CONFRONTA IL FILM DEL '92 CON IL ROMANZO FRANKENSTEIN

Leggendo Frankenstein di Mary Shelley, abbiamo visto come il romanzo gotico e i suoi autori abbiano saputo descrivere (e in un certo senso accusare) il progresso che velocemente si stava sviluppando nel XIX secolo in Inghilterra. Solo cent' anni dopo, ed in Francia, sarebbe nato il cinematografo, esempio tipico di come l'uomo sia riuscito persino a "chiudersi" in una scatola e poi a proiettare se stesso (più avanti persino a colori e con dei dialoghi) mentre compiva delle azioni; insomma, sto parlando del cinema. E chi avrebbe mai pensato che proprio quei romanzi che accusano e condannano tanto la tecnologia sarebbero diventati i soggetti di veri e propri film? Così, dal 1931, da quando per la prima volta James Whale, regista inglese morto suicida nella sua piscina, prese in mano il libro della Shelley per girare il primo memorabile "Frankenstein", ogni cineasta che si rispetti (non necessariamente "maestri del brivido"), ha voluto girare una propria versione della storia della Shelley. L'ultima si deve a Kenneth Branagh. Immaginatevi voi quale capolavoro visionario è potuto "uscire fuori" da un regista britannico che in patria è soprannominato "enfant terrible". Attore di successo a teatro e al cinema, autore del film forse più lungo della storia (il suo "Hamlet" dura quattro ore e tre minuti!), cresciuto "a pane e Shakespeare", Branagh sapeva perfettamente che "Frankenstein" non era un libro adattabile ad una trasposizione teatrale (sarebbe stato il suo sogno), così si è "messo a tavolino" e ha pensato all'opera della Shelley come se fosse stata una tragedia del suo tanto amato William Shakespeare (egli infatti fu già autore di "Enrico V" e "Molto rumore per nulla", entrambe rigorosamente tratte da sir William) e ha iniziato una prima stesura della sceneggiatura del romanzo assieme a due collaboratori teatrali della sua compagnia inglese. Branagh non si è solo limitato a scrivere una sceneggiatura fedele al romanzo di Mary Shelley. Egli ha letto il romanzo, lo ha plasmato, reso proprio e lo ha adattato in modo che potesse piacere ad un pubblico odierno. Infatti, come succede di solito, chi legge un libro e poi ne vede il film, rimane deluso a causa dei cambiamenti apportati dallo sceneggiatore rispetto al racconto originale, ma non è questo il caso; sì, è vero che le differenze sono tante, ma nella sua complessità il film è un ottimo prodotto. Analizzando nel profondo, i cambiamenti si possono dividere in due tipi: quelli impercettibili e di poco conto e quelli invece fondamentali sia per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, sia per quanto riguarda l'ambientazione. Confrontandoli, le analogie sono più che altro di natura temporale: la successione dei fatti non viene snaturata, ma si mantiene l'ordine previsto dalla Shelley ed i personaggi (solo fisicamente), sono come li ha delineati la stessa autrice. Il carattere, invece, di alcuni in particolare, è semplicemente stravolto nel film: Clerval diventa il classico amico di Victor, quello su cui si può contare in ogni circostanza. Questo si deve alla magnifica connotazione "romantica" che gli fornisce Tom Hulce, attore inglese specializzato in questo genere di particolarità (lo ricordiamo tutti in "Amodeus" di Milus Forman, dove forniva al suo personaggio, non facile, di Mozart, una risata stridula che serviva come "simbolo di riconoscimento"). Kenneth Branagh che si riserva il ruolo del protagonista, dà a Victor un'aria più decisa e ambiziosa rispetto al romanzo; egli infatti, nel film, sa sempre come agire, anche quando è consapevole di star commettendo un errore. Il personaggio più "cambiato" è però quello di Elisabeth. Interpretata da Helena Bonham-Carter (attrice "relegata" spesso a ruoli di pizzi e corsetti come testimoniano film come "Camera con vista" e "Casa Howard"), Elisabeth, che nel romanzo della Shelley era un personaggio passivo, o per meglio dire, statico, qui invece non è la solita ragazza relegata in casa, ma una donna forte e decisa che fa di tutto per mantenere salda la sua unione sentimentale con Victor. Il mostro è interpretato dall'unico attore americano del cast, Robert De Niro. Paradossalmente, in tutte le altre versioni cinematografiche del libro, benchè le produzioni fossero americane, la parte del protagonista veniva sempre affidata ad attori stranieri, prevalentemente inglesi; essi erano più "preparati" poichè venivano direttamente dal teatro. Confrontando il film e il romanzo le differenze più significative si risolvono quindi a pochi ma importanti aspetti e cioè il carattere dei personaggi, le loro azioni e naturalmente il finale. Branagh, sul finale ha introdotto molti cambiamenti. Mentre nel libro l'azione termina con Victor inseguitore/inseguito del mostro, Branagh ha la "stravagante" idea di far rivivere Elisabeth con la stessa tecnica con cui ha dato vita alla sua creatura. Elisabeth, però, vedendosi riassemblata così orrendamente, si toglierà la vita dandosi fuoco. Nella storia del cinema, i registi più disparati si sono dilettati a trasportare sul grande schermo la storia della Shelley. I motivi sono facilmente individuabili; Mary Shelley ha scritto uno di quei rarissimi libri che saranno sempre attuali per tutte le generazioni. Lo stile che ha usato la Shelley per scrivere il suo romanzo è semplice e chiaro; è lo stile di una ragazza di diciannove anni che per raccogliere una sfida lanciata da Lord Byron nel 1818, decise di scrivere il suo primo romanzo. Ad un aspetto la Shelley però non aveva pensato: ad Elisabeth... Al tempo in cui Mary Shelley scrisse "Frankenstein" le donne vivevano una condizione sociale non molto "rosea". Non potevano studiare, nemmeno se erano ricche, non avevano eredità, non possedevano il diritto di voto e se sapevano cantare o suonare il pianoforte era perchè glielo avevano insegnato le loro bambinaie; la stessa sorte quindi spetta ad Elisabeth nel romanzo della Shelley. Branagh sapeva però che il suo film era indirizzato ad un pubblico ben diverso: così ecco che Elisabeth diventa rtealmente protagonista assieme a Victor. C'è da chiedersi infine se Branagh ha fatto una mossa astuta inserendo tante diversità. La domanda quindi è: i cambiamenti che Branagh ha apportato nel suo film rispetto al romanzo di Mary Shelley sminuiscono un po' delle figure per accentuarne invece delle altre? Oppure e ancora più specificatamente: nella sua integrità, il film sminuisce il libro della Shelley?Si deve riflettere sul fatto che il libro aveva il compito di accusare gli scienziati per certi loro esperimenti e per cercare di "aprire gli occhi" ai lettori sul progresso che si velocizzava allora ogni giorno di più; oggi il film non ha lo stesso proposito, accentuato anche dal fatto che il film dovrebbe essere anche un "elemento" di evasione per il pubblico e non un atto d'accusa. In secondo luogo, nessuno oggi legge questo libro pensando che esso sia impegnato in chissà quale battaglia, anche perchè non è più così. Confrontandoli, penso che in numerosi cambiamenti apportati da Branagh abbiano reso la creatura meno assoluta protagonista, ma coprotagonista assieme ad un coro di attori tutti con parti molto importanti. Sostengo che Branagh abbia lasciato intoccata la figura del mostro rispetto agli altri personaggi (su cui ha invece innovato parecchio) proprio per far si che tutti i personaggi siano allo stesso livello. Se la si vede sotto quest' ottica, le modifiche sostanziali apportate da Branagh, semplificano certi aspetti del romanzo rendendolo più attuale per il pubblico di oggi. Le piccole modifiche invece, come ad esempio la morte differente della madre di Victor, l' ipiccagione di Justine senza processo, la fine "ambigua" di Clerval (la definisco ambigua perchè ad un certo punto egli sparisce e non ricompare più, mentre nel libro la sua morte per mano del mostro è esplicitata chiaramente), sono tutti piccoli trucchi che Branagh si concede per risolvere in due ore di film, circa duecento pagine di libro. IL film infine è più macabro poichè presenta delle immagini talvolta violente che invece sulla carta, non essendoci un impatto visivo sono meno dirette e fanno scaturire meno paura. A me comunque sono piaciuti entrambi in eguale misura, poichè di uno ho potuto apprezzare i colori, i dialoghi e le magistrali interpretazioni, dell' altro ho potuto capirne i significati introspettivi ed il memorabile intreccio.