I MOSTRI CIBERNETICI

Alla fine degli anni Quaranta Isaac Asimov stilò tre leggi della robotica:
1. Un robot non può arrecare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti da esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e con la Seconda Legge.
In poche righe viene sintetizzato tutto l' immaginario legato alle macchine antropomorfe, alle intelligenze artificiali, agli organismi cibernetici. Se si dettano regole è perché si teme che qualcosa di disturbante possa accadere. Insomma, si ha paura dell' "automa" che diventa "autonomo" dal suo creatore umano. Il cinema si è incaricato di proporre soprattutto una interminabile serie di violazioni a queste tre leggi; i robot e le altre creature artificiali del grande schermo prima o poi diventano nocive per l' uomo, si ribellano, si mutano in un pericolo. Il timore per le conseguenze degli sviluppi tecnologici è presente in tutte le diverse facce che questo tema ha assunto nell' immaginario. Dividendo il tema del rapporto "mostruoso" tra uomo e macchina in tre parti risulta che i veri e propri "robot" sono macchine con aspetto parzialmente umano, mentre i "cyborg" hanno un aspetto che imita integralmente l' uomo; le "intelligenze artificiali", infine, sono computer che non hanno nessun aspetto antropomorfo, ma "pensano" e calcolano interagendo con gli esseri umani, o dentro ai quali l' uomo può "viaggiare" grazie alla realtà virtuale. La figura più attuale è certamente quella del cyborg, termine coniato nel 1960 da due medici americani contraendo le parole "cybernetic organism"; nel termine cyborg si confrontano due realtà precedentemente incommensurabili: il cibernetico e l' organico. L' intersecarsi di vita e cibernetica si affaccia durante la seconda guerra mondiale e inizia a profilarsi negli anni Cinquanta, almeno nella letteratura fantastica, e a poco a poco si trasforma in realtà scientifica; tecnologia e biologia, insomma, si sovrappongono. Il cyborg è quasi sempre di aspetto identico all' uomo. Attualmente i cyborg più presenti nel cinema sono al di là di queste stesse definizioni; sono in parte umani e in parte meccanici; la carne si intreccia alla macchina, l' uomo diventa un terminale. Macchina e uomo appaiono inseparabili.
Oggi del cyborg si occupa la sociologia, anche da sponde opposte. Baudrillard, per esempio, vive come un incubo l' avvento del cyborg, a suo parere già operante, fino la punto di rendere inutile la fantascienza. Donna Haraway, invece, accetta la simbiosi con la tecnologia e decide di agire apertamente nella "politica cyborg". Il cyborg è ormai diventato un mito nel momento stesso in cui la fantascienza contemporanea lo elegge a sua figura centrale. Il fatto è che nel nuovo millennio saremo tutti cyborg. Gli individui diventano un ibrido tra macchina e organismo, tanto che alcuni saggisti si sono spinti fino a ritenere la nostra società come già "post-umana". Si hanno di fronte i primi segni di una nuova umanità composta da organismi cibernetici (cyb-org, appunto). Quando la realtà virtuale si sovrappone alla realtà concreta, l' uomo è già mutato. Quando ci si muove in spazi cibernetici non si è già più esseri umani, ma cyborg. L' uomo inventa la tecnologia, venendone a sua volta reinventato e ristrutturato; ciò comporta una graduale "perdita di umanità" che, però, non è considerata negativa in quanto l' uomo è debole, ha bisogni da soddisfare ed una personalità con cui fare i conti, mentre la macchina robotica è forte, senza esigenze, totalmente obbediente. Il quesito che ora si pone è il seguente: bisogna "resistere" all' intreccio tra corpo e macchina o bisogna accettare e usare l'organismo cibernetico?. In America la cultura femminista ha affrontato tale questione sia resistendo nettamente all' invasione tecnologica, che con una lettura più articolata e dinamica attraverso il celebre manifesto cyborg di Donna Haraway scritto già nel 1985. Il cyborg, per questa autrice, oltrepassa le divisioni tradizionali della cultura occidentale. La simbiosi con la tecnologia diventa una possibilità dinamica anzichè una riproposta del pensiero maschile basato sul dominio e sulla padronanza. La cibernetica è potente, per questo può rassicurare ma anche destabilizzare; la cultura elettronica, il computer, l' informatica la delimitano e la inseriscono nei propri schemi e modelli. Queste mutazioni possono nascondere orribili pericoli, ma possono anche essere nuovi strumenti di liberazione. Il cinema stesso è un mezzo di comunicazione "cyborg", cioè un organismo cibernetico, ma ha sempre preferito svolgere il ruolo di campanello d' allarme; ha reso, infatti, visibili sullo schermo meraviglie che l' umanità non ha ancora raggiunto, ma quasi sempre ha fatto seguire a questo stupore ammirato la tragedia, la catastrofe, provocata proprio dalle scoperte cibernetiche.








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I cyborg sono in parte macchine. Non dovrebbero avere sentimenti, ma mantenere la freddezza del metallo, materia prima dei vecchi robot, componente, però, necessaria anche del modernissimo organismo cibernetico. Eppure il cyborg ha anche una parte viva, si tratti di tessuti umani oppure di una "intelligenza" che, seppure artificiale, assume autonomia. Il cyborg insomma non è solo una macchina automatica: in certi casi è un diverso, sofferente della sua disumanità. Questo è l'unico punto in comune tra il mostro inventato da Mary Shelley e poi trasformato in mito dal film di James Whale del 1913, e gli organismi cibernetici, essendo il mostro creato dall'ardito scienziato Victor Frankenstein integralmente umano. Esso è infatti costituto da pezzi di cadavere, quindi senza parti inorganiche; l'elettricità contribuisce a rivivificare le membra morte del mostro, ma non c'è nessuma contaminazione tra corpo umano e macchina. Un esempio di cyborg nel cinema è, invece, Robocop, un poliziotto di Detroit che viene ucciso da una banda di criminali e torna in vita sotto forma di cyborg: è il tipico superuomo, dalla parte della giustizia. Robocop assomiglia a noi stessi, o almeno a quello che gli uomini di fine millennio stanno diventando. Spaventa, perché l'umanità di Robocop è ridotta a un pezzo di faccia e a un cervello, ma è anche consolatorio, perché affida alla macchina l'unica possibilità per "normalizzare" le società disordinate di fine millennio: contro banditi, spacciatori e stupratori arriva il superpoliziotto. Il cyborg cinematografico, del resto, è quasi sempre derivato da un immaginario maschile, che privilegia il culto della forza, della potenza muscolare e della violenza "automatica".

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La parola "robot" proviene dal termine slavo che indica il lavoro e i lavoratori; in realtà questa definizione prende origine da un dramma teatrale del 1921, intitolato "R.U.R."(Rossum Universal Robots), scritto dallo scrittore ceco Karel Capek. Fin da allora si evidenzia il pericolo: i robot si ribellano contro chi li ha creati (come si ribellavano i veri lavoratori di quegli anni nella storia politica). Ecco quindi che si delineano i rischi di una evoluzione tecnologica in grado di creare macchine simili all' uomo. Da una parte si teme la ribellione degli schiavi (i robot e i cyborg sono quasi sempre intesi come servitori dell' uomo), dall' altra appare la paura per i risultati di una ricerca scientifico-tecnologica senza limiti. Inoltre essendo i robot delle macchine che imitano l' uomo emerge anche la questione antica della sfida a Dio, l' unico abilitato a "creare la vita". Questa sfida per il nostro immaginario deve comportare sempre un pericolo, e i robot non fanno eccezione, infatti in molte produzioni cinematografiche essi fanno paura. Nei film di fantascienza la minaccia viene da un altro pianeta, mentre in quelli sui robot e sui cyborg la minaccia è costruita dall' uomo stesso. Il vero e proprio robot al cinema è stato un trionfo di metallo, una creatura fatta di ferro e acciaio. Una vera "macchina", anche esteriormente, ma per incutere paura aveva bisogno di rivestire la sua corazza di ferro con una pelle che lo facesse apparire umano. Da semplice robot doveva definitivamente diventare cyborg.

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