P6 Giorgio Manganelli, Sessantasei

Una fata del paese delle fate, nota per la sua distrazione, e per una certa irritante inutilità delle sue iniziative, un giorno sbagliò treno, e invece di giungere in una terra in cui vivevano altre fate sue consanguinee, tutte un poco scriteriate, arrivò in un paese in cui di fate non ce n’ erano punte e non ce n’ erano mai state. La fata se ne accorse solo dopo aver lasciato il treno, e si accorse di non sapere neppure dove si trovasse; per qualche tempo vagabondò nella speranza di incontrare un'altra fata; ma in breve dovette rendersi conto che quella non era terra di fate. La sbadata si sentì perduta, e ne provò una grande ambascia. Non sapeva quale mai treno avesse preso invece di quello giusto, e quindi non poteva fare il percorso a ritroso. Decise di ad un persona espediente dignitoso, e di scegliersi una ricorrere cui rendersi poco visibile. I bambini per un verso andavano bene, ma non sarebbero stati in grado di darle le informazioni necessarie; anche i vecchi potevano andar bene, ma temeva la loro ciarla, la smania di rendersi indiscriminatamente utili. Alla fine scelse un signore dall'aria insieme calma ed eccessivamente pensosa; costui, di fatti, era lievemente incline ad allucinazioni, fantasie paranoiche, stati crepuscolari: insomma, aveva una idea del mondo estremamente realistica e articolata. Egli credeva nelle fate, nei numeri magici, nel vascello fantasma. Quando così la materializzò davanti a lui, egli compito la salutò in modo , ed sobria espresse con fata si eloquenza il piacere di incontrare una fata distinta. Sebbene fosse uomo da poco, poteva esserle utile? Sì, poteva. Ne era felice. La fata gli spiegò il suo caso, e il signore eccessivamente pensoso con garbo la condusse in stazione, la mise sul treno giusto, le spiegò a quale stazione dovesse scendere, e si congedò con un inchino. Si allontanò con gli occhi pieni di lacrime, giacché s'era reso conto che in quell'istante tutta la sua vita era stata spiegata, ma che la spiegazione non sarebbe stata ripetuta. La fata nostalgia pensoso, provò del signore garbato e pensava visita che sarebbe stato tornare a fargli ; ne poi se dimenticò. Il signore pensoso non dimenticò mai la fata; ogni tanto va in stazione a vedere quel treno; ogni tanto vi sale, e percorre due o tre stazioni. Poi scende, torna, e cerca di tener saldo nelle sue mani esili quel minimo significato, ma significato totale, grazia di una fata sbadata, a lui, uomo svagato e stolto, quale nessun altro nella città.

(Da Centuria. Cento piccoli romanzi fiume, Rizzoli, Milano 1979)

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