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Strada buia

di Arthur C. Clarke

Robert Ashton aveva percorso un paio di miglia a quanto poteva giudicarne, quando la sua lampada si spense. Restò un momento immobile, come incapace di credere a tanta sfortuna. Poi scagliò via con rabbia l'oggetto divenuto inutile, che andò a cadere da qualche parte, nel buio, disturbando il silenzio delle rocce. Un'eco metallica continuò a risuonare per qualche istante verso le basse colline, si spense; tutto fu calmo di nuovo.

Questo, pensò Ashton era il colmo della sfortuna: niente poteva accadergli di peggio, ormai. Gli riuscì di ridere, perfino, di una disdetta così accanita. Chi avrebbe immaginato che l'unico trattore del Campo IV dovesse guastarsi proprio al momento della sua partenza per Port Sanderson? Ricordò i frettolosi tentativi di riparazione, il sollievo provato quando il motore si era avviato di nuovo...e la catastrofe finale, con la rottura di un cingolo.

Inutile rimpiangere adesso il fatto di essere partito così tardi: nessuno avrebbe potuto prevedere quella serie di incidenti; e, del resto, al momento dell'ultimo guasto, mancavano ancora quattro ore e mezzo al decollo del Canopus. D'altra parte, non poteva rassegnarsi a perdere l'astronave; non ce ne sarebbe stata un'altra prima di un mese, e i suoi affari non potevano aspettare tanto a lungo; senza contare che, affari o no, altre quattro settimane su quel pianeta sperduto sarebbero state intollerabili.

C'era stata quindi una sola cosa da fare. Fortunatamente, Port Sanderson distava dall'accampamento poco più di sei miglia: una distanza modesta anche a piedi. Quanto al suo equipaggiamento, che naturalmente aveva dovuto lasciare al Campo, gliel'avrebbero spedito con l'astronave successiva. La strada era rudimentale, appena spianata, tra le rocce, da un compressore da cento tonnellate della compagnia. Ma non c'era pericolo di sbagliarsi.

Anche adesso, senza lampada, un pericolo vero e proprio non c'era. Sarebbe arrivato in tempo, però, alla partenza dell'astronave? Avrebbe dovuto procedere con estrema lentezza: perché non poteva rischiare di perdersi, in quella regione di canyons e di enigmatiche gallerie che nessuno aveva mai esplorato. Il buio era assoluto, naturalmente, in quel pianeta all'estremità della Galassia, dove le stelle erano troppo poche e sparse per fornire un po' di luce. E il grande Sole vermiglio di quel mondo solitario non sarebbe sorto che fra parecchie ore. Quanto alle lune, ce n'erano cinque; ma erano così piccole da essere appena visibili a occhio nudo.

Ashton non era uomo da impietosirsi a lungo sulla propria sfortuna. Riprese il cammino, cercando di riconoscere col piede il fondo della strada. Questa, a quanto ricordava, era perfettamente dritta, tranne che in prossimità del passo di Carver, al quale saliva con una serie di curve. Se avesse avuto un bastone o qualche cosa del genere, per tastare il terreno davanti a sé, andare avanti gli sarebbe stato più facile. Così, invece, doveva calcolare attentamente ogni passo.

Al principio la cosa fu di una lentezza esasperante; finché, poco dopo, cominciò ad acquistare una certa sicurezza. Ma non aveva mai saputo quanto fosse difficile andare dritto. Sebbene le poche e deboli stelle gli servissero per orientarsi, andava continuamente ad inciampare nelle pietre non frantumate ai due lati della pista, procedendo a zig-zag nel tentativo di riportarsi, ogni volta, al centro della rozza strada di pietrame battuto.

Presto si adattò a questo modo di andare avanti, e si rassegnò anche a ignorare la lunghezza della strada percorsa. Non c'era che da continuare a sperare bene. Le miglia da percorrere erano poco più di quattro, e altrettante, o quasi, le ore che gli restavano. In fondo, avrebbe dovuto farcela; e quanto alla possibilità di smarrirsi, non voleva neppure arrischiarsi a considerarla.

Una volta impadronitosi del metodo per andare avanti, poté permettersi il lusso di pensare. Non c'era da pretendere che fosse un'esperienza piacevole; ma doveva riconoscere d'essersi trovato, altre volte, in situazioni ben peggiori. Finché restava sulla pista, poteva considerarsi perfettamente al sicuro.

Al principio si era illuso che poco a poco la sua vista si sarebbe adattata alla debolissima luce stellare, tanto da poter riconoscere almeno vagamente la strada. Ma a un tratto capì che l'intero tragitto avrebbe dovuto percorrerlo da cieco. Questa scoperta gli dette un vivido senso della sua remota lontananza dal cuore della Galassia. In una notte limpida come questa, i cieli di quasi ogni altro pianeta sarebbero stati chiari di innumerevoli stelle. Qui invece, a questa frontiera dell'universo, in cielo non c'erano che poche decine di deboli punti luminosi, altrettanto inutili che quelle cinque ridicole lune su cui nessuno si era mai dato la pena di sbarcare.

Un leggero cambiamento della strada interruppe i suoi pensieri. C'era una curva, qui, o aveva di nuovo poggiato troppo verso destra? Procedette con grande lentezza lungo il bordo invisibile e mal definito. Sì, non c'era da sbagliarsi: la strada voltava a destra. Cercò di ricordarsi esattamente il tracciato, ma non ci riuscì; di giorno, ci era passato una volta sola. O questa curva significava che il passo era vicino? Sperò fervidamente di sì, perché allora sarebbe stato a mezza strada.

Cercò di spingere avanti lo sguardo, ma non gli riuscì neppure di distinguere la linea dell'orizzonte. La stadia continuò poi senza svolte, e la sua speranza cadde. Il passo era sempre lontano. Le miglia che restavano, erano ancora almeno quattro.

Quattro miglia! Una distanza ridicola. Quanto tempo avrebbe impiegato, il Canopus, per percorrere quattro miglia? C'era perfino da dubitare chi un intervallo di tempo così piccolo fosse misurabile. E, lui stesso, Robert Ashton, quanti bilioni e trilioni di miglia non aveva precorso, in vita sua? Il totale doveva essere davvero impressionante, dal momento che da vent'anni a questa parte non era mai rimasto più di un mese , al massimo, su uno stesso mondo. Non più di un anno fa, aveva compiuto due volte la traversata della Galassia: e questo era un viaggio notevole, anche in tempi che avevano visto svilupparsi i trasporti in overdrive. Inciampò in una pietra aguzza, e l'urto lo riportò bruscamente alla realtà. Non serviva a niente, qui, pensare alle navi che potevano divorare gli anni luce. Era solo di fronte alla natura, senz'altre armi che la sua propria forza e accortezza. E il disagio che provava, non derivava soltanto dal timore di perdere la nave.

Strano che gli fosse voluto tanto tempo per identificare la causa reale di questo disagio. Le ultime quattro settimane erano state molto piene, e la fretta della partenza, insieme al fastidio e alla preoccupazione causata dal guasto del trattore, aveva cancellato ogni altro ricordo della sua mente. Inoltre, si era sempre sentito piuttosto fiero della propria imperturbabilità e mancanza d'immaginazione. Sicché, finora, non gli era mai tornata alla memoria quella prima sera passata alla base, quando la gente del posto l'aveva gratificato delle solite storie immaginose, inventate a beneficio dei nuovi venuti.

Era stato allora che un vecchio impiegato dei magazzini gli aveva raccontato d'un viaggio fatto a piedi, di notte, da Port Sanderson all'accampamento, e di qualcosa che l'aveva seguito, tenendosi però sempre a distanza dal raggio della lampada, mentre attraversava il passo di Carver. Ashton, che su tanti mondi aveva sentito centinaia di quelle storie, non se n'era interessato più che tanto. E anche adesso, non c'era ragione di interessarsene di più; questo pianeta, tutti lo sapevano, era disabitato. La logica, tuttavia, non bastava a sbarazzarlo di ogni disagio. Supponiamo che il racconto del magazziniere, dopo tutto, non fosse interamente fantastico?

Non era un pensiero piacevole, e Ashton non aveva nessuna voglia di starci a ricamare sopra. Ma sapeva che, se anche gli fosse riuscito di cacciarlo, l'inquietudine sarebbe rimasta. L'unico modo di liquidare i terrori immaginari era di considerarli francamente, apertamente; era questo che doveva fare ora.

Il suo argomento più forte era la nudità di quel mondo, la sua completa desolazione. Ma, doveva riconoscerlo, si potevano invocare diversi contro-argomenti, come appunto aveva fatto il vecchio impiegato. Gli uomini non erano arrivati su quel pianeta che da venti anni, e molto restava ancora da esplorare. Nessuno poteva negare che tutte quelle gallerie scavate nella roccia fossero sconcertanti. Certo, la loro origine vulcanica sembrava incontestabile; ma era anche vero che in posti simili accadeva abbastanza spesso di trovare forme di vita. Ashton rabbrividì al ricordo dei polipi colossali che avevano aspettato sottoterra i primi esploratori di Vargon III.

Tutto questo non permetteva di arrivare a nessuna conclusione, comunque. Supponiamo che, malgrado tutto, il pianeta nascondesse qualche forma di vita: e con questo?

La maggioranza delle forme di vita nell'universo, manifestavano una completa indifferenza nei riguardi dell'uomo. Alcune, addirittura, come gli esseri gassosi di Alcoran, o le "anime vaganti" di Shandaloon, di natura ondulatoria, lo ignoravano al punto da lambirlo o attraversarlo come neppure esistesse. Altre erano semplicemente incuriosite. Altre ancora, talmente amichevoli da riuscire imbarazzanti. Poche assalivano se non erano attaccate.

La storia raccontata dal vecchio magazziniere, però, era piuttosto fosca. Laggiù era stato facile riderne. Ma qui, al buio, a miglia di distanza da ogni presenza umana, la cosa si presentava diversamente.

Fu quasi un sollievo finire nuovamente fuori strada, e dover cercare a tastoni, con le mani, per ritrovarla. Le pietre del fondo stradale, qui, sembravano meno frantumate, ed era difficile distinguerle dall'altro pietrame sui lati. Pochi minuti dopo, tuttavia, Ashton era di nuovo felicemente in cammino.

Gli dispiaceva accorgersi di come rapidamente i suoi pensieri ritornassero allo stesso preoccupante soggetto: evidentemente, la sua inquietudine era maggiore di quanto egli stesso non volesse ammettere.

Un fatto consolante era questo: che nessun, a quanto ricordava, aveva dimostrato di prestare fede alla storia del magazziniere. Le domande che alcuni gli avevano fatto, erano state piuttosto per prenderlo in giro. Dopo tutto, che cosa aveva visto? Una grande sagoma confusa, nella notte, che avrebbe potuto essere una roccia di forma un po' strana. E quel rumore curioso, una specie di ticchettio, che aveva tanto impressionato il vecchio: chiunque può immaginarsi suoni simili, di notte, per poco che sia già inquieto Se poi, comunque, una presenza c'era stata davvero, e se questa presenza era ostile, perché non aveva attaccato? "Perché aveva paura della mia lampada", aveva detto il magazziniere. Sì, questo era abbastanza plausibile; e avrebbe spiegato perché, di giorno, nessuno aveva mai visto niente. Potevano esserci animali che vivevano sottoterra, e venivano fuori soltanto di notte. Sicché... Ma al diavolo! Perché doveva prendere sul serio le fantasie di quel vecchio idiota! Ashton riprese il controllo dei suoi nervi. Se continuava così, disse con rabbia, presto avrebbe visto e sentito un intero serraglio di mostri.

C'era, del resto, un fatto che liquidava senz'altro quella ridicola storia; un fatto molto semplice, al quale gli rincrebbe di non aver pensato subito: Di che cosa avrebbe potuto vivere, una bestia così, su quel pianeta? Gli venne da ridere, pensando alla facilità con cui avrebbe potuto tranquillizzarsi fin da principio; e nello stesso istante scoprì che non gli riusciva di ridere davvero. Se era così sicuro del suo ragionamento, perché badava ancora a non far rumore, invece appunto di ridere, o di fischiare, o di cantare, o di fare un'altra cosa qualunque per tenersi su di spirito in quella noiosa camminata? Si pose apertamente la domanda, come una specie di prova del proprio carattere; e, con vergogna dovette riconoscere di avere ancora paura: paura che "ci potesse essere qualcosa di vero, dopotutto..."

Un certo sollievo, tuttavia, il ragionamento di poco fa gliel'aveva procurato. Sarebbe stato meglio, dunque, non approfondire di più e restarsene con quella mezza convinzione. Ma una parte del suo cervello si accaniva a frugare in quella direzione; per cui, a un certo punto, si ricordò degli animali-piante di Xantil Maior: e la scossa fu così spiacevole da farlo fermare di colpo, sbigottito.

Non che gli animali-piante di Xantil avessero nulla di orribile; anzi, erano creature di considerevole bellezza. Ma ciò che li rendeva adesso così inquietanti, era il fatto che potessero vivere per un tempo indefinito, senza nutrirsi apparentemente di nulla; tutta l'energia di cui avevano bisogno per vivere le loro strane vite, la ricavavano dalla radiazione cosmica. E i raggi cosmici, qui, erano intensi come in qualsiasi altra parte dell'universo...

Aveva appena pensato a questo primo esempio, quando gliene vennero in mente molti altri. Per esempio quello degli esseri di Tantor Beta, soli, tra tutti quelli conosciuti, capaci di utilizzare direttamente l'energia atomica. Il pianeta dove vivevano, era molto simile a questo...

La mente di Ashton si andava rapidamente dissociando in due parti, ciascuna delle quali cercava di convincere l'altra, senza mai riuscirci completamente. Ma lui non seppe quanto il suo morale fosse peggiorato, finche non s'accorse di star quasi trattenendo quasi il respiro, per meglio esplorare il silenzio delle tenebre che l'avvolgevano. Tossì con rabbia, riportando le sue riflessioni su problemi più immediati.

Non c'era dubbio che la strada fosse adesso in leggera salita. Una svolta. Un'altra svolta. Poi, improvvisamente grandi rocce limitarono da una parte e dall'altra il campo delle poche stelle visibili, rendendo l'oscurità, se possibile, ancora più densa.

Tra quei muri di roccia si sentì in qualche modo più sicuro: almeno sui fianchi, pensò, era protetto. Qui, inoltre la strada era stata spianata meglio, ed era più facile da seguire. Infine, e questa era la cosa più consolante, sapeva ormai di essere più che a mezza strada. Per un po' si sentì decisamente sollevato. Poi, con maligna perversità, il suo cervello ricominciò a lavorare nella vecchia direzione. Era stato dall'altra parte del passo di Carver, ricordò, che s'era svolta - se s'era mai svolta - l'avventura del vecchio magazziniere.

Tra mezzo miglio sarebbe uscito all'aperto, senza neanche più la relativa protezione di queste rocce. Questo pensiero gli sembrava doppiamente orribile, ora, e si sentiva già come nudo. Avrebbe potuto essere attaccato da qualsiasi direzione, senza potersi difendere in nessun modo...

Fin qui, aveva ancora mantenuto un certo controllo dei suoi propri .pensieri. Molto risolutamente, aveva cancellato dalla sua memoria l'unico fatto che avesse dato in po' di colore al racconto del vecchio: la sola "prova concreta " che avesse fatto tacere per un momento i motteggi e portato un certo brivido perfino nell'allegra atmosfera del ristorante Ora, con l'indebolirsi della volontà, Ashton ritrovò l'evidenza della memoria.

Il vecchio impiegato disse di non aver udito alcun rumore di inseguimento da parte della vaga forma che aveva indovinato, più che visto, oltre il cerchio luminoso proiettato dalla lampada. Non c'era stato un grattare di unghie, né uno scalpitare di zoccoli fra le rocce, e neppure il minimo suono di pietre smosse. Era come se - così aveva detto il vecchio con quel suo tono un po' solenne - "era come se la cosa che m'inseguiva potesse vederci perfettamente al buio. E avesse tante piccole zampe o piedi che gli consentissero di muoversi facilmente sul pietrame, come un bruco gigante o una di quelle bestie a tappeto di Kralkor II"

Tuttavia, se rumori d'inseguimento non ce n'erano stati, c'era stato però, a più riprese, un suono che per la sua stessa stranezza sembrava carico di una terrificante minaccia: un debole, ma orribilmente ritmico ticchettio.

Il vecchio aveva saputo descriverlo molto vividamente. Troppo vividamente per il gusto di Ashton, adesso.

"Avete mai sentito un grande insetto macinare la preda? - aveva detto. - Bene, era proprio un rumore così. Credo che anche un granchio faccia lo stesso rumore, quando agita le tenaglie. Era un suono...Com'è quella parola?...Un suono chitinoso".

Ashton si ricordò che a quest'uscita aveva riso forte. (Strano, come ora gli tornasse tutto così alla memoria): Ma nessun altro aveva riso, sebbene fin lì non avessero fatto che sghignazzare. Accorgendosi del cambiamento di atmosfera, lui stesso aveva subito messo di ridere, e aveva chiesto al vecchio di continuare la sua storia. Come avrebbe voluto, ora, non aver chiesto nulla!

La continuazione della storia, per altro, era stata breve. Il giorno dopo, uno scettico gruppo di tecnici era andato sul posto indicato dal magazziniere. Non erano stati scettici abbastanza da non portare i fucili, ma avrebbero potuto benissimo farne a meno: perché non avevano scoperto il minimo segno di vita. Avevano visto, certo, l'inestricabile intrico di pozzi e di gallerie, levigati anfratti dove la luce delle lampade si rifletteva senza fine di parete in parete, fino a perdersi in lontananza...Ma di pozzi, di gallerie simili, era solcato il pianeta intero.

Tuttavia, sebbene non avessero scoperto il minimo segno di vita, avevano trovato una cosa che non era piaciuta a nessuno. Nella zona accidentata ed inesplorata a nord del passo, s'erano imbattuti in una galleria più ampia delle altre. All'imbocco di questa galleria, mezzo confitto nel suolo, c'era un grosso macigno. E questo macigno appariva logorato e consunto su due lati, come se qualcuno l'avesse usato da enorme mola per arrotare.

Non meno di cinque, tra i presenti di quella sera, avevano visto l'inquietante macigno; e, nessuno di loro si era detto perfettamente convinto che potesse trattarsi d'una formazione naturale, sebbene, a loro avviso, non ci fosse probabilmente alcun rapporto tra l'oggetto in questione e l'esperienza notturna del magazziniere. Ashton aveva chiesto se nessuno avesse tentato di ripeterla. Quell'esperienza; e la sua domanda era stata seguita da un silenzio imbarazzato. Il grosso Andrew Hargraves finalmente aveva detto:"Al diavolo! Ma chi credete che se ne andrebbe a girare intorno al passo, di notte, solo per levarsi una curiosità?" E la cosa era rimasta lì.

Di fatto, nessun altro era mai andato a piedi di notte, da Port Sanderson al Campo IV o viceversa. Anzi, nessuno c'era mai andato eppure di giorno, dal momento che nessuno avrebbe potuto sopravvivere senza schermatura alla radiazione di quel Sole enorme, purpureo che sembrava riempire mezza volta celeste. E a chi sarebbe venuto in mente di fare sei miglia a piedi , con una pesante schermatura addosso, quando si poteva andarci col trattore?

Ashton si accorse che stava ormai uscendo dal passo. Le rocce ai lati della strada s'erano abbassate, scoprendo di nuovo le stelle, e il fondo di pietre era già meno compatto. Stava tornando all'aperto, dunque; e da qualche parte nel buio, non lontano da lì, c'era quell'enigmatico macigno che aveva potuto - che poteva - servire ad affilare mostruose zanne o artigli. Non lontano da lì. Non c'era modi di non pensarci.

Sentendosi quasi in preda al panico, fece uno sforzo per riprendersi. Avrebbe cercato di essere razionale: avrebbe pensato ai lavori che l'aspettavano, a quelli che aveva appena terminati, a qualsiasi altra cosa... tranne che a questo posto d'inferno. Per un po', ci riuscì meglio di quanto avesse immaginato. Ma poi, con esasperante insistenza , ogni corso di pensieri cominciò a riportarlo verso lo stesso punto nero. Non poteva togliersi dalla mente l'idea di quell'inesplicabile macigno e delle sue possibili agghiaccianti implicazioni. E ogni volta si ritrovava a domandarsi dove fosse: se a destra della strada o a sinistra; o se lo avesse già passato...

Il pendio era terminato e la strada era tornata perfettamente dritta. Port Sanderson, ormai, doveva essere a circa due miglia e mezzo. Ma Ashton non aveva idea di quanto tempo fosse passato, da quando camminava così, e sfortunatamente il quadrante del suo orologio non era luminoso. A giudicare dalla percorsa, e con un po' di fortuna, alla partenza del Canopus dovevano ancora mancare oltre due ore. Non aveva modo di esserne sicuro, però, e un nuovo timore cominciò ad agitarlo: quello di vedere alzarsi da un momento all'altro, e sparire rapidamente nel cielo, la vasta costellazione delle luci dell'astronave; quello di sapere che tutte le angosce sopportate in quel buio, sarebbero state invano.

Non andava più tanto a zig-zag, ormai, come se in qualche modo riuscisse a prevedere la vicinanza dei bordi della strada, prima di inciamparci. Probabilmente, pensò con soddisfazione, stava avanzando quasi con la stessa velocità che se avesse avuto un lume. Se tutto andava bene, avrebbe potuto arrivare nelle vicinanze di Port Sanderson tra una mezz'ora: uno spazio di tempo addirittura ridicolo. E come avrebbe riso delle sue paure, entrando nella confortevole cabina già riservata sul Canopus! Avrebbe avuto appena il tempo di sistemarsi, la nave avrebbe decollato, e, poco dopo, il caratteristico fremito delle strutture ne avrebbe annunciato il passaggio in overdrive. Allora quel mondo sperduto sarebbe rimasto rapidamente indietro di milioni di miglia, e la nave avrebbe proseguito verso i densi ammassi stellari al centro della Galassia, "passando accanto" alla stessa Terra, che Ashton non rivedeva da tanti anni. Un giorno, si promise, sarebbe davvero tornato per un po' sulla Terra. Da vent'anni continuava a riprometterselo, e mai ne aveva avuto il tempo. Già: la mancanza di tempo sembrava una caratteristica dominante dei Terrestri. Ma, non per niente, evidentemente, un pianeta così insignificante aveva avuto una parte così enorme nella storia dell'universo, giungendo a dominare anche mondi tanto più intelligenti e saggi!

I suoi pensieri finalmente avevano preso un corso innocuo, e Ashton si sentì più calmo. La certezza che Port Sanderson fosse vicina era già di per se stessa straordinariamente rassicurante.; e tanto più facile diventava dunque limitarsi ai temi familiari, senza importanza. Il passo di Carver era già lontano alla sue spalle, e con esso quell'oscura minaccia di cui non gli premeva di rammentarsi . Un giorno, se mai fosse ritornato su questo pianeta, avrebbe esplorato il passo di pieno giorno, e riso nuovamente dei propri timori: timori che tra venti minuti, ormai, sarebbero scomparsi come le paure chimeriche della sua infanzia.

Ebbe addirittura un soprassalto - ma il più piacevole che avesse mai provato - quando vide d'un tratto le luci di Port Sanderson spuntare all'orizzonte. La curvatura di quel piccolo mondo era molto ingannevole: nessuno avrebbe detto che un pianeta con una gravità quasi uguale a quella della Terra, potesse avere un raggio così ridotto e un orizzonte così vicino. Ma presto o tardi si sarebbe finito per scoprire che cosa, sotto la sua crosta, potesse dargli una densità così straordinaria: tutti quei pozzi e quelle gallerie avrebbero forse facilitato la ricerca... Già, veramente, questa era una svolta di pensiero un po' infelice. Ma la vicinanza della meta l'aveva liberato da ogni vero terrore. Anzi, l'idea che potesse esserci realmente qualche pericolo sembrava adesso conferire un certo gusto piccante alla sua avventura. Niente avrebbe potuto più accadergli, con così poca strada da fare e le luci di Port Anderson in vista.

Qualche minuto dopo, i suoi sentimenti cambiarono di colpo quando si accorse che la strada voltava. Aveva dimenticato il crepaccio che obbligava , in quel punto, a un giro di circa mezzo miglio. Bene: e con questo? Un mezzo miglio di più non avrebbe fatto una gran differenza, adesso: dieci minuti di più, al massimo.

La cosa più deludente, invece, fu che le luci della città scomparissero di nuovo. Ashton non ricordava che ci fosse stata anche una collina; forse era solo un basso costone, che di giorno neppure si notava, ma che intanto, togliendogli le luci di Port, bastava a togliergli il suo maggior conforto e a ripiombarlo nel più assoluto nervosismo

Con pochissima ragionevolezza - come si disse subito da sé - cominciò a pensare a quanto sarebbe stato orribile se qualcosa gli fosse accaduto proprio ora: proprio ora, quando il viaggio era quasi finito. Per un po', tuttavia, gli riuscì di tenere a bada le paure peggiori, sperando con forza che le luci riapparissero da un momento all'altro. Ma, col passare dei minuti, dovette convincersi che quel costone era molto più lungo di quanto avesse immaginato. Cerò di consolarsi pensando che le luci, quando fossero riapparse, sarebbero state vicinissime. Ma la logica, di nuovo, sembrava aver perso ogni efficacia; tanto da indurlo a qualcosa che non aveva fatto neppure nel tratto più angoscioso, all'uscita del passo di Carver: si fermò, si voltò indietro e rimase ad ascoltare trattenendo il respiro, finché i polmoni non furono quasi per scoppiargli.

Il silenzio era quasi soprannaturale, specie considerando quanto vicino dovesse ormai essere Port Sanderson. Dalle tenebre dietro di lui, comunque, non veniva certamente nessun rumore. Era naturale, si disse con rabbia, che non venisse nessun rumore! Ma il sollievo che provò fu comunque immenso. Il pensiero di quel "ticchettio ritmico e insistente". Aveva continuato ad ossessionarlo durante tutta l'ultima ora.

Così familiare e amichevole, invece, fu il rumore che finalmente lo raggiunse, da costringerlo stavolta a ridere davvero, tanto la sue tensione era caduta di colpo. Calmo e regolare, nell'aria tranquilla, da un punto certamente non più lontano di un miglio, si sentiva il rumore di un trattore pesante: forse uno dei trattori del campo di decollo, che stavano caricando il Canopus. Tra pochi secondi, si disse con giubilo, il costone sarebbe finito e la strada avrebbe voltato di nuovo: Port Sanderson sarebbe stata a poche centinaia di metri più avanti. Il viaggio era alla fine. Tra un momento, la desolata pianura alle sue spalle non sarebbe stata più che un ricordo.

La cosa parve perciò tanto più orribilmente sleale. Un tempo così breve, una frazione così insignificante di vita umana: era tutto quello di cui ormai avrebbe avuto bisogno. Ma gli dei sono sempre stati sleali con gli uomini, e ora si divertivano al loro piccolo scherzo. Perché non c'era da sbagliarsi sul rumore che si sentiva adesso: un rumore di artigli mostruosi, ritmicamente agitati, in quel buio della strada davanti a lui.

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Last modified on 24/05/96