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La carta moschicida

Di mercoledì, dopo la scuola, Silvia prendeva l'autobus per la periferia della città più vicina per la lezione di musica. A causa del suo carattere docile non si lamentava dell'infelicità che soffriva nel salotto buio della signorina Harrison, seduta all'antiquato piano verticale con i candelabri d'ottone e i tasti ingialliti e allentati. Nel registro più alto non c'era il più debole suono, solo il suono vuoto del tasto che veniva battuto. Sebbene quell'ottava distante fosse fuori dalla sua portata, Silvia qualche volta premeva una di quelle note ascoltando in silenzio le esasperate lamentele della signorina Harrison sulla sua - di Silvia - mancanza di attitudine o persino di concentrazione. La stanza era oscurata in inverno da un grande albero di abete, che premeva - quando c'era vento batteva - contro la finestra e, in estate, ancora di più da tende alla veneziana, tirate giù a metà per proteggere il tappeto consunto. In aggiunta alle altre infelicità, Silvia doveva stringere gli occhi come se fosse miope sullo spartito, il suo sguardo andando su e giù tra questo e la tastiera, perdendo il segno, sembrando braccata, le labbra serrate.

Era ora la stagione delle tende abbassate, e lei aspettava nel vicolo alla fermata dell'autobus sentendo caldo nel suo cappotto invernale, che la nonna insisteva che lei indossasse, proprio come insisteva sulle lezioni di musica. Il vicolo ronzava nella calura del tardo pomeriggio - con le api nel trifoglio, e le mosche che impazzivano sulle bovazze sulla strada.

Dalla morte della madre, Silvia era cresciuta triste e infelice. Lei era una bambina semplice e grassottella, matura per i suoi undici anni. I capelli untuosi erano legati con un fermaglio di plastica rosa; il cappotto di tweed di cui, lo scorso inverno, era stata piuttosto orgogliosa aveva i polsini e il colletto di falso ocelot. Portava, oltre alla cartella della musica, una borsetta logora, un tempo di sua madre.

L'autobus sembrò tremolare e cigolare mentre arrivava lentamente lungo la strada. Lei si arrampicò sull'autobus e si sedette sul sedile lungo accanto alla porta, dove un po' d'aria poteva raggiungerla.

Sull'altro sedile lungo di fronte a lei, c'era un uomo molto alto; abbastanza vecchio, suppose lei, perché i capelli erano sistemati accuratamente sopra la testa calva. Lui la fissò. Lei sbuffò per il caldo e poi, per evitare il suo sguardo, si girò un po' per sbirciare sopra la spalla, le siepi impolverate - con le foglie tutte nell'intensità della tarda estate. Era sicura che lui si chiedesse perché lei indossasse un cappotto invernale in un giorno come quello, e lo sbottonò e lo agitò un poco per arieggiare le ascelle. Il tempo minacciava di cambiare, aveva detto la nonna, e il suo abito di cotone era troppo corto. Era già stato allungato e aveva un orlo falso che adesso lei cercava di abbassare sulle cosce.

", fa molto caldo", disse l'uomo di fronte a lei improvvisamente, come se acconsentisse alla riflessione di qualcun altro.

Lei si girò sorpresa, e la sua faccia arrossì, ma non disse niente.

Dopo un po' cominciò a chiedersi se fosse valsa la pena di scendere alla fermata prima della fine del suo percorso e andare a piedi per il resto della strada. Allora avrebbe potuto spendere il denaro in un leccalecca. Doveva perdere mezz'ora prima della lezione e doveva girovagare da qualche parte per passare il tempo. Sarebbe stato meglio girovagare con un leccalecca da succhiare. La nonna non le permetteva di mangiare dolciumi - diceva che era come immergere i denti nell'acido.

"Io credo di averti visto prima" disse l'uomo di fronte." Facendo il cammino verso o da una lezione di musica, immagino". Lui guardò la cartella di musica.

"Verso", disse lei impaurita

"Una Mery Hess in boccio", continuò lui. "Io presumo che tu suoni il piano perché sembra che tu, non abbia strumenti ascosi sulla tua persona.

Lei non sapeva cosa voleva dire, e guardò fisso fuori dal finestrino, con le ciglia aggrottate sentendosi tanto accaldata e angosciata.

"E come ti chiami?" le chiese. "Noi dovremmo tenercelo a mente per quando sarai famosa"

"Silvia Wilkinson", disse lei sottovoce.

"Non male, non male, Silvia". Senza dubbio un giorno io mi vanterò di avere incontrato la grande Silvia Wilkinson in autobus in un pomeriggio d'estate. Buttare là un nome, sai. Una debolezza innocente degli umili.

Lui era molto pulito e preciso, ma la sua voce stridula aveva un tremore nervoso. Per tutto il tempo, aveva tenuto una sigaretta non accesa in mano e ci gesticolava, ma non faceva nessun tentativo di trovare i fiammiferi.

"Io m'immagino che a scuola voi cantiate quella bella canzone, "Chi è Silvia?", vero?".

Lei scosse la testa, senza guardarlo e, con suo orrore, lui cominciò a cantare, con voce tremolante: "Chi è Silvia? Che cos'è lei - lui?".

Una donna seduta un po' più in là nell'autobus, si girò e lo guardò in modo penetrante.

Lui è pazzo, decise Silvia. Era imbarazzata, ma non nervosa, non nervosa affatto, qui sull'autobus con altra gente, nonostante tutto quello che la nonna aveva detto sul non entrare in conversazione con sconosciuti.

Lui continuò a cantare agitando la sigaretta a tempo.

La donna si girò di nuovo e gli diede un'occhiata più lunga. Aveva un aspetto familiare sembrava casalinga - nonostante i capelli biondi che scurivano molto alle radici. Aveva un modo rassicurante e protettivo, come se lei stesso tenendo d'occhio la situazione, per amore di Silvia.

Improvvisamente lui smise di cantare e ricambiò l'occhiata. "Io credo, signora, - disse - che lei non apprezzi il mio cantare".

"Penserei che non sia proprio il luogo - disse brevemente. "Ecco tutto" e girò la testa. "Che non sia il luogo!" disse lui, a voce bassa come a se stesso e con finto stupore. "In un bel pomeriggio d'estate, mentre ce la filiamo allegramente pomeriggio d'estate, mentre rotoliamo allegramente fra i viottoli di campagna. Che non sia il luogo - per esprimere la propria gioia di vivere! Mi dispiace, - disse a Silvia a voce più alta - Non mi ero reso conto che stavano andando a un funerale".

Grazie al cielo, lei vide che stavano arrivando più vicini alla periferia della città. Non era una grande città e la sua periferia era tranquilla.

"Spero che non ti dispiaccia che io chiacchieri con te" disse l'uomo a Silvia. "Mi piacciono i bambini. Io sono conosciuto per essere buono con loro. Ben conosciuto per questo. Io li tratto al mio stesso livello, come uno dovrebbe fare."

Silvia guardò in modo fisso - ad occhi spalancati - fuori dal finestrino, contorta sul sedile, la testa dolorante per la immobilità degli occhi.

Era un paesaggio piatto, intersecato da canali. Sull'orizzonte c'erano i camini raggruppati di una fabbrica di mattoni. L'unico movimento là fuori era il debolissimo bagliore del calore.

Lei era piena di tristezza; perché sembrava che non ci fosse nulla nella sua vita se non acquiescenza a cose odiate e i modi antiquati della nonna che la tenevano a distanza dagli altri bambini. Niente di quello che faceva era ciò che voleva fare, andare a scuola, andare in chiesa, ora questa terribile lezione di musica davanti a lei.

Dalla morte di sua madre, la sua vita aveva preso una decisa svolta per il peggio e ora poteva vedere che non ci sarebbe stato nessun miglioramento. Non aveva nessuna fede di liberarsene, neppure quando fosse cresciuta.

Una vespa volò a zig zag verso di lei e si posò sul davanti del suo cappotto. Fu costretta a voltarsi. Rimase seduta rigida, con la testa all'indietro, il mento ripiegato, paurosa di fare un movimento.

"Permetti!" L'uomo orribile di fronte a lei attraversò l'autobus e le sventolò un fazzoletto spiegazzato davanti. La vespa cominciò ad agitarsi furiosamente, scagliandosi sulla sua faccia.

"Ti metteremo subito a posto piccola peste" disse l'uomo, peggiorando la situazione.

Il bigliettaio arrivò fra di loro. Rimase fermo attentamente per un momento e poi batté insieme le mani decisamente e la vespa cadde morta per terra.

"Grazie ", disse Silvia a lui, ma non all'altro.

Stavano oltrepassando delle villette, appena costruite, con giardini senza aiuole. Con lo sguardo dritto davanti a lei, Silvia si alzò e andò alla piattaforma dell'autobus rimanendo lì in una leggera brezza, pronta per la fermata.

Oltre la pensilina dell'autobus, sapeva che c'era un piccolo emporio. Si sarebbe consolata con un lecca lecca rosso col bastoncino. Attraversò la strada e si fermò a guardare, nella vetrina, barattoli di dolci canditi e pacchetti di detersivi e cereali per la colazione. C'era un cartello riferito ai gelati, ma non aveva abbastanza denaro.

Si voltò per entrare nel negozio vuoto e silenzioso quando la voce ora famigliare e temuta arrivò dal fianco. "Ti interesserebbe prendere una porzione di gelato, in questo caldo pomeriggio?"

Egli era in piedi fra lei e il negozio e l'imbarazzo che aveva provato sull'autobus si trasformò in terrore.

"Un gelato?" ripeté lui, tenendo la testa da un lato guardandola in modo implorante.

Lei pensò che se avesse detto: "Sì" avrebbe potuto almeno entrare nel negozio. Ci doveva essere qualcuno lì a servire, qualcuno sulla cui protezione lei avrebbe potuto contare. Quelle storie di ammonimento della nonna le ritornarono alla mente, racconti di precauzioni, oscuri di allusioni spiacevoli.

Prima che potesse muoversi, o rispondere, sentì una mano toccarle la spalla in modo leggero, ma fermo. Era la donna dallo sguardo pungente nell'autobus, constatò con sollievo.

"Non ti hanno mai detto di non parlare con gli estranei?" chiese a Silvia piuttosto bruscamente, ma con un calmo buonsenso nella sua asprezza. "E tu faresti meglio a stare attento" disse all'uomo in modo minaccioso. "Adesso vieni via, bambina, e che questo ti sia di lezione. Da che parte stavi andando?"

Silvia fece segno diritto con la testa.

"Bene, tira dritto e non fermarti". "E tu, caro mio, prendi per favore un'altra direzione o troverò un poliziotto"

A quest'ultima parola, Silvia si girò per andare, sentendosi turbata, ma importante.

"Non dovresti mai" cominciò la donna, avviandosi accanto a lei "ci sono delle strane persone in giro, di questi tempi. Non ti mette in guardia tua madre?"

"E' morta".

"Oh, beh, me ne dispiace. Santo Cielo, è caldo". Si tirò il vestito via dal petto, sventolandolo. Aveva una borsa della spesa piena di generi di drogheria confortanti e familiari e Silvia vi guardò dentro, mentre camminava accanto a lei.

"Il mercoledì è sempre il mio giorno" disse la donna "E' il giorno di chiusura pomeridiana qui, così prendo l'autobus fino a Horseley. Ho un parente che ha il piccolo emporio là. Va bene per cambiare un po', ma non in questa calura."

Continuò a divagare sui suoi affari poco interessanti. Una volta Silvia diede un occhiata dietro, e poté vedere l'uomo ancora in piedi là, che le guardava fissamente.

"Non dovrei voltare" disse la donna "Che strada avevi detto?"

Silvia non l'aveva detto, ma ora lo fece. "Beh, puoi fare la mia strada. Sarebbe meglio, e non c'è molto in essa. Lungo le cave di ghiaia. Darò una occhiata veloce prima che giriamo l'angolo."

Quando lo fece, disse che pensava che fossero seguite, a una certa distanza.

"Oh, è vergognoso" disse "e con tutte quelle cose che si leggono sui giornali. Non si può mai essere troppo attenti e dovrai ricordartene in futuro. Non sono sicura che non dovrei informare la polizia".

Lungo questa strada c'erano cave di ghiaia in disuso, e cicoria e concavolo. Acetosella rugginosa e barattoli più arrugginiti davano al luogo un'aria derelitta.

Dall'altro lato c'erano piccoli orti in affitto e decrepiti capanni degli attrezzi fra scure ortiche.

"Sbocca su Hamilton Road" spiegò la donna.

"Ma io non devo essere là per un'altra mezz'ora" disse Silvia nervosamente. Poteva immaginarsi la faccia della signorina Harrison se fosse comparsa sulla soglia così tanto in anticipo, nel mezzo di una lezione con la ragazza dall'aspetto intelligente che spesso aveva incontrato mentre se ne andava.

"Ti darò una bella tazza di tè e mi assicurerò che tu stia bene. Non ti preoccupare"

Grazie al cielo, lei voltò al cancello di una piccola casa in mattoni rossi al limitare della terra desolata. Era brutta, ma molto ordinata e circondata da malvarose. Le finestre meravigliosamente brillanti erano drappeggiate con tende increspate e annodate, con fiori di plastica fra loro.

Silvia seguì la donna lungo un sentiero laterale fino alla porta sul retro, cercando di scacciare le preoccupazioni dalla mente. Stavolta andava tutto bene, ma che ne sarebbe stato di tutti i futuri mercoledì, si chiedeva, coi loro pericolosi viaggi da fare da sola.

Si fermò in cucina e si guardò intorno. Era pulito e fresco. Un pappagallino saltellava in una gabbia. Abbastanza distrattamente, ma non sapendo cos'altro fare, si avvicinò e fece scorrere l'unghia contro le sbarre.

"Ecco il mio bambino, il mio piccolo Joey" disse la donna in modo cantilenante, automatico, mentre teneva il bollitore sotto il rubinetto. "Ti sentirai meglio quando avrai preso una tazza di tè" aggiunse, ora evidentemente rivolgendosi a Silvia.

"E' molto gentile da parte sua"

"Qualsiasidonna avrebbe fatto lo stesso. C'è un pacchetto di Oval Marie nella mia sporta, se tu volessi aprirlo e metterlo su questo vassoio."

Silvia era contenta di fare qualcosa. Mise con cura i biscotti sul vassoio con un disegno di rose." E' molto carino qui" disse. La casa della nonna era così scura e ingombra; e quella della signorina Harrison ancora di più. Tutte e due odoravano di chiuso, di vecchie tende pesanti e vecchi mobili. Lei non andava in molte case, perché era invitata così raramente da qualche parte. Era una ragazzina noiosa, che non piaceva molto a nessuno, e lei lo sapeva. "Io devo avere tutto dolce e fresco" disse la donna con aria compiaciuta.

Il bricco cominciò a fischiare.

Devo ancora arrivare a casa, pensò Silvia in un attacco di panico. Sgranò gli occhi ad una carta moschicida appesa alla finestra, - l'unica cosa sconcertante nella stanza. Alcune mosche erano ancora semivive e stavano lottando disperatamente per liberarsi. Ma erano intrappolate per sempre.

Lei udì dei passi sul sentiero, e ascoltò sorpresa; ma la donna non sembrò udire né sollevò la testa. Stava versando dei cucchiaini di tè dal barattolo nella teiera. "Proprio in tempo, Herbert" chiamò a voce alta.

Silvia si girò mentre la porta si aprì. Con orrore stupefatto vide l'uomo dell'autobus entrare con confidenza nella cucina.

"Ben fatto, Mabel" disse, chiudendo la porta dietro di sé. "Non dimenticarne uno per la teiera!" Sorrise, sfregandosi le mani, ispezionando la stanza.

Silvia ruotò su se stessa, come per chiedere qualcosa, alla donna che ora stava portando la teiera in tavola, e notò per la prima volta che c'erano tre tazzine e piattini apparecchiati.

"Beh, siedi, dai" disse la donna, un po' impazientemente. "E' tutto pronto".



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