Come vedono i poeti la casa?

La casa di Mara
La casa di Mara
è una piccola stanza di legno.
A lato un cipresso l'adombra nel giorno.
Davanti vi corrono i treni.
Seduta nell'ombra dell'alto cipresso
sta Mara filando.
La vecchia ha cent'anni,
e vive filando in quell'ombra.
I treni le corron veloci davanti
portando la gente lontano.
Ell'alza la testa un istante
e presto il lavoro riprende.
I treni mugghiando
s'incrocian dinnanzi alla casa di Mara volando.
Ell'alza la testa un istante
e presto il lavoro riprende.

A.Palazzeschi


(Alfredo)


(Bianca)
Casa mia
Sorpresa d'un amore
che riscopro
dopo tanto
a visitarmi.

Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo.

A. Onofri
Casa di provincia
O mia piccola casa di provincia,
ove memorie semplici ma care
si ravvivano intorno al focolare
per colui che ritorna e ricomincia
un interrotto sogno di dolcezza
o mia tiepida casa, io ti ritrovo
come una volta in questo aprile novo,
e sempre verde il roemarino olezza.

A. Onofri


(Davide)


(Francesca)
La cucina
C'era, un po' in ombra, il focolaio; aveva
arnesi, intorno, di rame. Su quello
si chinava la madre col soffietto,
e uscivano faville.

C'era, nel mezzo una tavola dove
versava antica donna le provviste.
Il mattarello vi allungava a tondo
la pasta molle.

C'era, mal visto nel luogo, un fanciullo.
Le sue speranze assieme alle faville
del focolare si alzavano. Alcuna
- guarda! - è rimasta.

U. Saba
La casa ideale
L'ho proferita in pietre asciutte, la mia casa,
perché i gattini ci nascano, nella mia casa
perché i sorci ci si trovino, nella mia casa
perché i piccioni vi s'nfilino, la controra vi crogioli,
quando i gran soli vi ammiccano nei cantucci.
Perché i bimbi vi giochino con nessuno,
voglio dir col vento caldo, con gli ippocastani.
Per questo non c'è tetto sulla mia casa,
né tu né io nella mia casa,
né schiavi, né padroni, né ragioni,
né statue, né palpebre, né paura,
né armi, né lacrime, né religione,
né alberi, nè spesse mura, né altro se non per ridere.
Per questo è così ben costruita la mia casa.

A. Frénaud


(Janice)


(Margherita)
La vecchia cucina rifatta
Il fuoco brucia ogni sera
l'ultima brace
e il lungo silenzio
della grande cucina rifatta,
e mio padre e mia madre
riempiono il loro tempo inutile
col sonno muto di vecchi soli.

Era piena di voci e di grida
che si faceva fatica a sentire,
la vecchia cucina
nera di tempo e di fumo.

Rotolavano i nostri stracci
a piedi nudi col cane
sul pavimento di terra
e la gallina entrata di soppiatto
a beccare la nostra polenta,
nel volo incerto
oltre i vetri rotti della finestra
liberava il suo spavento.

Ci faceva paura la miseria
ma eravamo in tanti
a farci compagnia.

G. Ferrari
Villa chiusa
So d'una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d'un poeta
che viva in solitudine forzata.

La circonda una siepe, e par murata,
di amaro bosso, e l'ombra alla pineta
da tempo più non rompe né inquieta
la ciarliera fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi che ogni cosa
sia veduta a traverso d'una lente.

Solo una ventarola arrugginita
in alto, su la torre silenziosa,
che gira, gira interminabilmente.

C. Govoni


(Roberto)


(Silvia e Maria)
Nella casa paterna
Buio. E' la sera dell'Ascensione.
Le cugine ànno inaugurato una veste.
Ora la strada s'anima di peste.
Le donne son tornate da benedizione.

Nella cucina, nel paiolo rattoppato
la polenta solleva delle bolle.
Sul tagliere si tagliano le cipolle.
Il merlo sta vicino al fuoco: è un po' malato.

Si apparecchia, e si accende la lumiera.
L'orologio coi suoi rosolacci
segna l'ora di notte tra gli stracci.
L'insalata con l'uova è pronta nell'insalatiera.

Il crepuscolo è d'un lilla soave.
I passerotti si rifugian nel pagliaio.
Le galline tardive corrono nel pollaio.
Sbatte una porta. Gira stridendo una chiave.

C. Govoni


Pagine curate da Mario Castagnetti e-mail (carducci@comune.modena.it).