orna un lungo e stretto ambiente posto davanti alla basilica è costruita a composizione verticale, metodo di rappresentazione che permetteva l'inserimento continuo di nuove figure e nuove scene, anche di formato diverso, senza tuttavia compromettere l'integrità dell'opera. Questa tecnica fu ampiamente utilizzata nel corso del IV secolo.

Il colore nel mosaico africano

Dal punto di vista stilistico il mosaico romano in Africa è caratterizzato da un'espressione formale certamente particolare e un senso del colore molto evidente, grazie anche a materiali facilmente rintracciabili sul suolo africano, quali marmi colorati e paste vitree. In opere databili sino alla metà del III secolo, tuttavia, a causa dei forti influssi romano - ellenistici, non sono rintracciabili colori forti, ma scale cromatiche molto delicate e un chiaroscuro molto ricercato, quasi pittorico. Nel III/IV secolo si hanno anche composizioni paratattiche e composizioni in cui va sottolineato l' "horror vacui" che portò gli artisti a riempire ogni spazio dell'opera, a volte ponendo elementi in zone assolutamente non idonee (per esempio in una rappresentazione di ambiente marino pesci in cielo). L'arte tardo - antica della seconda metà del IV secolo d.C. è invece caratterizzata da un violento chiaroscuro e da lunghe ombre portate, che pure non danno effettiva profondità e concretezza alle figure .