IL TIMORE PSICOLOGICO IN FRANKENSTEIN


Il lettore. Chi, se non lui è la figura più importante nel giudicare un libro? Chi se non lui decide se è interessante o meno, se è bello o brutto, se è noioso o appassionante? Spesso, è proprio la presenza di quest'ultima componente che determina se il libro risulta piacevole: colui che legge deve essere appassionato, coinvolto nelle vicende del libro. Per quanto riguarda "Frankenstein" la lettura di questo romanzo riserva indubbiamente piacevoli sorprese a chi, influenzato da tutta una serie di riduzioni cinematografiche, si aspetta una vicenda incentrata sulla cieca brutalità del mostro e sul suo innato senso di distruzione. L'ipotesi, ventilata in quegli anni, che il galvanismo potesse produrre la scintilla vitale capace di ridare la vita ai cadaveri appare all'autrice un orribile incubo; anche Erasmus Darwin era riuscito a far rivivere dei vermi da alcuni loro segmenti isolati in contenitori di vetro. Sul processo della trasmissione della vita - assicurato dalla donna attraverso un rapporto d'amore - avanza minacciosa la mano dell'uomo, che lo potrebbe trasformare in un abnorme procedimento industriale; una vita così innaturalmente creata non può che essere obbrobriosa... Questo scatena una serie di emozioni, magari riposte nei più lontani meandri della mente, che permettono al lettore di immedesimarsi nella parte; è in questo modo che scatta il meccanismo del timore psicologico che nel romanzo di "Frankenstein" è dovuto agli incubi legati alla morte, ai sensi di colpa, al rimorso, alla paura sentimentale dovuta all'impotenza, all'ossessione di non poter sfuggire a chi è più potente di noi, alla paura di essere pedinato, al non riuscire a distinguere la realtà dalla fantasia, alla presenza di elementi macabri nella descrizione dei luoghi che suscita terrore nel subconscio, a paura dell'ignoto e all' imprevedibilità e immutabilità del destino. Nel romanzo lo shock della creazione-apparizione del mostro genera numerosi sensi di colpa nello scienziato che capisce di aver dato vita ad un orrendo ammasso di carni e, rendendosi conto di non poter tornare sui suoi passi, fugge disgustato dalla vista di un essere tanto repellente nel tentativo di chiudersi in un sonno di rimozione; è questa la scena dell'incubo attorno alla quale si sviluppa l'intero romanzo poiché il lettore intuisce che il meccanismo del terrore è basato proprio sui timori e sulle esitazioni che l'autrice prova nei confronti della nuova scienza che avrebbe permesso di animare la materia inorganica e che si stava affermando nel periodo in cui è stato scritto il romanzo. La previsione, il sogno dell'inedita dottrina si tramuta in un terrificante, angoscioso incubo. Come già affermato precedentemente, infatti, il processo biologico amoroso della creazione della vita si trasforma in un'abnorme, gelida meccanica industriale: il manufatto ha un corpo adulto, gigantesco; la sua costruzione è un assemblaggio di pezzi (come del resto già accadeva per i primi automi di allora e per le bambole animate, che fino dal Settecento erano oggetto di meraviglia in tutta Europa). Gli organi dell'ingranaggio in questo caso sono però umani, e l'essere che nasce è un mostro, fabbricato e gettato via come un prodotto mal riuscito, una brutta "cosa". L'utopia maschile del tempo della rivoluzione industriale di potere "produrre" tutto, anche esseri umani ("una nuova umanità", come dice Frankenstein) diventa così l'incubo femminile di un tale esperimento. Ma non è solo questa l'ottica in cui è scritto il romanzo. Se la sua genesi orrifica, già fantascientifica sta appunto nella visionaria anticipazione del risultato di una fabbricazione della vita come quella che i moderni Prometei progettano (dove è chiaro che la nascita artificiale è contrapposta a quella biologica), l'incubo che ne deriva non si traduce soltanto nell'immagine paurosa del nuovo essere, ma soprattutto nella sua feroce crudeltà che determina la riduzione di tutti i personaggi del romanzo a piccoli pedoni, alfieri e regine, spartiti innocenti sulla scacchiera di questa partita a morte tra Frankenstein e la sua mostruosa creatura che ha il controllo assoluto sulle vite dei cari del suo creatore, dando scacco matto al "re": chiuso in un manicomio Victor Frankenstein è vinto. La vendetta del figlio rifiutato è compiuta.



















Il galvanismo è l'impiego di una corrente elettrica continua per scopi terapeutici. Fu adottato per la prima volta da Giovanni Galvani, medico e naturalista italiano nato a Bologna nel 1737 e morto nel 1798. Nel 1780 osservò per caso che un bisturi avvicinato inavvertitamente ai nervi di una rana scuoiata, provocava violente contrazioni dei muscoli dell'animale e attribuì la causa del fenomeno a una particolare forma di elettricità animale.

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Erasmus Darwin (Elton 1731, Derby 1802), poeta, medico e filosofo. Nonno del più celebre Charles, fu autore di trattati di fisiologia e psicologia, precursore da vari punti di vista delle teorie dell'evoluzionismo.
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