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BESTIAIRE D’AMOURS
di RICHART de FORNIVAL

TESTO IN TRADUZIONE ITALIANA
(versione incompleta)

 

Per natura, tutti hanno il desiderio di sapere. E poiché‚ nessuno può sapere tutto, mentre si può sapere ogni singola cosa, bisogna che ciascuno sappia qualche cosa in particolare e che quanto non sa uno, lo sappia un altro; sicché tutte le cose sono conosciute in maniera tale per cui non sono conosciute da nessuno in particolare, ma da tutti insieme. E' un fatto, però, che non tutti vivono nella stessa epoca, ma gli uni sono morti prima che nascessero gli altri, e coloro che sono vissuti nel passato hanno saputo cose che nessun uomo attualmente in vita riuscirebbe a conoscere con la propria intelligenza e che non si potrebbero sapere se non fossero note grazie agli antichi.

Per questo Dio, il quale ama tanto l'uomo da volergli procurare tutto ciò che gli è necessario, ha dato all'uomo una particolare facoltà dell'anima che si chiama memoria. La memoria ha due porte, vista e udito, e a ciascuna di queste due porte dà accesso una via per la quale si può penetrarvi. Si tratta dell'immagine e della parola.

L'immagine serve all'occhio e la parola all'orecchio. E in quale maniera si possa giungere alla casa della memoria sia per mezzo dell'immagine che per mezzo della parola, risulta chiaro dal fatto che la memoria, la quale è custode dei tesori che lo spirito umano conquista con l'eccellenza del suo ingegno, rende quasi presente ciò che appartiene al passato. E a questo risultato si perviene sia per mezzo dell'immagine che per mezzo della parola. Infatti quando si vede dipinta una storia, per esempio quella di Troia o un'altra, si vedono le imprese dei prodi cavalieri che vissero nel passato come se fossero presenti davanti a noi.

E lo stesso vale per la parola. Infatti quando si sente leggere un romanzo, si assiste alle avventure come se si svolgessero davanti a noi. E poiché si può rendere presente ciò che è passato per mezzo di queste due cose, immagine e parola, appare chiaro che per mezzo di queste due cose si può giungere alla memoria.

Amica carissima, che non potete allontanarvi dalla mia memoria senza che rimanga perpetuamente visibile la traccia dell'amore che ho provato per voi, tanto che, per quanto io sappia dominarmi, non ne potrei guarire senza che vi appaia almeno la cicatrice della ferita, vorrei rimanere sempre nella vostra memoria, se ciò fosse possibile. Perciò vi mando queste due cose insieme. Infatti vi mando in questo scritto sia immagini che parole, affinché, quando non sarò presente, questo scritto con le sue immagini e con le sue parole mi renda quasi presente alla vostra memoria.

E ora vi mostrerò in che modo questo scritto contenga immagini e parole. E' evidente che contiene parole, perché ogni scrittura ha la funzione di rappresentare la parola ed è fatta per essere letta; e quando è letta, riacquista la sua natura di parola. E d'altra parte, è evidente che contenga immagini poiché una lettera non esiste se non è dipinta.

E soprattutto questo scritto tratta una materia che richiede immagini. Riguarda infatti la natura di bestie e di uccelli che si possono conoscere meglio per mezzo di immagini che di descrizioni.

E questo scritto, rispetto a tutti quelli che vi ho mandato finora, è una sorta di estremo bando. Poiché come un re, quando va a guerreggiare fuori del suo regno, conduce con sé una parte dei suoi uomini migliori e ne lascia una parte ancora maggiore a difendere la sua terra; ma quando si accorge che il contingente che ha portato non gli è sufficiente, fa venire tutti gli uomini che aveva lasciato a casa e in tal modo emette il suo estremo bando: cosí è necessario che faccia anch'io. Infatti, se vi ho sia recitato che mandato molti bei componimenti senza che riuscissero a procurarmi alcun vantaggio, in quest'ultimo scritto è necessario che io emetta il mio estremo bando e parli meglio che posso, per sapere se lo accetterete con benevolenza. Perché anche se non mi amaste, si tratta di cose che l'occhio dovrebbe trovare un grande diletto nel vedere, l'orecchio nell'udire e la memoria nel ricordare.

E poiché questo scritto è il mio estremo bando e l'ultimo rinforzo che io possa inviare, è giusto che vi parli con maggiore energia che in tutti gli altri. Come si racconta della natura del gallo: quando il gallo canta di notte, piú vicina è la sera o il mattino, piú spesso canta; e quanto piú ci si approssima alla mezzanotte, tanto piú forte esso canta e tanto piú amplifica la sua voce.

La sera e il mattino, che possiedono la natura del giorno e della notte mescolate insieme, significano l'amore del quale non si spera né si dispera interamente, e la mezzanotte significa l'amore del tutto disperato. E quindi, dal momento che io non ho ormai piú la minima speranza di ottenere la vostra benevolenza, è come se fosse mezzanotte; e quando ne avevo ancora una qualche speranza, era come se fosse sera: perciò cantai piú spesso, e ora è necessario che lo faccia con maggior forza.

E la ragione per cui il disperato possiede una voce piú forte si trova, credo, nell'animale che, fra tutti quanti, mette piú energia nel ragliare e che ha la voce piú sgradevole e spaventosa, ossia l'asino selvaggio. La sua natura infatti è tale per cui non raglia mai, eccetto quando è estremamente affamato e non riesce a trovare in nessun modo di che sfamarsi. Ma allora fa degli sforzi cosí grandí per ragliare che scoppia tutto.

Perciò dal momento che non posso trovare pietà in voi, bisogna che mi sforzi piú che mai, non di cantare forte, bensí di parlare con forza e decisione. Perché è inevitabile che io abbia perduto la facoltà di cantare, e vi dirò per quale ragione. La natura del lupo è tale per cui, quando un uomo lo vede prima che esso veda l'uomo, il lupo perde tutta la sua forza e il suo ardimento; ma se il lupo vede l'uomo per primo, questi perde la voce, tanto che non può dire una parola.

Questa natura si ritrova nell'amore fra l'uomo e la donna. Infatti quando vi è amore fra loro due, se l'uomo riesce ad accorgersi per primo, dal comportamento della donna stessa, che essa lo ama ed è capace di farglielo riconoscere, essa perde la forza di negargli il suo amore. Ma siccome io non sono riuscito a dominarmi e a trattenermi dal rivelarvi i miei sentimenti prima di sapere alcunché dei vostri, voi mi avete respinto. Ve l'ho sentito dire qualche volta. E dal momento che io sono stato visto per primo, conformemente alla natura del lupo devo perdere la voce. E' uno dei motivi per i quali questo scritto non è concepito sotto forma di canto, ma di racconto.

E un'altra ragione di questo stesso fatto è reperibile nella natura del grillo, alla quale ho dedicato molta attenzione. La sua natura infatti è tale per cui questo sventurato ama tanto il suo canto che muore cantando, poiché trascura il cibo e fa a meno di procurarselo. E in questo modo mi sono accorto che il canto mi è servito cosí poco che non potrei fare affidamento su di esso senza provocare la mia rovina, e mai il canto mi recherebbe alcun soccorso; me ne sono accorto specialmente dal fatto che, proprio quando cantavo meglio e recitavo meglio cantando, le cose mi sono andate peggio. Lo stesso accade al cigno.

Vi è infatti un paese nel quale i cigni cantano cosí bene e con tanto diletto che quando si suona l'arpa davanti a loro essi accordano la loro voce all'arpa nello stesso modo in cui il tamburo si accorda al flautino, e questo avviene particolarmente l'anno in cui il cigno deve morire; cosí, quando se ne sente uno che canta bene, si dice: « Questo morrà entro l'anno ». E' esattamente la stessa cosa che si dice di un bambino: quando se ne trova uno di grande ingegno, si dice che non vivrà a lungo.

Per questo vi dico che per la paura che ebbi di morire come il cigno, quando cantavo meglio, e di morire come il grillo, quando lo facevo piú volentieri, abbandonai il canto per redigere questo estremo bando, e ve lo mandai in guisa di scritto sostitutivo. Giacché era inevitabile che io perdessi la voce non appena il lupo mi vide per primo, cioè non appena riconobbi che vi amavo, prima ancora di sapere come sarebbero andate a finire le cose.

E in seguito, ahimè, mi sono spesse volte pentito di avervi rivolto la mia preghiera, perché cosí ho perduto la vostra dolce compagnia. Se potessi fare come il cane, il quale è di natura tale per cui quando ha vomitato torna al suo vomito e lo ringhiotte, io mi sarei volentieri rimangiato cento volte la mia preghiera dopo che mi uscí di bocca.

Né dovete stupirvi se ho paragonato l'amore della donna alla natura del lupo. Perché il lupo ha molte altre nature per le quali la somiglianza diventa ancora più grande. Una delle sue nature è che ha il collo cosí rigido da non poterlo piegare senza girarsi con tutto il corpo. La seconda natura è che non catturerà mai preda se non lontano dalla propria tana. E la terza è che quando entra in un ovile piú silenziosamente che può, se gli capita di spezzare sotto la zampa un ramoscello provocando rumore, si vendica della sua stessa zampa e le dà un morso dolorosissimo .

Tutte e tre queste nature si ritrovano nell'amore di una donna. Infatti essa non può darsi se non tutta intera: ciò è conforme alla prima natura. Conformemente alla seconda, se accade che essa ami un uomo, quando sarà lontano da lei lo amerà intensamente e quando le sarà vicino dissimulerà il suo amore. E in conformità alla terza natura, se essa si lascia sfuggire parole tali per cui l'uomo si accorga del suo amore, allo stesso modo in cui il lupo si vendica della sua zampa con la propria bocca, essa sa nascondere e mascherare benissimo con molte parole il fatto di essersi spinta troppo oltre. Infatti essa ha gran voglia di sapere degli altri ciò che non vuole si sappia di lei, e sa stare perfettamente in guardia nei confronti di un uomo dal quale pensa di essere amata. Fa come il serpente, la cui natura è tale per cui quando vede un uomo nudo ha paura di lui e lo fugge più in fretta che può; ma se lo vede vestito lo assale senza farne il minimo conto.

Nella stessa maniera vi siete comportata voi con me, carissima amica. Perché‚ quando feci la vostra conoscenza vi trovai di belle maniere, solo con quel poco di riservatezza che è giusto avere, come se mi temeste un pochino non conoscendomi ancora; e quando vi accorgeste che vi amavo, diventaste nei miei confronti crudele quanto vi piacque, e mi assaliste con parole. La nuova conoscenza è paragonabile all'uomo nudo e l'amore confermato all'uomo vestito. Infatti, come l'uomo nasce nudo e poi si veste quando è diventato grande, così è nudo d'amore e scoperto appena fa la conoscenza di una donna, tanto che ha il coraggio di svelarle tutti i propri sentimenti. Ma dopo, quando ama, è così imbarazzato che non sa come venirne fuori e si dissimula completamente, tanto che non osa rivelare nulla dei suoi pensieri, ma teme continuamente di essere biasimato; e si trova in trappola come la scimmia calzata.

La natura della scimmia, infatti, è di voler imitare tutto ciò che vede fare. Sicché‚ i cacciatori avveduti, che vogliono catturarla con l'astuzia, individuano un luogo in cui la scimmia li possa vedere. Quindi si mettono e si tolgono le scarpe davanti ad essa, poi si allontanano di là lasciando un paio di scarpe della misura giusta per la scimmia, e vanno a nascondersi da qualche parte. Allora arriva la scimmia e vuol fare la stessa cosa: prende le scarpe e per sua sventura le calza. Ma prima che possa togliersele, balza fuori il cacciatore e si lancia su di essa. La scimmia calzata non può fuggire, né salire e arrampicarsi su un albero, e viene catturata.

Questo esempio conferma che si deve paragonare l'uomo nudo a colui che non ama e quello vestito a colui che ama. Infatti, come la scimmia è libera finché è scalza e non viene catturata prima di essersi messa le scarpe, così l'uomo non é prigioniero prima di innamorarsi. Attraverso questo esempio trova conferma quello del serpente, e grazie a questi due esempi vedo distintamente la ragione per la quale, non appena vi siete accorta che vi amavo, vi siete mostrata più fredda di prima verso di me: sia perché la scimmia non viene catturata prima di aver calzato le scarpe, sia perché il serpente assale l'uomo quando lo vede vestito.

Eppure mi sembra che avreste dovuto fare il contrario e che avreste dovuto mostrarvi più affettuosa verso di me quando mi vedeste rivestito del vostro amore che non quando ne ero nudo. Tale è infatti la natura del corvo che finché i suoi piccoli sono senza piume, per il fatto che non sono neri e non gli rassomigliano, esso non li degna di uno sguardo né li nutre, tanto che quelli vivono solo di rugiada fino al momento in cui si rivestono di piume e assomigliano al loro padre.

Così mi pare che avreste dovuto comportarvi, carissima amica: quando ero nudo del vostro amore, non avrebbe dovuto importarvi di me, e quando me ne sono rivestito e ho portato uno scudo con le vostre insegne, avreste dovuto avermi caro e allevarmi nel mio amore per voi benché tenero e nuovo, così come si nutre un bambino in culla. E, in amore, la natura del corvo dovrebbe prevalere su quella del serpente o quella della scimmia.

Infatti il corvo ha ancora un'altra natura, che più di ogni cosa assomiglia alla natura di Amore. La sua natura è tale che quando trova un uomo morto, la prima cosa che ne mangia sono gli occhi; e di là estrae il cervello, e più ne trova più ne trae. Così fa Amore.

Infatti, ai primi incontri l'uomo è preso per gli occhi, né mai lo avrebbe preso Amore se egli non avesse guardato. Perché Amore fa come il leone: se accade che un uomo passi accanto al leone e lo guardi mentre sta mangiando la sua preda, inevitabilmente il leone ha timore del suo volto e del suo sguardo, perché la fisionomia umana reca quasi delle impronte di signoria, in quanto l'uomo è creato a immagine e somiglianza del Signore dei signori; ma, possedendo un naturale coraggio, esso si vergogna di aver paura e assale l'uomo non appena questi lo guarda. L'uomo potrebbe anche passare cento volte accanto al leone senza che il leone faccia il minimo movimento: basta che non lo guardi. Per questo dico che Amore assomiglia al leone: infatti Amore non assale se non chi lo guardi.

Amore dunque cattura l'uomo ai primi incontri per mezzo degli occhi, e per questa via l'uomo perde il cervello. Il cervello dell'uomo significa il suo intelletto. Infatti, come lo spirito vitale che produce il movimento ha sede nel cuore e il calore che alimenta il corpo ha sede nel fegato, così nel cervello ha sede l'intelletto che genera la facoltà di intendere. E quando un uomo ama, nessun intelletto gli può essere utile, ma al contrario lo perde completamente; e più ne ha, più ne perde. Perché‚ quanto più un uomo è saggio, tanto più Amore mette fatica e accanimento a impossessarsi di lui.

Per questa natura dico che Amore assomiglia al corvo, e questa natura prova che l'altra sua natura, precedentemente descritta, dovrebbe prevalere in amore sulla natura del serpente o su quella della scimmia e che la donna dovrebbe amare chi si sia rivestito del suo amore piuttosto che chi ne sia nudo.

E penso che così si comportino alcune donne. Ma ce ne sono altre che hanno la testa forata, in modo che tutto ciò che entra loro per un'orecchia ne esce per l'altra, e proprio quando amano si rifiutano. Come la donnola, che concepisce attraverso l'orecchia e partorisce per la bocca. Allo stesso modo si comportano queste donne, le quali, quando hanno udito tante cortesi parole che par loro doveroso amare e che hanno, per così dire, concepito attraverso l'orecchia, se ne sgravano per la bocca con un rifiuto e passano volentieri ad altri discorsi, come se temessero di essere catturate. Proprio come fa la stessa donnola che, quando ha partorito, per paura di perdere i suoi cuccioli li porta in un luogo diverso da quello in cui ha partorito.

E quest'ultima natura della donnola rappresenta una delle più grandi disperazioni in amore: che non si voglia sentir parlare di ciò di cui sarebbe più necessario parlare e che si voglia sempre parlar d'altro. Questa disperazione è conforme alla natura della calandra. Quando si porta questo uccello in presenza di un malato, se la calandra guarda il malato diritto in faccia, è segno che egli guarirà, se invece si volta dall'altra parte e non vuole guardarlo, se ne deduce che il malato è sicuramente destinato a morire.

Per questo, amica carissima, dal momento che vi infastidisce il fatto che io vi abbia rivolto delle preghiere e poiché, d'altra parte, avreste gradito molto la mia amicizia e mi avreste tenuto volentieri compagnia a patto che io non parlassi di ciò che mi rendeva malato, mi sembra che voi non abbiate mai avuto il desiderio di guardarmi in faccia quando ero malato. Pertanto si deve ritenermi come morto. In questa maniera, infatti, mi avete gettato in quello sconforto che nasce da totale disperazione senza nessuna speranza di ottenere grazia. E' la morte d'amore. Giacché, come nella morte non vi è guarigione, così non vi è speranza di gioia amorosa quando non ci si aspetta più alcuna grazia.

Dunque sono morto, per davvero. E chi mi ha ucciso? Non so se voi o io stesso, so soltanto che entrambi abbiamo qualche colpa in questo, proprio come accade a colui che la sirena uccide, dopo averlo addormentato con il suo canto. Vi sono infatti tre specie di sirene, due delle quali sono metà donna e metà pesce, la terza metà donna e metà uccello. E tutte e tre sono musicanti: le une suonano la tromba, le altre suonano l'arpa e le ultime cantano; e la loro melodia è tanto piacevole che nessun uomo, per quanto lontano sia, può udirle senza essere costretto a venire da loro. Quando è vicino si addormenta; e quando la sirena lo trova addormentato lo uccide. Perciò mi sembra che la sirena abbia grave colpa nell'ucciderlo a tradimerito e l'uomo grave colpa nel fidarsi di lei. E se io sono morto in circostanze analoghe, ne abbiamo colpa sia voi che io. Ma non oso accusarvi di tradimento e addosserò tutta la colpa su di me soltanto, dicendo che sono stato io stesso ad uccidermi.

Infatti, benché io sia stato catturato mentre vi ascoltavo quando per la prima volta mi parlaste, non avrei avuto motivo di temere se fossi stato saggio come il serpente che custodisce il balsamo. E' un serpente che si chiama aspide; e, finché esso vigila, nessuno osa avvicinarsi all'albero dal quale cola il balsamo. Quando si desidera prendere del balsamo, bisogna addormentarlo con il suono di arpe e di altri strumenti. Ma per natura esso è dotato di tanta intelligenza che quando li sente si tappa una delle orecchie con l'estremità della coda e strofina l'altra per terra fino a riempirla tutta di fango. E quando con questo sistema è diventato sordo, non ha alcun timore di essere addormentato. Così avrei dovuto fare anch'io. Eppure penso che voi sappiate bene con quanta riluttanza io venni a fare la vostra conoscenza per la prima volta. Non sapevo quale ne fosse il motivo; ma certo fu una sorta di presentimento del male che poi me ne sarebbe derivato. Sta di fatto che venni e mi addormentai al canto della sirena, cioè alla dolcezza della vostra compagnia e delle vostre dolci parole: a udirle, fui catturato.

C'è da stupirsi se fui catturato? Per nulla. La voce infatti ha tanta virtù da far dimenticare molte cose sgradevoli. Come succede nel caso del merlo: per quanto sia il più brutto fra tutti gli uccelli che si tengono in gabbia, e canti solo due mesi all'anno, lo si tiene più volentieri di qualsiasi altro uccello per la melodia della sua voce.

La voce ha ancora molte altre virtù delle quali la maggior parte della gente non sa nulla. Una delle sue virtù è il fatto che la natura possa riparare grazie alla voce a uno dei più gravi difetti che vi siano in un essere vivente. Infatti, le creature viventi provano sensazioni attraverso cinque sensi: vista, udito, odorato, gusto e tatto. E quando accade che uno di questi manchi a qualche essere vivente, la natura ripara al suo danno meglio che può con uno degli altri sensi. Questo è il motivo per cui nessun uomo ha una vista acuta come quella di un sordo dalla nascita, nessuno ode chiaramente come un cieco, nessuno ha il palato fino come colui che ha il naso puzzolente. Giacché i nervi che, venendo dal cervello, giungono alle narici e al palato, per i quali passano le facoltà di sentire, quanto meno hanno da fare, tanto meglio conoscono il compito cui sono destinati. E lo stesso avviene per gli altri sensi.

Ma fra tutti i sensi nessuno è nobile come la vista. Perché‚ nessun altro fa conoscere tante cose, e soltanto la voce può sostituirlo. Come accade alla talpa, che non vede assolutamente nulla e ha gli occhi sotto la pelle, ma ode così chiaramente che non vi è cosa che possa sorprenderla senza che essa la percepisca, purché ne esca un suono. La natura dunque ripara al suo difetto con la voce. Infatti la voce serve all'udito, il colore alla vista, l'odore all'odorato e il sapore al gusto. Ma parecchie cose servono al tatto, giacché esso permette di sentire il caldo e il freddo, l'umido e il secco, il ruvido e il liscio e molte altre cose. E così la natura ripara al difetto della talpa con la voce, e lo fa in maniera talmente perfetta che nessun essere vivente ode così chiaramente; anzi, la talpa è uno dei cinque animali che superano tutti gli altri per uno dei cinque sensi. Per ciascun senso, infatti, vi è un animale che supera tutti gli altri; e cioè: il lien per la vista (si tratta di un vermiciattolo bianco che vede attraverso le pareti), la talpa per l'udito, l'avvoltoio per l'odorato (è infatti in grado di fiutare una carogna che si trovi a tre giornate di distanza), la scimmia per il gusto e il ragno per il tatto. La talpa, poi, ha un'altra caratteristica: è uno dei quattro animali che vivono di un solo elemento. Il mondo è infatti costituito di quattro elementi: fuoco, aria, acqua e terra. La talpa vive di pura terra e non mangia altro che pura terra, l'aringa di pura acqua, il piviere di pura aria e la salamandra di puro fuoco (si tratta di un uccello bianco che si nutre di fuoco e con le piume del quale si fanno stoffe che vengono lavate soltanto nel fuoco).
Queste sono le caratteristiche della talpa, e la prima di esse dimostra la virtù della voce. E non deve stupire il fatto che la voce possa riparare al difetto della vista per mezzo del senso cui serve, cioè dell'udito, né il fatto che essa ripari al difetto del senso stesso cui serve. Perché è una virtù che non si trova in nessun'altra cosa se non nella voce. Nei libri naturali è scritto che le api non possiedono udito; eppure, quando uno sciame d'api ha abbandonato l'alveare, esse vengono guidate con fischi e canti: non perché li odano, ma appare chiaro dalla perfezione delle loro opere che la loro natura è così nobile e armoniosa, per degli animali, che se qualcosa di armonioso e di perfetto passa accanto a loro è impossibile che non lo sentano. E coloro che hanno letto e compreso le alte dottrine filosofiche sanno bene quale potere abbia la musica: a costoro non è ignoto che in nessuna realtà esistente vi è armonia così perfetta e raffinata come nel canto.
L'armonia del canto è così perfetta e potente da esser capace di trasformare i sentimenti e di mutare le volontà. Per questo gli antichi avevano dei canti speciali da cantarsi in occasione delle nozze, affinché nessuno potesse udirli senza che gli venisse voglia di rallegrarsi; e altri da cantarsi ai funerali, i quali suscitavano tanta pietà che nessuno, per quanto duro fosse di cuore, avrebbe potuto trattenersi dal piangere se li avesse uditi; e altri ancora che erano così moderati e sapevano evitare così bene gli estremi da non rendere i cuori né troppo allegri né troppo tristi.
E poiché l'armonia del canto è così perfetta, è impossibile che essa passi vicino alle api, le quali sono fatte in maniera così armoniosa, senza che queste la sentano. Eppure esse non possiedono udito, ma la sentono al tatto, che è il più generale dei sensi e quello al quale servono propriamente più cose, come si è detto in precedenza. La voce pone dunque rimedio al difetto del senso stesso cui serve, cioè dell'udito, con un altro senso.

Questa virtù è una delle più straordinarie che ci siano, e una simile virtù non si trova in nessun'altra realtà all'infuori della voce. E la voce ha ancora molte altre virtù, sia per le proprietà della parola sia per quelle del canto; ma di queste non è il caso di parlare ora: vi basti quanto è stato detto in relazione al nostro argomento. E se la voce ha una così grande virtù, non è affatto strano che io mi sia addormentato per virtù di voce. Perché non fu una voce come un'altra ma, a mio giudizio, quella della più bella creatura che io avessi mai visto.

Collaborò dunque la vista alla mia cattura? Sì, io fui catturato per mezzo della mia vista più facilmente di quanto non lo sia la tigre con lo specchio; per quanto grande sia la sua rabbia quando le hanno portato via i cuccioli, se incontra uno specchio essa non può fare a meno di fissarvi lo sguardo. E prova tanto diletto nel guardare la grande bellezza delle sue forme stupende, che dimentica di inseguire coloro che le hanno sottratto i cuccioli e si ferma lì come se fosse stata catturata. I cacciatori avveduti, infatti, mettono apposta lo specchio in quel punto per sbarazzarsi di essa.

Per questo dico che fui catturato per mezzo dell'udito e della vista, tanto che non c'è da stupirsi se in tal modo perdetti intelletto e memoria. Perché l'udito e la vista sono le due porte della memoria, come si è detto in precedenza, e sono anche i due sensi più nobili dell'uomo. Infatti l'uomo, come è già stato detto, ha cinque sensi: vista, udito, odorato, gusto e tatto.

E fui catturato anche per mezzo dell'odorato, come l'unicorno che si addormenta al dolce profumo della verginità di una damigella. Questa è la sua natura: non esiste alcun animale così pericoloso da catturare, e in mezzo alla fronte ha un corno al quale nessuna armatura può resistere, tanto che nessuno ha il coraggio di attaccarlo e di avvicinarglisi tranne una fanciulla vergine. Perché quando ne riconosce una al fiuto, si inginocchia davanti a lei e si inchina con umiltà e dolcezza come volesse mettersi al suo servizio. Sicché i cacciatori avveduti che conoscono la sua natura mettono una vergine sul suo passaggio, e l'unicorno si addormenta nel suo grembo; allora, quando è addormentato, giungono i cacciatori che non avevano il coraggio di attaccarlo da sveglio e lo uccidono.

Nella stessa maniera Amore si è vendicato di me. Fra tutti gli uomini della mia epoca, infatti, ero stato il piú orgoglioso nei confronti di Amore, e mi sembrava di non aver mai visto una donna che desiderassi fare soltanto mia, una donna che volessi amare appassionatamente come ho sentito dire che si deve amare. E Amore, che è cacciatore avveduto, pose sul mio cammino una fanciulla alla cui dolcezza mi sono addormentato e sono morto della morte che è propria di Amore, cioè di disperazione senza speranza di grazia. Per questo dico di essere stato catturato per mezzo dell'odorato, e anche in seguito ella mi ha sempre tenuto prigioniero mediante l'odorato; e io ho abbandonato la mia volontà per seguire la sua. Ho fatto come gli animali che, una volta fiutata la pantera, non possono piú abbandonarla, ma la seguono fino alla morte attratti dal dolce alito che emette.

Perciò io affermo di essere stato catturato per mezzo di questi tre sensi: udito, vista e odorato; e se fossi stato catturato anche con gli altri due sensi, con il gusto baciando e con il tatto abbracciando, allora sarei stato davvero addormentato. Perché è quando non sente nulla con i suoi cinque sensi che l'uomo dorme. E dal sonno d'amore vengono tutti i pericoli. Giacché per tutti coloro che sono addormentati giunge la Morte, sia per l'unicorno che si addormenta accanto alla fanciulla, sia per l'uomo che si addormenta vicino alla sirena.

Ma se avessi voluto essere al riparo da questo pericolo, avrei dovuto comportarmi come la gru che fa la guardia alle altre gru. Quando vanno insieme, infatti, ce n'è sempre una che vigila mentre le altre dormono, e ciascuna a turno monta la guardia. E quella che vigila, per non addormentarsi, mette delle pietruzze sulle sue zampe, in modo da non poter stare in perfetto equilibrio né addormentarsi profondamente. Perché le gru dormono in piedi; e quando non possono stare in perfetto equilibrio non riescono a dormire.

Sostengo che avrei dovuto comportarmi anch'io cosí. Infatti la gru che vigila sulle altre è la prudenza, che deve custodire tutte le altre virtú dell'anima, e le zampe sono la volontà. Giacché allo stesso modo in cui si cammina con i piedi, cosí l'anima per mezzo della volontà cammina da un pensiero all'altro, e l'uomo da un'azione all'altra. La gru mette dunque le pietre sulle sue zampe, in modo da non poter stare in perfetto equilibrio né potersi addormentare, quando la prudenza sorveglia cosí strettamente la volontà che gli altri sensi non si fidano di essa al punto da poterne essere ingannati. E chi si fosse comportato cosí non avrebbe avuto nulla da temere.

Ma chi non ha prudenza ne resta impoverito nella stessa misura in cui diventa brutto il pavone quando perde la coda. Infatti la coda del pavone simboleggia la prudenza, in quanto la coda, essendo posta di dietro, rappresenta ciò che deve avvenire, mentre il fatto che sia piena d'occhi significa che bisogna stare attenti a ciò che avverrà. Per questo dico che la coda del pavone simboleggia la prudenza, né si chiama prudenza altro se non il fatto di stare attenti a ciò che avverrà.

E che la coda simboleggi la prudenza è confermato da una delle nature del leone. Il leone infatti possiede una natura tale per cui, se lo cacciano per catturarlo tanto che non può difendersi ed è costretto a fuggire, esso cancella le orme delle sue zampe trascinando la coda, in modo che non si sappia dove inseguirlo. Allo stesso modo si comporta un uomo saggio che abbia prudenza: quando è costretto a fare qualcosa che, se fosse conosciuto, gli attirerebbe il biasimo, usa precauzioni tali per cui nessuno lo sappia mai; in modo che la sua prudenza cancelli le orme dei suoi piedi, ossia la buona o cattiva reputazione che può derivare dalle sue azioni.

Perciò la coda simboleggia la prudenza, e in particolare la coda del pavone a causa degli occhi che vi si trovano. E per questo io dico che, come è una cosa veramente brutta un pavone senza coda, cosí è una grande povertà un uomo senza prudenza.

Tuttavia, anche se avessi avuto tanti occhi quanti ne ha il pavone sulla coda, avrei potuto benissimo essere addormentato per virtú di voce. Infatti ho sentito raccontare la storia di una dama che possedeva una bellissima vacca, che amava tanto da non volerla perdere a nessun costo; la diede perciò in custodia a un vaccaio di nome Argo. Questo Argo aveva cento occhi, e non dormiva mai se non con due occhi alla volta: i suoi occhi si riposavano sempre a due a due, mentre tutti gli altri vigilavano e facevano la guardia. Ma nonostante tutto questo la vacca fu perduta. Giacché un uomo che aveva amato la vacca mandò da lei un suo figlio che sapeva suonare meravigliosamente con una lunga bacchetta cava che possedeva: il suo nome era Mercurio. Questo Mercurio incominciò a parlare ad Argo di una cosa e dell'altra e insieme a suonare con la sua canna, e tanto lo blandì, sia suonando sia parlando, che Argo si addormentò prima con due occhi poi con altri due, finché addormentandosi con due occhi alla volta si addormentò con tutti e cento. Allora Mercurio gli mozzò la testa e condusse la vacca da suo padre.

Per questo io dico che, se Argo si addormentò per virtù di voce benché avesse tanti occhi quanti ve ne sono sulla coda di un pavone, che simboleggia la prudenza, non è affatto strano se, malgrado tutta la mia prudenza, io mi addormentai per virtù di voce e ne morii. Perché la morte è costantemente sulle tracce di chi è addormentato per amore, come è stato detto altrove sia dell'uomo che si addormenta alla voce della sirena, sia dell'unicorno che si addormenta in grembo alla fanciulla, e come proprio ora si è detto di Argo.

Sono dunque morto, davvero. Non c'è alcun rimedio? Non lo so. Ma che rimedio può esserci

Avere il vostro cuore è la medicina più efficace per soccorermi. E non fosse altro se non perché qualche volta vi ho sentito dire che vi davano noia le mie preghiere, ma che se non ve ne avessi più rivolte, mi avreste volentieri tenuto compagnia, mi dovreste donare il vostro cuore per liberarvi del fastidio che vi causo. Proprio come fa il castoro. Il castoro è un animale che ha un membro dotato di poteri medicinali e cui si dà la caccia per impadronirsi di questo membro. Esso fugge finché può; ma quando si accorge di non avere più scampo, teme di essere ucciso. Tuttavia, possiede per natura tanta intelligenza che sa perfettamente di essere cacciato soltanto per questo membro: allora lo addenta, se lo strappa e lo lascia cadere in mezzo alla strada; e quando i cacciatori lo trovano lo lasciano andare, perché questa è l'unica ragione per cui gli danno la caccia.

Così, mia carissima amta, se la mia preghiera vi infastidisce come dite, ve ne potreste liberare benissimo concedendomi il vostro cuore, perché io vi inseguo soltanto per questo. Ma per quale ragione vi inseguirei se non per questa, dal momento che solo questo può servire a soccorermi dalla morte d'amore? Anzi, è la medicina più efficace per portarmi soccorso, come si è detto in precedenza. Ma è chiuso con una serratura così resistente che io non potrei venirne a capo perché la chiave non è in mio possesso e voi, che avete la chiave, non volete aprirla. Pertanto non so come si potrebbe aprire questo petto, a meno che non possedessi l'erba con la quale il picchio verde fa saltare il cavicchio fuori dal suo nido. La sua natura è tale per cui, quando trova un albero cavo con una stretta apertura, vi fa il proprio nido. E alcune persone, per fare la prova di un simile prodigio, tappano il buco con un cavicchio che vi conficcano con forza. Quando il picchio verde ritorna e trova il nido tappato in maniera tale che tutta la sua forza non potrebbe bastare ad aprirlo, riesce a vincere la forza con l'astuzia e con l'intelligenza. Giacché conosce per sua natura un'erba che ha il potere di aprire, la cerca finché la trova, la porta nel becco e con essa tocca il cavicchio, che immediatamente salta fuori. Ma io, carissima amica, non riesco a sapere che cosa sia questa erba. E di conseguenza non sono in grado di aprire il vostro petto. Eppure non vi è altra medicina che possa salvarmi dalla morte: è dunque evidente che sono morto senza rimedio, per davvero. Perciò non è più il caso che pensi a cercare rimedio, no davvero.

Ma di ciò che si è perduto senza rimedio ci può essere in qualche modo consolazione. Come? Se si ha la speranza di prendere vendetta. E in che modo potrei prendere vendetta? Non lo so, a meno che non amasse anche lei qualcuno a cui non importasse nulla di lei. Ma che dico? Chi potrebbe essere così fuori di senno da non curarsi di lei? Nessuno, ad eccezione di una categoria di persone che hanno la stessa natura della rondine. La rondine è di una natura per cui non mangia né beve mai, non ciba i suoi rondinotti, né fa alcuna altra cosa se non volando; e non ha paura di nessun uccello da preda, perché nessuno può catturarla.

Così vi è una categoria di persone che non fanno nulla se non volando; e anche quando amano lo fanno passando oltre. E fintantiché vedono la persona amata, questa conta qualcosa per loro, ma non un attimo di più. D'altra parte non sono catturati da nessun uccello da preda, perché non vi è amore di dama o di damigella che possa trattenerli, ma si comportano alla stessa maniera con tutte. Come fa il riccio, che è in grado di appallottolarsi dentro ai suoi spini tanto che non si può toccarlo da nessuna parte senza che punga; e quando si voltola fra le mele può caricarsi da tutte le parti, perché da tutte le parti è ricoperto di spini. Perciò io dico che persone di questo genere assomigliano al riccio, in quanto possono prendere da ogni parte senza essere prese da nessuna parte.

Un uomo di tal fatta potrebbe benissimo vendicarmi. Ma questa vendetta mi sarebbe più fonte di rabbia che di consolazione: giacché preferirei che entrambi fossimo morti piuttosto che lei amasse un altro dopo avermi rifiutato. Che cosa vorrei dunque? Vorrei che si pentisse alla maniera del coccodrillo. Si tratta di un serpente acquatico comunemente denominato cocatris. La sua natura è tale per cui quando trova un uomo lo divora e, dopo averlo divorato, lo piange per tutta la vita.

Così vorrei che vi accadesse nei miei confronti, carissima amica. Io sono infatti l'uomo che avete trovato, e veramente trovato. Giacché, come si ottiene senza fatica ciò che si trova, così io sono diventato vostro in modo tale che mi avete ottenuto per niente. E poi mi avete divorato e ucciso della morte d'amore. Ora vorrei che ve ne pentiste e ne piangeste con gli occhi del vostro cuore. In questo modo potrei prendere vendetta di voi come piacerebbe a me, perché non desidererei a nessun costo l'altro genere di vendetta. Avrei però motivo di temere che a questo genere di vendetta si aggiungesse poi anche l'altro. Giacché, quando una donna si pente di aver lasciato andar via il suo amico leale, è molto facile che, se un altro le rivolge delle preghiere, essa gliele esaudisca con minore difficoltà.

Proprio come avviene nel caso del coccodrillo e di un altro serpente che si chiama idra. Si tratta di un serpente che ha molte teste e la sua natura è tale per cui se qualcuno gli taglia una delle sue teste gliene ricrescono due. Questo serpente odia di un odio naturale il coccodrillo, e quando vede che il coccodrillo ha mangiato un uomo e se ne pente tanto da non aver piú voglia di mangiare un altro uomo, pensa in cuor suo che sia quello il momento in cui è piú facile ingannarlo, perché non gli importa piú di cosa mangia. Allora l'idra si voltola nel fango facendo finta di essere morta; quando il coccodrillo la trova, la divora e la inghiotte in un solo boccone. Ma, una volta che si trova nel suo ventre, quella gli fa a pezzi tutte le viscere e poi ne esce trionfante per la sua vittoria.

Per questo dico che, dopo la vendetta del pentimento, avrei paura che arrivasse anche l'altra vendetta. Infatti l'idra dalle molte teste simboleggia l'uomo che ha tante amiche quante sono le donne di cui fa conoscenza. Ma che vasto potere hanno e come è grande il cuore delle persone di tal fatta, che sono in grado di dividerlo in tante parti! Nessuna donna può averlo tutto intero per sé, e se ciascuna potesse avere anche soltanto un pezzettino di un cuore di cosí alta condizione, ne sarebbe contentissima. Penso però che nessuna ne abbia neanche un briciolo; anzi un uomo cosí porge a tutte il suo cuore come colui che porta il bastone al gioco della briche: lo offre a tutti e non lo lascia a nessuno. Se volesse comportarsi correttamente, dovrebbe almeno lasciarlo in un posto; ma, siccome vuol giocare un bel tiro al suo compagno, lo,porta via. In questa maniera porgono i loro cuori alle dame e alle damigelle gli uomini di tal fatta. Eppure, anche se in ogni posto ne lasciassero una parte, non penso proprio che potrebbero farne buon uso: come, di un uomo che si dedica a troppi compiti, si dice che non verrà a capo di alcuno di essi.

Ma ora lascerò in pace un uomo di tal genere e ritornerò alla mia materia. Vorrei infatti che a coloro che dividono il loro cuore in tante parti toccasse per davvero di avere il cuore fatto a pezzi nel loro petto.

L'altra caratteristica dell'idra è che, quando ha perduto una delle sue teste, ne genera altre e trae profitto dal danno che ha subito. Essa simboleggia l'uomo che, se è tradito da una donna, ne tradirà sette o, se la donna lo tradisce una volta, per parte sua la tradirà sette volte. Di questa idra io ho una gran paura e vorrei proprio che la mia signora se ne guardasse, soprattutto da coloro che si comportano con maggiore umiltà nei suoi confronti. Infatti, colui che piú le dirà: « Signora aiutatemi ad acquistar valore », o: « Signora, accettatemi come vostro cavaliere », è proprio quello dal quale deve stare piú in guardia se vuole tenere nascosto il suo rapporto amoroso. Perché egli non riterrà di essere il suo cavaliere se non la chiama accanto a sé al momento di allacciarsi i gambali e di partire per il torneo, davanti a tanta gente che chiunque può raccontarlo; ne riterrà che essa lo abbia aiutato ad acquistar valore se non grida il suo nome quando sprona il cavallo, in modo che tutti lo sentano. Per di piú, e quel che è peggio, gli pare necessario avere al suo servizio un menestrello incaricato di gridare verso il palco che il suo signore non compie atti di generosità o di coraggio se non per amore di quella carissima che tutto il mondo dovrebbe adorare.

Da uomini di tal fatta vorrei proprio che la mia signora si guardasse. Perché con lei non si comporteranno meglio di quanto non faccia la vipera con i suoi genitori. Infatti la sua natura è tale per cui non viene alla luce se non dopo aver ucciso suo padre e sua madre. La femmina concepisce attraverso la bocca dalla testa del maschio nella maniera seguente: il maschio le infila la testa nella gola e quella gli taglia completamente la testa con i denti e la inghiotte; in questo modo concepisce, mentre il maschio muore. Quando giunge il momento del parto, partorisce attraverso il fianco: e cosí è inevitabile che il suo corpo si laceri ed essa muoia.

Per questo dico che posso legittimamente chiamare vipere gli uomini di tal genere. Giacché, come la vipera uccide i suoi genitori prima ancora di essere nata, cosí costoro non possono pervenire al valore di cui parlano se non divulgando il nome delle donne che li aiutano a raggiungerlo, o piuttosto che li generano, ammesso che in loro vi sia un poco di valore. Di questa vipera ho molta paura e vorrei proprio che la mia signora se ne guardasse. Eppure non so chi le sia vipera. Ma chiunque sia, se la mia signora ne ha accolto uno, vorrei che a lui e a me capitasse quel che capita ai due piccoli della scimmia.

La natura della scimmia, infatti, è di avere sempre due piccoli ad ogni figliata e, benché abbia verso entrambi un amore materno e li voglia allevare entrambi, tuttavia ne ama uno cosí svisceratamente rispetto all'altro, e questo cosí poco rispetto al primo, da potersi dire che ama l'uno e odia l'altro. Tanto che quando le danno la caccia per catturarla, anche se da madre qual è non vuole perdere né l'uno né l'altro, essa si getta quello che odia dietro di sé sulle spalle, e se ce la fa a tenersi tanto meglio per lui, mentre porta davanti a sé fra le braccia quello che ama e cosí fugge stando su due zampe. Ma quando è fuggita tanto da essere stanca di correre su due zampe ed è costretta a correre su quattro zampe, deve per forza perdere quello che ama e conservare quello che odia. E non c'è da stupirsene, perché quello che essa ama non si tiene a lei ma è lei a tenerlo, mentre non tiene quello che odia ma è lui che si tiene a lei. Perciò è logico che quando deve mettercela tutta, usando sia le zampe di dietro sia quelle davanti, essa perda quello che tiene e le rimanga quello che si tiene a lei .

Io affermo, carissima amica, che se voi aveste accolto come amante un uomo della natura della vipera, dell'idra, del riccio o della rondine, desidererei che capitasse a lui e a me quel che capita ai due piccoli della scimmia. Mi sembra infatti che, benché lo amiate piú di me, voi lo perdereste, mentre vi rimarrei io, che voi amate di meno, anzi che odiate: giacché lui non si tiene a voi ma siete voi a tenerlo, mentre io mi tengo a voi e voi non mi tenete. Dico che non è lui a tenersi a voi ma siete voi a tenerlo. Infatti, finché vorrete fare la sua volontà egli vi amerà, ma quando vorrete qualche cosa che non gli piacerà egli vi abbandonerà in preda alla collera, come se avesse voglia di attaccar briga con voi. Perciò costui non si tiene a voi, ma vi segue secondo la sua volontà e non secondo la vostra; allo stesso modo in cui la serra segue la nave.

La serra è un animale marino straordinariamente grande; possiede ali e penne immense e terribili grazie alle quali si lancia attraverso il mare piú rapidamente di una grande aquila che voli alla caccia di una gru, e le sue piume sono taglienti come un rasoio. Questa serra di cui vi parlo prova una tale ebbrezza per la sua velocità che, quando vede una nave correre rapidamente, fa a gara con la nave per mettere alla prova la sua velocità e corre a lato della nave gareggiando con essa, con le ali tese, per una distanza di ben quaranta o addirittura cento leghe tutto d'un fiato. Ma quando le manca il fiato, si vergogna di essere battuta: non si arrende un poco alla volta facendo del suo meglio per tentare di raggiungere la nave; ma non appena è stata superata di un nulla dalla nave, ripiega le ali e si lascia sprofondare di colpo negli abissi marini.

lo dico che un uomo simile vi segue alla stessa maniera, finché gli dura il fiato. Perché egli farebbe la vostra volontà fintantoché essa non sia contraria alla sua, ma, non appena le fosse contraria, non si limiterebbe a manifestarvi un po' di disappunto in segno di tolleranza o di riconciliazione; al contrario, vi abbandonerebbe di colpo in un accesso di collera. Per questo dico che siete voi a tenerlo mentre lui non si tiene a voi. Ma anche se voi non mi tenete, è evidente che io mi tengo a voi, perché tante volte, permettetemi di dirlo, avete suscitato la mia collera che, se avessi dovuto andarmene da voi perché in collera, non vi avrei amato in maniera smisurata come vi amo. Ma io vi amo di un perfetto amore e mi tengo a voi, tanto che se pure vi avessi perduta senza speranza, come vi ho perduta (ammesso che si possa perdere ciò che non si è mai posseduto), penso che non mi legherei ad altre donne: cosí come non cambia maschio la tortora, la quale ha una natura tale per cui quando ha perduto il suo maschio non ne avrà piú un altro.

E, dal momento che il vostro amico non si tiene a voi mentre io mi tengo, ho dunque ancora qualche speranza, per quanto debole, che vi possa succedere di perdere lui e di conservare me, conformemente alla natura della scimmia. E io dichiaro che mi tengo a voi e che non vi lascerei per nessun'altra: anche se accadesse che un'altra donna intenzionata a conquistarmi si comportasse con me come ci si comporta con chi si ama, costei non riuscirebbe a distogliermi dal vostro amore. Proprio come avviene alla pernice: quando essa ha deposto le uova, arriva un'altra pernice, gliele ruba, le cova e alleva i perniciotti finché sono diventati grandi; ma questi, una volta diventati abbastanza grandi per poter già volare insieme agli altri uccelli, se sentono chiamare la loro vera madre, quella che li ha messi al mondo, la riconoscono dal suo richiamo e abbandonano la falsa madre che li ha allevati per seguire l'altra sino alla fine dei loro giorni.

Gli atti del deporre e del covare le uova possono essere paragonati a due realtà che esistono in amore: il conquistare e l'accettare. Infatti, come l'uovo viene deposto privo di vita e incomincia a vivere solo dopo essere stato covato, cosí l'uomo quando è conquistato da amore è come se fosse morto e incomincia a vivere soltanto dopo essere stato accettato come amico. Per questo dico che conquistare equivale a deporre le uova e covarle ad accettare. E per questo affermo che poiché voi mi avete deposto, cioè conquistato, non esiste donna la quale, se mi covasse, cioè se mi accettasse, potrebbe evitare di perdermi e impedire che io mi riconosca subito vostro e vi segua per sempre.

Perciò io dico che, poiché non vi lascerei per nessun'altra e lascerei tutte le altre per voi, mi tengo a voi anche se voi non mi tenete. E mi sembra di essere la scimmia che avete gettato dietro le vostre spalle e non potete perdere. Per questo ho ancora qualche speranza, per tenue che sia, di rimanere alla fine vostro. Ma questa attesa è assai temibile per il mio uovo. Giacché l'uovo che avete deposto potrebbe attendere tanto a lungo di essere covato che non gli servirà piú a nulla. E' vero, io ho detto che qualche altra pernice ruba le uova e le cova; ma siate pur certa che non troverei nessuna che covasse questo uovo. Non lo dico perché io voglia trovarla, ma lo dico perché ho trovato chi mi ha detto: «Folle sarebbe la donna che riponesse in voi il suo cuore, perché voi siete preso altrove con un laccio cosí forte che essa perderebbe tutto quel che ha riposto in voi». Ed è capitato che mi dicessero queste o equivalenti parole molte donne, le quali mi avrebbero accettato volentieri come amico se non avessero temuto che io le abbandonassi alla voce della mia vera madre........

....Ma mi sembra che anche voi siate provvista in misura eccessiva di quell'orgoglio che non può stare insieme ad amore: dovreste spezzarlo oppure non gustereste la gioia dell'amore. Come fa l'aquila che quando il suo becco è diventato troppo lungo, tanto da impedirle di mangiare, lo spezza e lo affila nuovamente sulla pietra più dura che riesce a trovare.
Il becco dell'aquila simboleggia l'orgoglio che è contrario ad amore. Infatti si spezza il becco quando ci si umilia tanto da aprire le porte della fortezza che si trova davanti alla lingua, affinché questa possa riconoscere e concedere. Ma esistono donne che le aprono alla rovescia. Giacché esse si dissimulano completamente quando dovrebbero mettersi allo scoperto, mentre si divertono a cercare uno qualunque del quale si fidini e con il quale civettare. Io dico che questo è spezzare il becco alla rovescia. E tali donne assomigliano anche al coccodrillo.
Di norma tutti gli animali esistenti, quando mangiano, masticando muovono le mascelle inferiori e tengono ferme quelle superiori. Il coccodrillo, invece, mangia alla rovescia. Tiene ferme le mascelle inferiori e muove quelle superiori. Così avviene quando si parla dei propri amori. Si muovono le mascelle inferiori quando se ne parla in circostanze nelle quali l'amore non può che rimanere segreto. E chi potrebbe tenerlo segreto meglio dell'amico? Nessuno. Perché gli torna a tutto vantaggio. Ma quando se ne parla a un altro, chiunque esso sia, si muovono le mascelle superiori. Infatti la mascella inferiore, in quanto si trova sotto, simboleggia ciò che è nascosto, mentre la mascella superiore, in quanto si trova sopra, simboleggia ciò che viene divulgato.

E' per questo motivo mi sembra che, come il coccodrillo mangia alla rovescia quando muove le mascelle superiori e tiene ferme quelle inferiori, cosí spezzi il suo becco alla rovescia colei che parla dei suoi amori ad altri che al suo amico, di chiunque si tratti, e si dissimuli nei confronti del suo amico. Nello stesso tempo, vi sono poche persone che sappiano scegliere a chi parlare. Giacché vi è chi fa finta di essere assolutamente leale e poi morde con il suo tradimento; d'altra parte, e piú spesso ancora, vi è chi pur non avendo intenzione di commettere un tradimento non sarà mai capace di mantenere il vostro segreto, perché non gli sembrerà di doverlo mantenere nei confronti di altri dal momento che voi non lo avete tenuto nascosto a lui. Persone simili assomigliano al drago. Il drago infatti non morde nessuno, ma avvelena leccando con la lingua. E cosí fanno taluni: con la stessa leggerezza con la quale vi hanno sentito parlare, parlano ad altri di voi.

Chi volesse proteggersi da questo drago dovrebbe agire come l'elefante. Giacché la natura dell'elefante è di non temere alcun animale a eccezione del drago. Ma fra questi due animali vi è un odio naturale, tanto che quando la femmina dell'elefante deve partorire va a farlo nelle acque dell'Eufrate, un fiume dell'India, perché il drago ha una natura cosí ardente che non può sopportare l'acqua; e se potesse raggiungere i piccoli, li leccherebbe e li avvelenerebbe. Anche il maschio, per paura del drago, fa la guardia fuori dell'acqua sulla riva.

Io dico che chi si comportasse in questo modo non avrebbe motivo di temere il drago. Partorire infatti significa accettare come amante. Giacché prima è stato detto, parlando della natura della pernice, che una donna fa di un uomo il suo piccolo quando lo accetta come amico. E colei che facesse questo parto nell'acqua non avrebbe da temere il drago. Infatti l'acqua, in quanto ha natura di specchio, simboleggia la prudenza. Per questo la colomba si posa molto volentieri sull'acqua, perché se un avvoltoio si dirige verso di lei per catturarla, fin da lontano essa è avvisata dall'ombra dell'avvoltoio che scorge nell'acqua e ha tutto il tempo di mettersi in salvo .

Per questo io dico che si posa davvero sull'acqua chi fa tutto con tale prudenza da sapersi guardare, fin da lontano, da tutti coloro che possono nuocergli. E per questo dico che l'acqua simboleggia la prudenza. La donna deve perciò partorire nell'acqua se vuol salvarsi dal drago. Cioè, se vuole che il suo amore resti nascosto, essa deve accettare il suo amico con tanta prudenza da far sí che una troppo lunga attesa non lo getti in una disperazione tale da fargli commettere qualche azione incauta per la quale ci si possa aceorgere del suo amore e, d'altra parte, tale per cui non sia indotta lei stessa a cercare, per suo divertimento, un uomo qualsiasi coli il quale, nel frattempo, provi il desiderio di civettare.

Chi facesse uso di una tale prudenza non avrebbe motivo di temere che il suo amore fosse divulgato. Giacché non si sa di chi potersi fidare, e chi vuol stare in guardia dai malvagi stia in guardia da tutti. Vi è infatti chi garantisce di essere assolutamente leale ed èinvece un perfido traditore. E io crederei di meno proprio a colui che mi desse piú assicurazioni a parole. Giacché, dal momento che si dà tanta pena per essere creduto, vuol dire che conosce qualche cosa tale da suscitare timore e che egli vuole usare a fini malvagi.

Molti sono finiti male per aver avuto fiducia in gente che dava assicurazioni di questo genere. E' quanto accade con una balena di una specie tanto grande che, quando tiene il dorso fuor d'acqua, i marinai che la scorgono pensano che sia un'isola perché ha la pelle straordinariamente somigliante alla sabbia marina; tanto che i marinai vi si accostano come se si trattasse di un'isola, vi si stabiliscono e vi fanno dimora per otto o quindici giorni, cuocendosi il cibo sul dorso della balena. Ma quando essa sente il fuoco, si tuffa trascinandoli negli abissi marini.

Per questo io dico che ci si deve fidare meno di ciò che al mondo sembra piú sicuro. Cosí accade alla maggior parte delle donne che si fanno un amico. Vi è chi dice di morire d'amore mentre non sente né male né dolore; uomini simili ingannano le donne sincere come fa la volpe con le gazze. La volpe ha infatti una natura tale che, quando è affamata e non trova di che mangiare, si voltola nel fango rosso e si distende per terra con la bocca aperta e la lingua fuori, come se fosse morta e imbrattata di sangue. Allora vengono le gazze che la credono morta e vogliono mangiarle la lingua. Ma la volpe le azzanna afferrandole per la testa e le divora.

Cosí io dico che vi è chi fa di tutto per sembrare sconvolto dall'amore, mentre in realtà non ne fa il minimo conto e non aspira ad altro che a ingannare. Ma cosí voi direte magari di me stesso. E a questo vi rispondo che sono molte le ragioni per le quali si va in guerra. Gli uni lo fanno per proprio vantaggio, gli altri per combattere al servizio del loro signore, altri ancora perché non sanno dove andare e vogliono vedere il mondo.

Esiste un uccello chiamato avvoltoio, che ha l'abitudine di seguire gli eserciti perché vive di carogne e, per sua natura, sa benissimo che ci saranno uomini morti o cavalli uccisi. Questo avvoltoio simboleggia coloro che stanno dietro alle dame o alle damigelle per trar vantaggio da loro, per quanto grande sia il danno che esse ne devono subire. E coloro che vanno in guerra perché non sanno dove andare e vogliono vedere il mondo simboleggiano gli uomini che non amano nessuna donna. Ma non sono capaci di conoscerne una senza parlare d'amore, e non sanno parlarne senza rivolgerle delle preghiere. Non lo fanno con l'intento di ingannare, ma per abitudine. Infine, coloro che vanno in guerra per combattere al servizio del loro signore simboleggiano gli amici leali.

A questo proposito, vi assicuro di non seguirvi né per abitudine né alla maniera dell'avvoltoio. Ma, con la sola forza delle parole, non posso in nessun modo farvi sapere a quale specie appartengo. Se però mi accettaste, vi mostrerei chiaramente con i fatti che vi seguo per mettermi al servizio della mia signora. Tuttavia, dato che nessun discorso può servirmi a qualcosa presso di voi, non vi chiedo niente altro se non pietà.

QUI FINISCE IL BESTIARIO