IDENTITA'


Come lo stesso Calvino ha fatto per tutta la sua vita, anche la critica iniziò a chiedersi chi egli fosse, chi si nascondesse dietro quei racconti che sembravano fatti da autori diversi per quanto diverso era lo stile dall'uno all'altro. Un'eccezione fu Cesare Pavese il quale accennò alla sua mobilità stilistica soprannominandolo "scoiattolo della penna".
Poi, nel 1967 uscì un articolo intitolato "identità di Calvino" in cui Cesare Garboli esprimeva la sua convinzione a proposito della personalità dello scrittore per cui "i fatti umani e storici sono infinitamente meno importanti di quelli inconsci". Finché Calvino era un ragazzo spensierato, il suo gioco narrativo poteva andare avanti senza scompensi, ma ormai la maturità si era impadronita di lui, la saggezza si era sovrapposta alla trasparenza.
Garboli aggiunse che Calvino, libero da ogni falso modello interno, si presentava per quello che era, un enigma inconscio. Anche dopo questi articoli Garboli continuò a esortare Calvino a "evadere da quella prigionia" e a parlarcene senza tante storie.
Tuttavia facciamo ora un esempio di come Calvino fosse contrario all'idea della confessione diretta: nel capitolo autobiografico del libro "Il castello dei destini incrociati", a differenza di tutti gli altri la voce narrante (Calvino appunto) ci descrive una sua storia con le carte residue e ci comunica quindi la sua idea di identità come d'un qualcosa mutevole e intercambiabile.
La stessa cosa si ripete nell'ultimo capitolo di "Palomar" quando dopo una serie di osservazioni sul mondo che lo circonda il protagonista si appresta ad un esame autocritico, ad una esplorazione di se stesso che si conclude però con un nulla di fatto. D'altronde lo stesso Calvino si è occupato varie volte di questo argomento e la sua conclusione finale è stata che "L'identità è un insieme di linee divergenti che trovano nell'individuo il loro punto di intersezione".
In un'altra occasione egli afferma inoltre, parlando di Ulisse, che l'identità è quello che rimane immutato e continuo in una persona nel corso del tempo. Il testo nel quale Calvino affronta con decisione questo argomento è "La poubelle agrèèe" che è confluita nel volume autobiografico "Passaggi obbligati" e in "La strada di San Giovanni". In questo testo Calvino ci dà un'idea di identità come di ciò che rimane stratificato in noi quando abbiamo buttato via le cose che non ci servono o non desideriamo più.
In un altro testo degli anni Sessanta "Dall'opaco" vediamo che l'identità si costituisce intorno ad un nucleo, un imprinting naturale. Questa teoria è quindi in contrasto con quella precedente che diceva l'opposto. L'identità in definitiva è una sintesi tra il nucleo e il residuo. Tornando a Calvino bisogna dire che è vero quello che diceva Garboli: Calvino aveva paura di esistere solo nei suoi libri. Contro questa crescente incertezza egli adottava due tattiche opposte: la proliferazione e la molteplicità delle identità, come in "Se una notte d'Inverno un viaggiatore...", ed il tentativo di non averne una.
Dato che ovviamente entrambi i tentativi risultavano vani, per Calvino si può ricordare una frase di Cocteau: "Lo stile è cercare di non averne uno, non riuscendoci." Allo stesso modo per Calvino: "L'identità è cercare di non averne una, non riuscendoci". E per quanto riguarda quello che si trova oltre alla scrittura? Forse ne avremmo saputo di più se avesse fatto in tempo a scrivere un libro di cui rimane solo il titolo "Istruzioni per il sosia".