BESTIARIO LATINO. L'ELEFANTE All'elenco dei testi

XXXIV) De elephante

Est animal quod dicitur elephas. Phisiologus dicit de eo quoniam intellectum in se habeat magnum, sed concupiscentiam fetus in semine non habeat. In tempore enim suo, cum voluerit filios procreare, vadit ad orientem cum femina sua usque ad proximum paradisi, et ibi est arbor que dicitur mandragora. Prior ergo femina gustat de fructu illius arboris, et sic illa seducit masculum, ut ille persuasus manducet. Et postquam manducaverint ambo, tunc conveniunt sibi invicem, et statim femina in utero concipit. Cum autem venerit tempus illius ut pariat, vadit ubi est stagnum, et ingreditur in aquam usque ad ubera sua, et ibi parit super aquam propter draconem, qui insidiatur illi, et si extra aquam peperit, rapit draco pecus illud et devorat. Ideo in aquam altam ingreditur, ut ibi pariat. Masculus autem suus non recedit ab ea, set custodit eam parientem, propter serpentem, qui inimicus est elephantis.

Isti ergo duo elephantes masculus et femina figuram habent Ade et mulieris eius Eve, qui erant in paradiso Dei ante prevaricationem gloria circumdati, nescientes ullum. malum, non concupiscentie desiderium, non coniunctionis coitum. Cum autem interdictam arborem gustavit mulier illa, seduxit virum suum, et ipse inde manducavit. Tunc deinde expulsi foras paradisum in hunc mundum iactati sunt tanquam in stagna aquarum multarum. Cuius hic mundus figuram habet propter multas cius fluctuationes, et comunicationes, et innumerabiles eius voluptates et passiones, de quibus David dicit: « Salvum me fac, Domine, quoniam intr[o]ierunt (sic) aque usque ad animam meam»; et alibi: «Expectans expectavi Dominum, et respexit me. et exaudivit preces meas, et eduxit me de lacu miserie et de luto fecis ». Tunc «cognovit Adam uxorem suam et generavit Kaim» in luto fecis. Ideoque descendens quasi pius et misericors de sinu patris Dominus noster Iesus Christus, filius Dei vivi, assumens carnem nostram eduxit nos de lacu miserie et de luto fecis, et statuit super petram pedes meos, et inmisit in os nostrum canticum novum, ymnum Deo nostro, id est, cum docuit nos orare, tunc immisit in os nostrum canticum novum, dicens: «Sic orabitis: Pater noster, qui es in celis, sanctificetur nomen tuum », et reliqua. Hunc ymnum docuit nos inferre Deo magister noster ipse, qui statuit super petram pedes nostros et inmisit in os nostrum canticum, novum ymnum Deo nostro. Hoc autem ipso apostolo orante pro nobis et dicente: «Dominus autem pacis sanctificet vos ad perfectum et integer spiritus vester et anima et corpus sine querela in adventu Domini nostri Iesu Christi servetur». Nam et ossa et pellis de elephante, in quocumque loco fuerint vel domo incensa, statim odor corum expellit inde ac fugat serpentes; vel si qua fuerint noxia venenosa reptilia, non ibi accedunt. Sic itaque opera vel mandata Dei, qui habet intra se, purificant cor eius, et nulla potest ibi adversarii cogitatio introire; set quecumque ibi fuerit noxa turpis, statim omnis exit et evanescit, ita ut nec aliquando ibidem compareat noxius spiritus et adversa cogitatio, aut aliqua eius maleficia.

Ethimologia. Elephantem Greci a magnitudine corporis putant dici, quod formam montis preferat. Grece enim mons et elphio dicitur. Apud Indos autem.a voce barro vocatur. Unde et vox eius barritus est, et dentes ebur. Rostrum autem promuscida dicitur, quoniam illo pabulum. colligit, et est angui simile, vallo munitum eburneo.

Hos boves lucas dictos putant ab antiquis Romanis: boves, quia nullum animal maius videbant, lucas, quia in Lucania illos primus Pirrus in prelio obiecit Romanis. Nam hoc genus animalis in rebus bellicis aptum est. In eis enim Perse et Indi ligneis turribus collocatis tanquam de muro iaculis dimicabant. Intellectu autem et memoria multum valent.

Gregatim incedunt, motu quo valent, saltant. Murem fugiunt. Aversi coeunt. Quando autem parturiunt in aquis, vel in silvis, dimittunt fetus propter draconem, qui insidiatur eis. Inpliciti aliquando ab eis necantur. Biennio portant fetus, nec amplius quam semel gignunt, nec plures, set tantum unum. Vivunt annos trecentos. Apud solam Africam et Indiam prius elefantes nascebantur, nunc sola eos India gignit.

XXXIV) L'elefante

C'è un animale che si chiama elefante. Il Fisiologo dice di lui che ha in sé grande intelligenza, ma che non ha nel seme il desiderio di procreare. A suo tempo, quando vuole generare la prole, va in oriente, con la sua femmina, fin nelle vicinanze del paradiso, dove c'è un albero che si chiama mandragora. Per prima la femmina gusta il frutto di quell'albero, e alletta il maschio, affinché si persuada a mangiarne. E dopo che hanno mangiato entrambi, si accoppiano, e subito la femmina concepisce nel ventre. Quando poi viene l'epoca del parto, va dove c'è uno stagno, ed entra nell'acqua fino alle mammelle, e partorisce lì, sull'acqua, a causa del drago che la insidia, e che, se il parto avviene fuori dell'acqua, ghermisce il piccolo e lo divora. Per questo entra in acque profonde per partorirvi. Quanto al suo maschio, non si allontana da lei, ma la sorveglia mentre partorisce, a causa del serpente, che è nemico dell'elefante.

Dunque questi due elefanti, maschio e femmina, sono figura di Adamo e di sua moglie Eva, che, prima della loro trasgressione, erano nel paradiso di Dio circondati di gloria, non conoscevano nessun male, né il desiderio della concupiscenza né l'unione carnale. Ma quando la donna ebbe gustato dell'albero proibito, allettò il suo uomo, e anche lui ne mangiò. Allora, espulsi dal paradiso, furono gettati in questo mondo come in uno stagno dalle molte acque. Uno stagno di cui questo mondo ha l'aspetto per la sua grande e turbolenta varietà, e i suoi innumerevoli piaceri, e passioni, di cui Davide dice: « Salvami, o Dio, perché le acque sono penetrate sino all'anima mia » (Ps. 68, 2). E altrove: « Aspettai con ansia il Signore, ed egli si rivolse a me ed esaudí le mie preghiere e mi trasse dal lago di miseria, dal sordido fango » (Ps- 39, 2-3). Allora «Adamo conobbe sua moglie e generò Caino » (Gn. 4, 1) nel sordido fango. E perciò, scendendo come pio e misericordioso dal seno del Padre, nostro Signore Gesú Cristo, figlio di Dio vivo, prendendo la nostra carne « ci trasse fuori dal lago di miseria e dal sordido fango, e diede stabilità ai miei piedi sopra la roccia, e immise nella nostra bocca un cantico nuovo, un inno a Dio nostro » (Ps. 39, 3-4), cioè, quando ci insegnò a pregare, immise nella nostra bocca un canto nuovo dicendo: «Pregherete cosí: Padre nostro che sei nei cicli, sia santificato il tuo nome » (Mt. 6, 9 sgg.), e il resto. Ci insegnò a rivolgere questo inno a Dio il nostro stesso maestro, che diede stabilità ai nostri piedi sopra la roccia e immise nella nostra bocca un cantico nuovo, un inno a Dio nostro. La stessa cosa ci insegnò l'Apostolo quando pregò per noi e disse: « Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto fl vostro essere, spirito e anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesú Cristo » (I Th. 5,23). Le ossa e la pelle di elefante, in qualunque luogo o casa vengano bruciate, subito con il loro odore cacciano e mettono in fuga i serpenti, o tengono lontani, se ce ne sono, i rettili nocivi e velenosi. Cosí dunque chi ha dentro di sé le opere o i comandamenti di Dio purifica il suo cuore, e non vi può entrare nessun pensiero dell'avversario; ma, qualunque colpa turpe vi sia, subito tutta esce e svanisce, cosí che non appaia mai in quel medesimo luogo uno spirito nocivo e un pensiero dell'avversario, o qualche suo misfatto.

Etimologia. I Greci ritengono che l'elefante debba il suo nome alla grandezza del corpo, perché ha l'aspetto di un monte. In greco infatti « monte » si dice anche "elphio". Presso gli indiani invece viene chiamato barro dal suo verso. Da barro vengono anche il nome del suo verso, barrito (barritus) , e delle zanne, avorio (ebur). Il muso poi si chiama proboscide, perché con quello raccoglie il cibo, ed è simile a un serpente, difeso da un baluardo d'avorio.

Si ritiene che siano stati gli antichi Romani a chiamarli buoi lucani: buoi, perché non conoscevano nessun animale piú grande; lucani perché fu in Lucania che Pirro per primo li contrappose in combattimento ai Romani. Infatti questa specie di animale è adatta alle imprese belliche. Persiani e Indiani, collocate sul loro dorso torri di legno, combattevano da lí con i giavellotti come da un bastione. Sono dotati di grande intelligenza e memoria.

Si spostano in branchi, saltano con il movimento che sono in grado di eseguire. Fuggono davanti ai topi. Si accoppiano dandosi le spalle. Quando partoriscono, lo fanno nell'acqua o nei boschi, a causa del drago, che li insidia. Talora i draghi li uccidono avviluppandoli nelle loro spire. La gravidanza dura due anni; non generano piú di una volta, e non molti piccoli, ma uno soltanto. Vivono trecento anni. Un tempo gli elefanti nascevano solo in Africa e in India, ora li genera la sola India (Etym. XII, 11, 14-16).