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EDUCAZIONE LINGUISTICA E "PROGETTO ACCOGLIENZA"

COME ORGANIZZARE UNA "CASSETTA DEGLI ATTREZZI" COMUNE A TUTTE LE DISCIPLINE.

(Relazione tenuta al seminario di Bellaria) da NICOLA FLOCCHINI

Una delle maggiori esigenze avvertite oggi con sempre maggiore urgenza è sicuramente la necessità di programmare all'inizio del corso di studi di una classe prima una serie di attività mirate all'"accoglienza" degli alunni che si affacciano alla scuola superiore, con l'obiettivo di favorire lo sviluppo di alcune "abilità di base" indispensabili per accostarsi in modo consapevole ed efficace allo studio delle diverse discipline. In un "progetto accoglienza" si parla, giustamente, di metodo di studio, di organizzazione del lavoro in classe e a casa, di capacità di memorizzazione, ma credo che "a monte" di ogni altro discorso ci debba essere un efficace progetto di educazione linguistica, se non altro perché qualsiasi disciplina si qualifica, oltre che per il suo oggetto, anche per un suo specifico linguaggio (naturale-verbale, iconico, formale, artificiale, gestuale ecc.).

In questa sede non ci occuperemo tuttavia dei vari linguaggi, ma soltanto del linguaggio verbale che costituisce il canale privilegiato per la trasmissione del sapere e che è alla base della interazione didattica. Parleremo dunque di educazione all'uso della lingua italiana nell'ambito delle diverse discipline, una educazione che ha come obiettivo un graduale e consapevole utilizzo dei codici e dei registri con i quali un alunno viene a contatto sin dal primo giorno di scuola. Ogni docente infatti incomincia a parlare della propria disciplina (in genere ne dà una definizione, ne circoscrive l'ambito, ne esplicita la "logica" ecc.) utilizzando il linguaggio proprio della stessa, ma difficilmente lo studente è consapevole del fatto che i suoi nuovi professori, pur parlando tutti in buon italiano, ...non usano affatto la stessa lingua!

A chi tocca fare educazione linguistica?

Quando in un consiglio di classe si parla di scarsa padronanza della lingua da parte degli alunni tutti gli occhi si appuntano generalmente sull'insegnante di italiano, sentito come il "depositario" dei segreti del linguaggio, l'uomo, o più spesso la donna, che possiede la bacchetta magica per insegnare agli alunni a esprimersi con proprietà e correttezza in ogni circostanza, nel commento di una poesia come in una relazione tecnica di chimica o di scienze. In realtà fare educazione linguistica spetta, con ruoli diversi, ma con uguale impegno a tutti i docenti. E questa affermazione non dovrebbe affatto costituire una novità, dal momento che da sempre tutti i docenti, compresi quelli di matematica e di scienze, occupano buona parte del loro tempo proprio per fare educazione linguistica, anche se non ne sono quasi mai consapevoli. Essi fanno educazione linguistica in primo luogo quando utilizzano il linguaggio comune per introdurre gradualmente gli allievi nella loro disciplina, la fanno poi quando, sempre servendosi del linguaggio comune, guidano gli studenti alla comprensione e all'uso del linguaggio specialistico, quello che rende accessibile il sapere organizzato ai suoi livelli più elevati, la fanno infine quando chiedono agli alunni di impadronirsi di un linguaggio simbolico o artificiale.

Tutti i docenti inoltre, qualunque materia insegnino, hanno a che fare con la ricezione o la comprensione di testi scritti o orali e ogni testo, a seconda della tipologia a cui appartiene, è governato da norme e da convenzioni diverse: trasgredirle significa nel peggiore dei casi non consentire la comunicazione, nel migliore produrre uno scritto pesantemente censurato della norma socio-linguistica: una delibera di un Collegio dei docenti o di un Consiglio di istituto formulata secondo un codice squisitamente letterario o un registro colloquial-informale non soltanto susciterebbe una certa ilarità, ma probabilmente offrirebbe il fianco a impugnazioni, perché registrerebbe fedelmente umori ed emozioni dell'organo collegiale ma non la sua volontà espressa con la precisione, anche di dettaglio, richiesta dalle norme che presiedono alla formazione degli atti amministrativi.

Le convenzioni non sono degli "optional" e la loro osservanza non è indice di ottusa pedanteria: esse governano le attese e determinano il tipo e il livello della comunicazione, costituiscono insomma un "luogo" di intesa fra emittente e destinatario della comunicazione.

L'educazione linguistica nei programmi Brocca

Ogni disciplina utilizza e produce testi che si basano su convenzioni diverse e proprio il dominio del linguaggio tipico della disciplina costituisce uno degli obiettivi primari dell'insegnamento. E questo è messo molto bene in evidenza nei Programmi Brocca1 ove si parla delle finalità e degli obiettivi delle varie discipline. E' interessante al proposito leggere quanto viene espressamente prescritto fra le finalità o gli obiettivi di discipline non linguistiche. Ecco una piccola campionatura2 :

biologia: introduzione all'uso delle espressioni scientifiche proprie della biologia, chiarendo il significato dei singoli termini e stimolando l'arricchimento linguistico (biennio pag. 108); uso del linguaggio specialistico necessario per comprendere e comunicare dati biologici e per utilizzare criticamente tutti i canali di informazione biologica e biotecnologica (Triennio 588);

chimica: potenziamento delle capacità logiche e linguistiche, attuando una stretta correlazione fra "fare" e "pensare";

diritto ed economia: acquisizione di competenze nell'uso del linguaggio giuridico e di quello economico, anche come parte della competenza linguistica complessiva (biennio pag. 104);

Economia aziendale: utilizzazione graduale, ma sempre rigorosa e appropriata, del lessico specifico della disciplina (biennio pag. 122);

educazione fisica: approfondimento teorico e operativo di attività motorie (triennio pag. 147);

filosofia: esercizio del controllo del discorso attraverso l'uso di strategie argomentative e di procedure logiche (triennio 212);

fisica: capacità di reperire informazioni, di utilizzarle in modo autonomo e finalizzato e di comunicarle con linguaggio scientifico (triennio pag. 363):

geografia: padronanza del linguaggio cartografico e della geo-graficità come parte della competenza linguistica generale (biennio pag. 114)

matematica: abitudine alla precisione di linguaggio (biennio pag. 105); capacità di cogliere i caratteri distintivi dei vari linguaggi (storico-naturali, formali, artificiali) (Triennio 235):

storia: esporre in forma chiara e coerente fatti e problemi relativi agli eventi storici studiati (biennio 142); utilizzare concetti e termini storici in rapporto agli specifici contesti storico-culturali (triennio 134).

E l'elenco potrebbe continuare. Mi sembra difficile sostenere che l'educazione linguistica sia soltanto "affare da letterati"!

Come fare educazione linguistica disciplinare

Ma che cosa significa fare educazione linguistica nell'ambito di una disciplina? e qual è il ruolo specifico del docente di italiano in un progetto che coinvolga tutti i docenti del Consiglio di Classe?

Fare educazione linguistica nell'ambito della propria disciplina significa anzitutto insegnare a usare con precisione il lessico specialistico, ma questo non comporta un semplice esercizio di "memorizzazione" di un glossario con parole strane! Il lessico specialistico altro non è che la "verbalizzazione" degli schemi concettuali propri di ogni disciplina che analizza il proprio oggetto utilizzando campi di conoscenza organizzati che consentono di cogliere solo ciò che è pertinente a quella particolare comunicazione. L'oggetto "luna" in un contesto letterario può legittimamente suggerire l'immagine di una muta testimone delle vicende umane, e pertinente a tale contesto saranno tutti gli echi letterari in cui la luna compare con valore simbolico; lo stesso oggetto in un contesto strettamente scientifico designa invece un corpo celeste e di conseguenza saranno pertinenti alla comunicazione la massa, la forma, i movimenti ecc. Sono numerosi i termini dei linguaggi settoriali presenti anche nella lingua comune e il passaggio fra i vari codici non è affatto intuitivo. Di qui la necessità di predisporre appositi esercizi per abituare gli alunni a distinguere fra i vari codici e a contestualizzare ogni parola in base al principio della pertinenza che, ad esempio consente di distinguere fra le "sofferenze" di uno studente poco preparato nel corso di una interrogazione e le "sofferenze" di una banca.

Fare educazione linguistica nell'ambito della propria disciplina significa in definitiva insegnare ad avvicinarsi alla realtà in modo colto.

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1 Mi riferirò spesso ai Programmi Brocca perché essi costituiscono un tentativo, l'unico a quanto mi risulta, di strutturazione dei programmi di tutte le materie secondo un piano organico, forse discutibile, ma certamente coerente e soprattutto inserito in una visione sistemica della formazione secondaria. 2 I programmi Brocca verranno citati nella edizione "Studi e documenti degli Annali della Pubblica Istruzione" nn. 56 (biennio) e 59/60 (triennio) pubblicati a Firenze da Le Monnier rispettivamente nel 1991 e 1992.