Le guerre daciche nel racconto dell'Historia romana di Dione Cassio (epitome di Xifilino, XI secolo)

 

"Trascorso un po' di tempo a Roma, (Traiano) mosse guerra ai Daci, dopo aver riflettuto sulle azioni da loro compiute e indignato per la somma di denaro che essi ricevevano ogni anno, notamdo infine che il loro potere e la loro arroganza continuavano a crescere". Decebalo, appena seppe della sua avanzata, si spaventò, poiché sapeva bene che in precedenza aveva vinto non i Romani, ma Domiziano, mentre ora avrebbe combattuto sia contro i Romani che contro il loro imperatore [100 d.C.?]

Per questi motivi, dunque, non a torto Decebalo lo temeva. Mentre Traiano conduceva la sua campagna contro i Daci e si era avvicinato a Tapae (Traiano, dopo essere giunto all'Istro, subito traghettò i Romani su navi da carico per condurli contro i Daci) dove erano accampati i barbari, gli venne portato un grande fungo su cui in lettere latine era scritto che sia i Buri che altri alleati consigliavano a Traiano di tornare indietro e di stipulare la pace. Traiano mosse comunque battaglia contro di loro, vide feriti molti dei suoi e uccise molti nemici. E poiché mancavano le bende si dice che egli non risparmiò il suo stesso vestito, che fece tagliare in piccole fasce, e per quei combattenti che erano morti sul campo ordinò che fosse eretto un altare e fossero loro offerti sacrifici ogni anno.

Decebalo aveva mandato, ancora prima della sconfitta, degli ambasciatori, non scelti tra quelli dalle lunghe chiome come aveva fatto in precedenza, ma i migliori tra quelli che portano il berretto di feltro. (Decebalo inviò coloro che portano i berretti di feltro in qualità di ambasciatori presso Traiano, per la ragione che questi sono i più nobili uomini di quel popolo. Precedentemente egli aveva mandato gli uomini dalle lunghe chiome, che erano tenuti in minore considerazione. Quando quelli arrivarono da Traiano, gettarono le armi e, legatisi le mani dietro la schiena come dei prigionieri, chiesero all'imperatore di avere un colloquio con Decebalo). E quelli, gettate le armi e prostratisi a terra, pregerono sopra ogni cosa Traiano che allo stesso Decebalo fosse concesso di presentarsi e di avere con lui un colloquio, poiché avrebbe fatto tutto ciò che gli fosse ordinato; ma se ciò non fosse stato possibile, chiesero che almeno inviasse qualcuno che si potesse accordare con lui. Furono allora inviati Sura e il prefetto Claudio Liviano. Tuttavia l'esito dell'incontro fu del tutto negativo, poiché Decebalo non osò incontrarli di persona, limitandosi a mandare ambasciatori anche in quell'occasione. Traiano si impadronì allora di alture che erano state fortificate e in quei luoghi rinvenne le armi, le macchine belliche catturate, nonché il vessillo che era stato preso al tempo di Domiziano.

Mentre si accingeva ad avanzare su quelle alture, catturando una sommità dopo l'altra con grande rischio, e si avvicinava alla capitale del regno dei Daci, e Lusio, attaccando in un altro punto del territorio, faceva strage di molti nemici, catturandone in numero ancora maggiore, allora Decebalo, inviando come ambasciatori i più nobili tra coloro che portano i berretti di feltro, supplicò l'imperatore, con la promessa che avrebbe ubbidito immediatamente a tutto ciò che gli fosse ordinato di fare.

A causa di questi avvenimenti Decebalo, specialmente per il fatto che Massimo aveva nello stesso tempo catturato sua sorella e occupato una posizione di grande importanza strategica, si dichiarò pronto ad acconsentire immediatamente a ciò che gli fosse ordinato di fare, non perché volesse restare fedele ai patti, ma per potersi riprendere dalle condizioni in cui si trovava. Dunque, dopo essere giunto in presenza di Traiano, gettandosi in terra e prostratosi dinanzi a lui gettando le armi al suolo, accettò controvoglia di consegnare le armi, le macchine belliche e quelli che le costruivano, di consegnare i disertori, di smantellare le fortezze, di ritirarsi dai territori conquistati, di considerare amici o nemici quei popoli che lo erano per i Romani; inoltre si impegnò a non accogliere alcun disertore nè ad usare alcun soldato che provenisse dal territorio dell'Impero (infatti si era guadagnato il maggior numero dei suoi più valorosi combattenti convincendoli a venire da lui dal territorio romano). Inviò anche degli ambasciatori che esponessero la sua resa al Senato, affinché si potesse assicurare la pace anche da quell'assemblea. Conclusi questi patti, Traiano abbandonò l'accampamento presso Sarmizegetusa, pose il resto del territorio sotto la protezione di varie fortezze, e quindi fece ritorno in Italia.

Gli ambasciatori mandati da Decebalo furono condotti nel Senato e gettando le armi congiunsero le mani nell'attitudine dei prigionieri, pronunciarono la loro supplica e così ottennero la pace e venne loro concesso di riprendere le armi (che avevano gettato). Traiano celebrò il trionfo e prese il titolo di Dacico; nel teatro fece combattere i gladiatori (infatti gli piacevano questi combattimenti) e fece ritornare sulla scena i pantomimi, poiché si era innamorato di uno di loro, Pilade. Pur essendo uomo di guerra, non per questo si occupò di meno delle altre sue mansioni o esercitò con minor vigore la sua carica di supremo magistrato, ma emetteva i giudizi assiso sul tribunal talvolta nel foro di Augusto, talaltra nel portico detto di Livia e spesso anche in altri luoghi.

Poiché gli venne riferito che Decebalo stava compiendo molte azioni contrarie al trattato stipulato e cioè che ammassava armi, dava asilo ai disertori, ricostruiva fortezze, mandava ambascerie ai popoli confinanti, e oltraggiava chi non aveva condiviso la sua posizione, fino ad annettersi una parte del territorio degli Iagizi (che in seguito Traiano non restituì loro quando lo reclamavano), per tutte queste ragioni, nuovamente, il Senato deliberò di considerarlo nemico e nuovamente Traiano in persona -e non servendosi di generali- mosse guerra contro Decebalo.

Poiché una moltitudine di Daci passava dalla parte di Traiano, ma anche per altri motivi, di nuovo Decebalo chiese la pace. Ma egli non si lasciò convincere a deporre le armi e consegnarsi ai Romani, e anzi cominciò a radunare truppe alla luce del sole; inoltre, chiamò a raccolta i popoli confinanti affermando che,qualora lo avessero abbandonato, essi stessi sarebbero stati esposti al pericolo, e che era più sicuro e facile difendere la libertà combattendo al suo fianco prima d'essere attaccati dai Romani, anziché osservare la rovina dei Daci e in seguito, privati di validi alleati, patire essi stessi la sottomissione.
Mentre Decebalo con la forza compiva azioni di aperto conflitto, con l'inganno e il tradimento per poco non riuscì ad uccidere Traiano. Inviò in Mesia, infatti, alcuni disertori col compito di ucciderlo se in un modo o in un altro l'imperatore fosse stato avvicinabile, giacché per le esigenze della guerra, senza frapporre alcun limite, poteva giungere al suo cospetto chiunque volesse parlargli. Ma non riuscirono a mettere in atto il loro progetto, poiché, arrestato uno di loro in seguito a qualche sospetto, quello, sotto tortura, rivelò tutto il piano.

Allora Decebalo, dopo aver inviato Longino, uno dei comandanti romani, che perfino a lui aveva ispirato terrore durante i combattimenti, e averlo convinto a incontrarsi con lui, dicendo che avrebbe fatto tutto ciò cehe gli fosse stato ordinato, lo arrestò e lo interrogò pubblicamente sui piani di guerra di Traiano; ma poiché quello non volle confessare nulla, lo fece portare in giro sorvegliato a vista senza però metterlo in catene. Avendo mandato un ambasciatore a Traiano reclamò per suo tramite che gli fossero restituiti i territori fino all'Istro e i denari che aveva speso per la guerra, impegnandosi a restituirgli Longino una volta soddisfatte queste richieste. Allora gli venne data una risposta ambigua dalla quale egli ebbe l'impressione che Longino non godeva né di grande né di scarsa considerazione, sia che morisse sia che, con grande vantaggio per loro, dovesse salvarsi; mentre Decebalo stava ancora considerndo il da farsi, nel frattempo Longino, dopo essersi procurato un veleno grazie a un liberto, promise a Decebalo una riconciliazione con Traiano, affinché quello non sospettasse minimamente della sua intenzione e non lo sottoponesse a stretta sorveglianza; dopo aver scritto una lettera di supplica, la consegnò al liberto perché la recapitasse a Traiano, garantendogli in tal modo la salvezza. Come quello si fu allontanato egli, nottetempo, assunse il veleno e morì. In seguito a questi fatti Decebalo chiese a Traiano il liberto promettendo in cambio il corpo di Longino e dieci prigionieri; e subito mandò un centurione catturato con Longino per negoziare su quella questione. Ed è da questo centurione che è stata resa nota tutta la vicenda di Longino. Tuttavia Traiano né gli rimandò quello né gli diede il liberto, stimando più importante per la dignità dell'Impero la salvezza di quest'ultimo, piuttosto che garantire la sepoltura a Longino.

Traiano fece costruire un ponte di pietra sull'Istro per il quale non posso degnamente esprimere la mia meraviglia. Questo era infatti, rispetto alle altre opere già meravigliose promosse da Traiano, quella che le superava tutte. Infatti è composto da venti piloni di blocchi squadrati, per un'altezza di centocinquanta piedi senza contare le fondamenta, mentre la larghezza è di sessanta piedi. Questi piloni, che distavano l'uno dall'altro centosettanta piedi, erano uniti da archi, Chi non proverebbe stupore per la spesa fatta per questa costruzione? E come d'altronde non meravigliarsi del modo stesso in cui ciascun pilastro sorgeva, in un grande fiume, in mezzo a una corrente piena di gorghi e su un fondale molto melmoso? E infatti non fu possibile deviare il corso del fiume. Ho parlato della larghezza del fiume; ma essa non è sempre uguale, anzi talvolta si raddoppia o si triplica, fino a parere un mare: ma anche il punto più stretto e più adatto a un ponte è larghissimo. In verità, quanto più nella sua discesa da una grandezza pari a quella di un mare si restringe in una gola per poi nuovamente fluire più grande del mare stesso, tanto più diventa impetuoso e profondo, cosicché anche questo particolare spiega l'estrema difficoltà per la costruzione del ponte. L'altezza d'ingegno di Traiano risulta evidente anche da questa impresa. Tuttavia il ponte non offre ai nostri giorni alcuna utilità, poiché si ergono sul fiume senza alcuna funzione i soli piloni, non offrendo così alcuna possibilità di transito, quasi che esistessero soltanto per mostrare che non vi è nulla che l'uomo non possa fare. Infatti Traiano temendo che l'Istro in qualche periodo dell'anno si potesse congelare e che quindi la guerra dovesse essere condotta dai Romani al di là di esso fece costruire il ponte affinché il passaggio risultasse facilitato proprio grazie alla sua presenza. Ma Adriano, temendo che per i barbari, una volta sgominate le guarnigioni a presidio del ponte, fosse molto facile passare in Mesia, fece rimuovere la sovrastruttura di quest'opera.

Traiano, attraversato l'Istro su questo ponte, condusse la guerra in modo cauto non concedendo nulla all'irruenza, e col tempo e con fatica riuscì ad aver ragione dei Daci, mostrando egli stesso grandi doti strategiche e grande coraggio e le sue truppe grande temerarietà e valore. Accadde allora, per esempio, che un cavaliere, gravemente ferito, fu allontanato dalla battaglia per essere curato; ma avendo capito di non avere speranze abbandonò l'accampamento (il male infatti non aveva ancora raggiunto il cuore) e, ripreso il suo posto nello schieramento, morì dopo aver compiuto grandi azioni [105 d.C.]. Decebalo, poiché la capitale del regno e tutta la regione erano state prese, ed egli stesso correva il rischio di essere catturato, si uccise e la sua testa fu portata a Roma. E così la Dacia fu assoggettata a Roma e Traiano vi fondò delle città. Furono trovati anche i tesori di Decebalo, sebbene fossero stati nascosti sotto il letto del fiume Sargezia che scorreva presso il palazzo reale. Egli infatti aveva fatto deviare il corso del fiume da alcuni prigionieri e ne aveva scavato il letto deponendo in esso molto argento e oro e tutti quegli oggetti preziosi che potevano sopportare l'umidità; coprì questi tesori con pietre e vi fece accumulare sopra tutta la terra scavata, dopodiché fece tornare il fiume al suo corso naturale. Con l'aiuto di quegli stessi prigionieri fece deporre in grotte le vesti preziose e altre cose simili; fatto ciò li fece uccidere per evitare che potessero riferire alcunché. Ma Bikilis, uno dei suoi luogotenenti, che aveva assistito all'impresa, catturato, ne rivelò i particolari [106 d.C.].

Dopo che Traiano tornò a Roma, un gran numero di ambascerie giunsero da lui, di barbari d'ogni sorta, e perfino degli Indi. Ed egli offrì spettacoli per centoventitre giorni: in essi furono uccise circa undicimila bestie, domestiche e selvagge, e combatterono diecimila gladiatori.

 

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