LA PAURA IN POE

Biografia
Orrore in Poe
Gatto Nero

Edgar Allan Poe è sempre stato in confidenza con la morte come con la miseria. In tenera età infatti i suoi genitori erano morti entrambi nella povertà e nella disperazione a Richmond, in Virginia, nel 1811, quando Edgar non aveva che tre anni.
Neppure più tardi, dopo la morte dei genitori adottivi, riuscì a ritrovare affetto e consolazione con il matrimonio poichè sua moglie Virginia Clemm morì giovanissima di un male lento e atroce. Forse fu la lunga agonia della sua diletta ad imprimere nel suo animo, indelebilmente, quel morboso interesse per la morte e per il disfacimento fisico che tanto contribuisce all'orrore e all'angoscia delle sue novelle.
Come la madre dello scrittore, anche Virginia si era spenta nella miseria più nera, e Poe aveva dovuto assistere impotente al suo male e alla sua fine in mezzo ad uno squallore disperante.
E certo, poichè la sua miseria non era dovuta soltanto alla sfortuna, ma anche alla sua irrequietezza, che di un giornalista di successo aveva fatto un disoccupato vagabondo, il rimorso dovette attanagliarlo. Soffocava, di quando in quando, il rimorso e l'amarezza nell'alcool.
Un critico americano gli rimprovera la mancanza di senso dell'umorismo; rimprovera ai suoi racconti l'assenza di ogni sorriso.
Ma in una vita come quella di Edgar Allan Poe, non c'è posto per il sorriso.
Le sue novelle appaiono dunque come lo specchio della sua anima, vediamo pienamente la sua figura di uomo grande e disperato, del maggiore degli scrittori americani del secolo scorso, morto nel 1849, ancor giovane, ma con le spalle cariche di un cumulo di errori e di sventure che avevano aperto alla sua esperienza tutte le porte fuorchè quelle della gioia.
Anche la sua morte rimane un mistero; morì a Baltimora, dopo essersi abbandonato al bere, per un attacco di delirium tremens.
Le sue storie sono intrise di mistero e di immaginazione: un mistero che attanaglia, incombe, che immerge il lettore in un'atmosfera cupa e angosciosa.
Leggiamo, e vorremmo leggere ancora; vorremmo che il racconto non finisse mai, e al tempo stesso vorremmo finirlo in fretta per uscire dall'incubo. Solleviamo gli occhi dal libro e porgiamo orecchio ai consueti rumori della casa, con lo stesso sollievo e la stessa incredulità con la quale ci destiamo da un sogno angoscioso.
Gli elementi dell'orrore sono sparsi a piene mani nei racconti di Poe. Sono sempre gli stessi elementi che ricorrono, con quasi monotona insistenza: famiglie nobili entro castelli in rovina, cadaveri straziati, donne sepolte vive, irragionevoli assassini e, finchè dura il racconto, dura l'incanto e, a racconto finito, non sempre svanisce subito l'angoscia.
Questi racconti discendono dai settecenteschi romanzi neri inglesi. Tuttavia in questo scrittore ci sono altri elementi, misteriosi come la sua narrazione che maggiormente ci affascinano.
La sua differenza da altri scrittori, e che dunque suscita in noi il vero elemento dell'orrore, è che Poe credeva egli stesso a ciò che raccontava. Anzi, raccontava se stesso, rifletteva sulle sue cupe pagine il tormento della sua anima, l'irrequietudine della sua vita travagliata eternamente senza radici.
In lui era sempre presente l'incubo della morte prematura: tutti coloro che egli aveva amato e che gli erano stati accanto se ne erano andati forse troppo presto.
Nella sua narrazione colpisce inoltre la lucidità e la pacatezza con cui parlano i suoi personaggi (egli scrive sempre in prima persona) quando descrivono scene orribili e raccapriccianti che chiunque altri non riuscirebbe a riportare così meticolosamente senza perdere il controllo.
Una caratteristica che accomuna molti dei protagonisti delle sue storie è inoltre la follia, che scaturisce quasi sempre da situzioni apparentemente normali e che prende vita dalla quotidianità del ripetersi quasi ossessivo di certe azioni.
Abbiamo tipici esempi di personaggi afflitti dal doloroso male della follia in alcuni racconti come, ad esempio, "Berenice", "Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma", "William Wilson" ed "Il gatto nero".
Ci soffermeremo in particolare su quest'ultimo, in cui l'orrore è esistenziale e radicato nella stesso verso le sue azioni criminose e perverse.
Ancora una volta il protagonista è un personaggio instabile, che riflette in sè la stessa inquietudine che perseguitò fino alla fine lo stesso Poe.
Il racconto appare come la confessione di un uomo il cui rimorso è così incalcolabile da essersi apparentemente sepolto dentro il suo animo, per poi esplodere improvvisamente con una forza devastante e distruttrice.
Presentiamo ora un riassunto del racconto scrivendo noi stessi in prima persona affinchè non vada perdendosi la sua efficacia espressiva.
"Oggi voglio scaricarmi l'anima. Mio scopo immediato è quello di porre dinanzi al mondo, chiaramente, succintamente, e senza commento, una serie di avvenimenti puramente domestici. Nel loro evolversi, questi avvenimenti mi hanno terrorizzato, torturato e distrutto. E tuttavia non tenterò di spiegarli. A me non hanno ispirato che orrore.
Fin dall'infanzia sono sempre stato un ragazzo affettuoso, con una quantità indescrivibile di amore da donare agli altri.
Mi appassionai in particolare agli animali e grande fu la mia gioia, quando mi sposai, nello scoprire che mia moglie era in questo simile a me. Avemmo molti animali, tra cui un gatto, il mio preferito, che chiamai Plutone: era nero e grosso e divenne il mio compagno di giochi.
Ma qualcosa cambiò; il mio umore, la mia persona subirono una generale e radicale alterazione verso il peggio.
Divenivo ogni giorno più irritabile e il vizio del bere mi aveva ormai quasi completamente assorbito. I miei animali e mia moglie subirono le conseguenze di questo mio cambiamento; alla fine persino Plutone cominciò a sperimentare gli effetti della mia perversità.
Una notte tornato a casa ubriaco mi sembrò che Plutone mi evitasse e così lo afferrai, il gatto si difese bene facendomi una ferita sulla mano, la mia furia si scatenò e con una cattiveria diabolica trassi dalla tasca un temperino, lo aprii, afferrai la povera bestia alla gola e le strappai un occhio dall'orbita.
Quando alla mattina recuperai la ragione provai un sentimento per metà di orrore e per metà di rimorso per il delitto di cui mi ero reso colpevole e affogai i miei sentimenti nel vino.
Nel frattempo Plutone si era ristabilito, ma, come immaginavo, ogni volta che gli andavo incontro lui fuggiva via terrorizzato.
Questo suo rifiuto nei miei confronti mi infastidì a tal punto da farmi compiere l'insano gesto di impiccare il mio gatto; lo impiccai con le lacrime agli occhi e con il più amaro rimorso.
La mattina dopo ci fu un incendio nella nostra casa, tutti i muri crollarono eccetto uno, quello accanto a cui avevo impiccato il gatto, su cui ora aderiva completamente il suo cadavere. Trascorsi i giorni successivi nella più amara tristezza, sentendomi colpevole e desiderando un nuovo compagno che sostituisse Plutone, di cui mi sarei preso cura riparando così la mia spregevole azione.
Un giorno trovai un gatto identico a Plutone, che differiva da lui soltanto per una macchia bianca sul petto, simile a quella che l'intonaco del muro avrebbe lasciato sul mio defunto gatto se egli avesse potuto tornare in vita. Lo presi con me, ma ben presto mi pentii di questa mia azione, che avrebbe voluto essere riparatoria. Il gatto mi seguiva ovunque, mostrandomi un affetto quasi soffocante, finchè iniziai persino a pensare che quella bestia fosse il mio precedente gatto, venuto a punirmi con la sua opprimente presenza.
Decisi così di ucciderlo, ma quando stavo finalmente per liberarmi di lui con un'accetta, mia moglie si mise fra me e il gatto, così io colpii il cranio di lei. Nel frattempo il gatto nero era sparite ed io decisi di occuparmi di mia moglie. Totalmente in preda alla follia sminuzzai il suo corpo in più parti e lo murai nella cantina.
Smisi di pensare al gatto, mi sentii sollevato e quando arrivò la polizia per indagare ero totalmente sicuro di me stesso. Infine, quando ebbi convinto gli agenti della mia innocenza, pervaso da una strana euforia ed orgoglioso della mia abilità, mostrai loro anche la cantina, soffermandomi in particolare davanti al muro dietro al quale vi era mia moglie.
Poi accadde: un grido disumano provenne da quel punto della cantina. Fu un attimo, il muro venne abbattuto e dietro ad esso, oltre al cadavere testimone del mio delitto, vi era l'orribile bestia: avevo murato il gatto vivo ed esso con il suo urlo straziante aveva rivelato il mio omicidio.
Ora mi trovo qui, in prigione; ripensando a ciò che è accaduto è come se assistissi alla follia di un uomo che non sono io."