OVIDIO

LA VITA; IL PROBLEMA DELL'ESILIO

Plubio Ovidio Nasone nacque a Sulmona nel 43 a.C. da una famiglia ricca, appartenente al ceto equestre. La sua educazione fu notevole, poichè frequentò i maestri di retorica a Roma e, addirittura, si perfezionò ad Atene. Quando era ancora giovanissimo entrò nel circolo di Messalla Corvino; in questo modo ebbe la possibilità di stringere rapporti di amicizia con celebri poeti del tempo. Anche se in gioventù ricoprì cariche di magistratura inferiore, si può dire che Ovidio non amasse la carriera politica. Egli infatti fu il più importante esponente di un movimento al quale si associarono molti illustri letterati del tempo, e cioè quello di astenersi e sdegnare la carriera politica.
Questo fenomeno non è casuale: infatti, essendo la generazione di Ovidio cresciuta in una situazione di pace, il disinteresse per la vita politica era logico, dato che la politica a Roma era direttamente collegata alle campagne militari. Egli, come tutti gli altri nobili aderenti a quella filosofia di vita, preferiva la vita mondana, frequentava spesso e volentieri i circoli. Dopo una serie di testi riguardanti l'erotismo come 'Amores', 'Heroides' e 'Ars Amatoria', Ovidio scrive il suo più celebre romanzo: 'Le Metamorfosi', impegnandosi infine all'elaborazione dei 'Fasti', che dovevano essere la versione poetica del calendario romano.
La rovina giunse per lui improvvisa, quando era al culmine della fama e della fortuna letteraria: nell'9 d.C. un ordine dell'imperatore gli intimò di lasciare Roma e lo relegò nella lontanissima Tomi, sul Mar Nero: nello stesso tempo l' 'Ars Amatoria' venne bandita dalle biblioteche pubbliche. I motivi che potrebbero aver spinto l'imperatore ad un tale gesto sono molteplici, tuttavia sia gli storici, che lo stesso Ovidio, non sono affatto espliciti nel descrivere l'episodio. La fonte più "chiara" che ci è pervenuta è il II libro dei 'Tristia' in cui Ovidio parla di due motivi: un "carmen" e un non meglio identificato "error". Il vero motivo scatenante è stato l''Ars Amatoria', dal principe considerata una guida agli amori illeciti e, quindi uno strumento di corruzione dei costumi. Ovidio nel II libro della 'Tristia' tenta, con un atto di penitenza, di convincere il sovrano a riammetterlo all'interno della corte, ma tralascia i particolari su quei famosi "carmen" ed "error", probabili cause principali del suo esilio.
Alla situazione rovente che si era venuta a creare e che poi ha portato all'esilio di Ovidio, influì in modo considerevole la scomparsa dalla scena di Mecenate, il quale ricopriva un importante ruolo nella letteratura del tempo, facendo da mediatore tra gli autori e l'imperatore stesso, che aveva esigenze ben precise.
E' interessante vedere come, da un punto di vista strettamente storico, la pubblicazione de 'Le Metamorfosi' coincida esattamente con la nascita della legislazione augustea in materia matrimoniale; la libertà espressiva presente nell'opera di Ovidio ha probabilmente creato uno scandalo alla luce della nuova legislazione appena emanata da Augusto.


'LE METAMORFOSI'

Concluso con i 'Remedia' e i 'Medicamina' il ciclo erotico, Ovidio nel 3 d.C. si dedica alla composizione del genere mitico-epico con 'Le Metamorfosi', divise in quindici libri, e 'I Fasti', rimasti incompiuti al quarto libro. Con questi poemi epici, Ovidio voleva probabilmente rinconquistare quella stima persa, nei confronti di Augusto, con l''Ars Amatoria'.
Le 'Metamorfosi' hanno come argomento le trasformazioni in piante, in animali o in fenomeni naturali di personaggi del mito, dal caos primigenio fino a Cesare trasformato in astro e all' apoteosi di Augusto. Sono storie che non hanno in comune nè i personaggi nè il cronotopo, ma narrano tutte di una metamorfosi. Le centinaia di favole raccolte nell'opera ovidiana narrano le trasformazioni in alberi (Dafne) in fonti (Aretusa), in fiumi (Marsia), in pietre (Scilla), in animali (Atteone), metamorfosi di dei in forze della natura (Teti) e di oggetti in esseri animati (le navi di Enea).
Già in epoca ellenistica erano state composte opere in cui si narravano mitiche metamorfosi: tali sono l''Ornithogonìa' di autore ignoto, ripresa a Roma da Emilio Marco - amico di Ovidio -, in cui si narravano trasformazioni di personaggi mitici in uccelli, e la raccolta di 'Metamorfosi' di Nicandro, che Ovidio tenne certamente presente. Il rifiorire di tali opere si può capire se le si inserisce nell'ambiente culturale tipico dell'ellenismo, con il suo interesse per il mito raro o poco conosciuto e per il poema di argomento poco conosciuto.
L'estrema varietà delle leggende raccolte nelle 'Metamorfosi'ci fa capire come il poeta di Sulmona abbia tenuto presente un altro principio della letteratura ellenistica, quello della continua variazione di argomenti, che insieme alla disorganicità è uno dei criteri fondamentali del libro di poesia alessandrino. La narrazione delle singole leggende è preceduta nelle 'Metamorfosi' da una breve introduzione, che consente di giungere subito in medias res, anche in questo conformemente all'uso ellenistico; il nucleo centrale è costituito dalla leggenda, che è seguita da una parte finale di tono erudito sulla natura e sul nome dell'essere in cui il personaggio mitico si è trasformato.
Nella composizione dei singoli episodi Ovidio usa spesso più di una tradizione mitica: ciò gli consente di contaminare la leggenda maggiormente conosciuta con particolari tratti da racconti meno noti. Ovidio prende spunto da vari autori anche molto diversi tra loro: Omero, Apollonio Rodio (con molti altri poeti alessandrini), Partenio, Virgilio. Le 'Metamorfosi' sono considerate dalla critica un'opera della letteratura latina "dotta" di chiara derivazione alessandrina.
Ovidio nelle 'Metamorfosi' aderisce oltretutto ad un precetto della politica augustea: la divinizzazione del principe; per concludere poi, al fine di onorare con lodi l'imperatore, narra della trasformazione in astro di Cesare, che, come sappiamo, era parente di Augusto.