PREFAZIONE

La prima edizione scritta nel 1818 conteneva una breve introduzione in realtà scritta dal marito di Mary Shelley, che fu poi conservata in tutte le altre edizioni successive.

Essa dice che gli eventi che si susseguono in questa storia sono stati giudicati da dal dottor Darwin e da altri studiosi non impossibili a verificarsi, e sebbene l'autrice non attribuisca a quest'affermazione alcuna veridicità, nell'introduzione si afferma come la particolarità di questa trama, così al confine tra il possibile e l'impossibile, contribuisca indubbiamente ad affascinare il lettore.
Viene scritto inoltre che la circostanza su cui si basa la storia, così originale e suggestiva grazie all'efficacia delle situazioni descritte, è stata suggerita da una conversazione casuale e che il romanzo ha preso vita quasi come una sfida che la Shelley lanciò a sé stessa in parte per diletto e in parte per mettere alla prova le risorse inespresse della propria mente.
Si conclude infine scrivendo come questo romanzo sia nato nell'estate del 1816, in una stagione fredda e piovosa. La sera la Shelley, il suo celebre marito e gli amici di cui era ospite si riunivano intorno al caminetto acceso. Essi si dilettavano con la lettura di racconti di fantasmi; questi risvegliarono in loro il desiderio di imitarli, per gioco. La prefazione termina con la seguente frase:"... i miei amici mi lasciarono per compiere un'escursione sulle Alpi, e tra quei panorami magnifici persero ogni ricordo delle loro spettrali visioni. Il racconto che segue è l'unico che sia stato portato a termine."

Nel 1831 venne scritta un'altra prefazione, stavolta di Mary Shelley stessa. Quest'ultima è molto importante in quanto è una testimonianza diretta sulle motivazioni che spinsero l'autrice nel campo della creazione letteraria; essa non viene sempre riprodotta nelle edizioni straniere e talvolta neanche in quelle in lingua.
In quell'introduzione l'autrice ci descrive come nacque in lei l'amore per lo scrivere: fin da bambina infatti sognare ad occhi aperti nel tempo libero e riportare poi sulla carta quelle sue fantasie era stata la sua più grande passione.
Era quello per lei uno sfogo, un modo di sentirsi libera e di vivere in un mondo che solo lei poteva immaginare. Allora la sua vita le sembrava insignificante; crescendo, la realtà era diventata più interessante della finzione. Tuttavia, dopo essersi sposata, il suo compagno non fece che incitarla a scrivere ancora, notando in lei un grande talento.
L'autrice descrive infine l'atmosfera magica che l'accompagnò in quella famosa estate del 1816. Fu in quell'occasione che a lei vennero tra le mani varie storie di fantasmi, che la colpirono molto: ella scrive di non aver più letto racconti di quel genere, le cui vicende restarono tuttavia impresse nella sua memoria.
Fu lanciata una sfida, scrivere delle storie dell'orrore. La Shelley ci descrive come sia nato in lei l'idea da cui ha preso vita Frankenstein: le apparve in sogno un creatore che, atterrito dalla sua stessa creazione, fuggiva, desiderando ardentemente che la debole scintilla di vita che vi aveva acceso si spegnesse.
Nel sogno la Shelley immaginò il mostro mentre apriva le cortine del suo letto: la fissava con gli occhi giallastri e acquosi, ma penetranti.
Fu quella visione, che la possedeva a tal punto da darle i brividi, a scatenare in lei il desiderio di poter concepire una storia che la spaventasse come lei si era spaventata quella notte. Aveva trovato la sua storia; inizialmente pensava ad un racconto breve, ma poi, con l'incoraggiamento del marito, sviluppò una trama più ampia.
L'autrice conclude infine la sua introduzione al romanzo scrivendo di avere apportato poche variazioni rispetto alla trama originaria; l'idea che ebbe quella notte in sogno divenne dunque il nucleo e la sostanza della narrazione.