FRANKENSTEIN: IL MOSTRO SOLO

Tutto cominciò, come è noto, con una storica riunione a Villa Diodati, in Svizzera dove si trovarono insieme George Byron, John Polidori, Percy Bisse Shelley e Mary Wollstonecraft futura moglie di Shelley. Da quell'incontro, nella fantasia di Mary Shelley nacque l'idea di un romanzo inperniato su un dottore che crea la vita in laboratorio, sfidando le regole scientifiche e celesti: Frankenstein, pubblicato nel 1818. Era l'inizio di un mito che doveva caricarsi di ulteriori significati simbolici, dal rapporto tra l'uomo e la scienza alla solitudine della "diversità". Il mito si dilatò immediatamente dalla letteratura al teatro e infine al cinema, dove era destinato a trovare la sua consacrazione maggiore. La California, anche in questo caso, sarebbe stata la nuova patria di Frankenstein, o meglio della sua creatura che proprio grazie al cinema stava per soppiantare la popolarità del suo creatore: Frankenstein diventerà qui l'appellativo con cui indicare il mostro, e non più il cognome dello scienziato che al mostro aveva dato vita. Il merito di questo spostamento lessicale è di un ciclo di film prodotti dalla Universal tra gli anni '30 e '40. Dracula, nel 1931, aveva dimostrato che le paure prodotte dalla Grande Crisi del '29 inducevano il pubblico a cercare brividi fantastici nel regno dell'immaginario. Nel frattempo Carl Laemmle non era più il factotum della Universal, ma aveva lasciato la sua impronta di capo spirituale indiscusso degli studios. I collaboratori di Laemmle, quasi tutti europei, non dimenticavano le altre fantasie gotiche della loro cultura; dopo il Vampiro dell'irlandese Bram Stoker ci si poteva quindi rivolgere al mostro della inglese Mary Shelley. Il cinema aveva offerto fino ad allora solo qualche rifacimento delle opere teatrali ispirate alla vicenda di Frankenstein, e anche la Universal preferì questa strada, ritenuta meno rischiosa di una riscrittura ad hoc per lo schermo: chiese agli sceneggiatori non una rielaborazione diretta del romanzo, ma la trasposizione di una sperimentata versione teatrale. Se Dracula era tratto dal dramma già portato in scena da Bela Lugosi per tutta l'America, Frankenstein era basato sul lavoro teatrale del 1930 di Peggy Webling. Entrambi i film risentiranno molto di questa origine teatrale nella loro staticità e nell'onnipresenza dei dialoghi. Ma il cinema permetteva di ricreare le atmosfere gotiche degli esterni, impossibili a teatro e di scatenare l'eredità espressionistica che gran parte dei collaboratori di Laemmle si era portata con sè dalla Germania. Persino il primo make-up immaginato per il mostro era ispirato al cinema tedesco degli anni '20, in particolare al Golem di Paul Wegener. Nel ruolo del mostro, inizialmente, doveva apparire Bela Lugosi, ma l'attore rifiutò una parte che non prevedeva una sola riga di dialogo. La classica maschera del mostro, con la larga fronte solcata da cicatrici, gli elettrodi al collo, le occhiaie nere, sarà portata da Boris Karloff, un attore inglese destinato a identificarsi per sempre con la creatura mostruosa nata in laboratorio da un collage di cadaveri. Dopo il primo mitico film, Karloff è tornato nei panni del mostro di Frankenstein altre due volte ("The Bride of Frankenstein" e "Son of Frankenstein") avviandosi ad una carriera quasi esclusivamente segnata dalle apparizioni del orrore e in parti di "cattivi". Boris Karloff, il cui nome d'arte vagamente esotico doveva suscitare un brivido alla sola citazione, affiancherà le sue interpretazioni del mostro con altri ruoli di "diverso" e "cattivo", spesso "straniero" per spaventare meglio l'americano bianco. In altri film della sua carriera, Karloff è stato un diabolico cinese, un arabo predatore, un egiziano assassino....Se Frankenstein deve gran parte della sua fortuna all'immagine del mostro karloffiano, non si può sottovalutare la presenza proprio in questo film di una nutrita serie di modelli per il fantastico a venire. Il laboratorio dello scienziato, ad esempio, è un gioiello dovuto a Herman Rosse che resterà insuperato (gli stessi scenari, miracolosamente conservati, verranno utilizzati da Mel Brooks per "Young Frankenstein"). Alcuni personaggi di contorno, poi, sono prototipi presto trasformati in luoghi comuni del fantastico cinematogrfico, a partire dal gobbo assistente di Frankenstein interpretato qui da Dwight Frye che era già stato il pazzo servo di Dracula nel film di Browning. La Universal giocò sulla sua stessa notorietà scherzando con il pubblico: in apertura del film Sloan porta i saluti di Carl Laemmle al pubblico, spiegando le terribili ragioni di un film dal soggetto così inquietante (nelle versioni da esportare Sloan veniva sostituito da facce più note localmente, e si vocifera di una copia in cui appare C.L. in persona). Chi si aspettava un film per le famiglie era comunque disilluso. La Universal diventava trasgressiva appena si accostava ai miti del fantastico, e solo la routine e un uso bassamente commerciale dei suoi successi porterà la casa a produrre film dedicati a un pubblico eminentemente giovanile. Frankenstein è di una violenza non comune per i tempi tanto da provocare pesanti tagli da parte della censura: è il caso celebre della sequenza in cui il mostro getta una bambina nel lago, ma qualche problema ebbe anche la scena dell'assassinio del gobbo, impiccato dal mostro con una catena. Privo di musica, cupo, delirante, il film è diventato un oggetto di culto. E ha portato dietro di sè anche una tremenda leggenda. Si parla infatti di una "maledizione" che avrebbe colpito tutti i partecipanti del film: il regista James Whale è morto annegato, suicida o assassinato, Benjamin Torrealba, la controfigura di Karloff, ha ucciso e seppellito in giardino alcuni sventurati, una nipote di Karloff ha ammazzato due figli in una crisi di follia, un altro collaboratore si è suicidato...... Frankenstein si chiudeva con l'incendio di un mulino in cui era intrappolato il mostro. Ma gli sceneggiatori si misero al lavoro per dare un seguito a Frankenstein e dopo tre anni la Universal propose "The Bride of Frankenstein", spiegando semplicemente che il mostro si era salvato grazie ad una pozza situata sotto le fondamenta del mulino bruciato. Con questo facile espediente James Whale potè dare vita al suo film più sensazionale, un capolavoro della fantasia sfrenata, un concentrato di immagini a cavallo tra espressionismo e surrealismo che ha fatto la gioia di intere generazioni di cinefili. Non c'è limite all'immaginazione in "The bride of Frankenstein", nemmeno un limite di logica. Il film si può aprire con la Shelley che racconta a lord Byron, nel 1818, la storia del primo film che era ambientato nel secolo successivo senza nessuna cura per l'evidente folle anacronismo. L'unica coerenza rispettata è quella di una consequenzialità diretta con la storia del Frankenstein precedente: Karloff è ancora il mostro e Colin Clive interpreta di nuovo lo scienziato (che nei film Universal si chiama Henry Frankenstein, come nella commedia della Webling, e non Victor come nel romanzo della Shelley), e nessuno farà caso al cambio della guardia per l'attrice che interpreta Elisabeth. La vera rivelazione del film resta comunque Elsa Lanchester, nel ruolo sia della Shelley che della compagna creata da Frankenstein per il suo mostro desideroso di amicizia femminile. Il grido di Elsa "the Bride" Lanchester nelle ultime sequenze del film resta indimenticabile, e altrettanto vale per il suo make-up, ispirato alla regina egiziana Nefertiti. Anche alla Lanchester, capitò come a Karloff nel precedente film: i titoli di testa indicano l'inteprete della "sposa" solo con un punto interrogativo, senza il nome dell'attrice. Il film era incentrato proprio sulla novità di un mostro femmina, e la pubblicità strillava: "The monster demands a mate!", ma Whale non giocò esclusivamente sull'amour fou tra il mostro e la partner che lo rifiuta. In "The Bride of Frankenstein" la sofferenza già accennata nel film precedente diventa più centrale; il mostro viene respinto dalla comunità umana e solo chi non può vederlo interagisce con lui. Whale è esplicitamente dalla parte del mostro, lui presto emarginato da Hollywood anche per la sua non nascosta omosessualità, come rivela il recente film "God and Monsters" di Bill Condor, e si diverte a rovesciare le parti tra il mostro ed il suo creatore: in "the Bride" è la creatura che, ribellatasi dà ordini a Frankenstein. Ma Whale sapeva trattare il soggetto con la dovuta ironia. "The Bride of Frankenstein" sfruttava più del suo capostipite i benefici del sonoro, dando la parola al mostro, ma soprattutto con un commento musicale di Waxman che verrà riutilizzato in altri film Universal. Il pubblico gradì anche il mostro sofferente di "The bride" tanto che la Universal decise di continuare la saga. Nel '38 va in produzione "Son of Frankenstein", che con i suoi 90 minuti sarà il film più lungo della serie. Con un'altra capriola anacronistica l'azione viene collocata 25 anni dopo le vicende narrate in "The bride", e la scomparsa del mostro viene risolta inventando la figura di Ygor, uno strano personaggio che si è preso cura del mostro e lo tiene nascosto utilizzandolo per le sue vendette. Ygor, che era interpretato da Bela Lugosi, ostentava un vistoso collo spezzato, dovuto ad una fallica impiccagione. H. Frankenstein e la moglie sono ormai morti, e chi continua le imprese dello scienziato da suo figlio Wolf (interpretato da Basil Rathbone), messo a dura prova dalle scorribande del mostro redidivo (per l'ultima volta Karloff). Il mostro non è più umano e dolente come in "The bride", si è trasformato in una specie di bestia, nuovamente muta e priva di una coscienza autonoma. La linea Universal, molto sentimentale verso i mostri, riemergeva però in alcune scene che presentano il mostro in versione patetica: la creatura si lascia sfuggire un urlo di dolore quando scopre che l'amico Ygor è morto, e in un'altra occasione gioca teneramente con il figlioletto di Wolf Frankenstein. Il regista Rowland V. Lee faceva il possibile per risollevare il film dai primi segni di logoramento della saga dirigendo professionalmente gli interpreti tra scenari espressionistici. Il mostro perisce di nuovo cadendo in un pozzo sulfureo, ma nel giro di un paio d'anni la Universal ritornerà ancora a lui. Il 1942 è infatti l'anno di "The Ghost of Frankenstein", la cui prima venne astutamente presentata un venerdì tredici: Ygor è vivo ed è ancora in compagnia del mostro. Un altro figlio di Henry Frankenstein ha ereditato ambizione e follia, e vittimizza ancora il povero mostro. Ormai la creatura è diventata molto simile ad un robot, grazie alla inespressività di Lon Chaney Jr. approdato alle vesti che erano state di Karloff. Non c'è più un lato umano del mostro, è rimasto solo l'involucro, e il make-up di Pierce è una semplice maschera da applicare d'ora in poi a diversi attori. Il mostro è talmente privo di personalità che nessuno soffre per la sostituzione del suo cervello con quello di Ygor; ora la creatura parla con la voce di Bela Lugosi, ma è cieco, "The ghost" è l'ultimo film della saga Universal in cui la creatura di Frankenstein appare da sola. E' il caso del successivo "Frankenstein Meets The Wolfman", che lancia un nuovo stile Universal: punta ora su una coppia di mostri. Lon Chaney Jr. era diventato celebre come Talbot l'Uomo Lupo e non poteva quindi più interpretare Frankenstein. Bastò rivolgersi a Bela Lugosi, che nel film precedente aveva interpretato Ygor, per ottenere dall'attore una risposta positiva, senza più le riserve del passato. Il mostro di Lugosi è più animalesco che mai, ringhia e sibila sotto il pesante trucco, e soprattutto cammina sempre protendendo le mani avanti. L'effetto era grottesco, ma c'è una spiegazione: in una prima sceneggiatura il mostro era cieco, in coerenza con il finale di "The Ghost", e quindi avanzava giustamente a tentoni, poi la produzione cambiò idea, ma molte sequenze erano già girate. In pochi mesi la creatura di Frankenstein e l'Uomo lupo dovevano tornare ad incontrarsi in "The House of Frankenstein", questa volta in compagnia di Dracula e del pazzo Dottor Niemann. C'era il consueto problema di un nuovo protagonista per il mostro, in seguito alla deludente performance di Lugosi; dopo molti inutili provini la scelta cadde su Glenn Strange. Il vero asso nella manica del film era però il ritorno di Boris Karloff, questa volta nella parte del mad doctor. Spetta a Karloff-Niemann rianimare il conte Dracula nella prima parte del film, e quindi recuperare Talbot e la creatura. La cura per i particolari tecnici non diminuiva e "House of Frankenstein" resta un film dignitoso, velocissimo, letteralmente pieno di archetipi horror. Nel giro di un anno le sale ospitarono l'ennesimo seguito, "The house of Dracula". Questa volta è il Vampiro ad avere maggiore spazio, interpretato come nel film precedente da John Carradine. Tornano anche Chaney/Talbot e Strange/Mostro di Frankenstein, con un nuovo scienziato pazzo, il dottor Edelmann intrepretato da O. Stevens al posto di Karloff. Come al solito occorre una spiegazione per la miracolosa sopravvivenza di tutti i personaggi: Talbot è rimasto solo ferito, ma ha perso la memoria, il mostro di Frankenstein è conservato nelle paludi con lo scheletro del dottor Niemenn tra le braccia; Dracula ricompare inspiegabilmente dal nulla cambiando solo il nome in barone Latos. Ma la saga stava definitivamente mostrando la corda, e il prodotto diventato ripetitivo, tanto che la scena dell'incendio finale del laboratorio poteva tranquillamente essere rubata a "Ghost of Frankenstein". Anche Lionel Atwill nella parte del capo della polizia, come già in altri capitoli della serie, non era che l'imitazione di se stesso, e poco cambiava se il gobbo degli altri film diventava qui un'impressionante infermiera gobba. In "Abbott & Costello meet Frankenstein" il mostro di Frankenstein è ancora il "secco" Glenn Strange truccato questa volta da Westmore al posto di Pierce. Ma anche il mostro come anche altre due figure del fantastico Universal diventa semplice spalla per le battute di Gianni e Pinotto.