LE LEZIONI AMERICANE

Nel Giugno del 1984 Calvino viene invitato a tenere ad Harvard sei Norton Lectures, delle relazioni la cui particolarità è l'assoluta libertà nella scelta del tema. E' la prima volta in cui Calvino deve creare dal nulla un saggio prendendo direttamente e in prima persona la parola. Fino all'inverno successivo, Calvino non fa altro che raccogliere materiale utile per il suo intervento: nel'Aprile del 1985 termina la stesura della "leggerezza", tra Maggio e Giugno le si affiancano anche la "rapidità", la "molteplicità", "l'esattezza" e la "visibilità". La sesta e ultima sezione, la "consistency", rimane incompiuta perché Calvino muore poco prima di partire. Il libro incompiuto viene pubblicato dapprima solo in America e dopo tre mesi arriva anche in Italia. Per accostarsi a questo libro straordinario è però importante non considerarlo come un testamento letterario di Calvino: all'essenza di questo libro ci si può avvicinare prendendo in considerazione la successione dei suoi antenati letterari del Novecento: "Aspetti del romanzo" di Forster, "Lezioni di letteratura" di Nabokon, le conferenze di Bachmann, i saggi di Auden e le "Variètès" di Paul Valèry, tutte opere che presuppongono una vita di letteratura ma che soprattutto ne esprimono la gioia, il piacere del leggere e dello scrivere. Su questo libro il commento più appropriato è stato quello di Alberto Moravia, il quale ha affermato che questo non è il libro di un vecchio, ma di un giovane che vede la letteratura come una donna amata, bellissima, ritrosa e lontana, e la vuole conquistare. Ovviamente poi, le "Lezioni americane" sono anche un riepilogo, una sintesi di quindici anni di saggistica; è un libro importante non perché Calvino finalmente si riveli come persona, ma perché mette sulla carta la sua idea di come dovrebbe essere la letteratura. C'è nelle "Lezioni americane" una coppia di autori, Lucrezio e Ovidio, che incarnano il primo l'unicità e il secondo la molteplicità. Si farebbe presto a dividere le opere di Calvino in questo modo, ma è invece più importante capire questo: la figura di Lucrezio è il simbolo della scomponibilità del mondo in elementi primi e inalterabili, mentre quella di Ovidio della loro incessante trasmutabilità. L'universo di Lucrezio è discontinuo ma padroneggiabile con la mente mentre quello di Ovidio è un proliferare di forme concrete e definite. E' vero che la materia è discontinua ed il mito è continuo, ma si può sempre metterli in relazione: nell'immaginazione di Calvino le forme di Ovidio nascono dal caos di Lucrezio, perché ogni cosa obbedisce ad un principio di analogia che è il vero tessuto connettivo del mondo.