Le origini prometeiche sono anch'esse ambigue, e secondo una tradizione egli sarebbe il figlio del titano Giapeto e della oceanina Clìmene; l'appartenenza a questa stirpe divina spiegherebbe le radici dello scontro con Zeus. Infatti fu Urano a chiamare i Titani in questo modo, servendosi di un gioco di parole (titainein, che vuol dire "tendersi" e tìsis, "punizione"). Una caratteristica che contraddistingue questa stirpe è la temerarietà; è per questo che Prometeo gode di una spudorata scaltrezza, ma anche di una intelligenza pratica a favore del genere umano. La conoscenza dell'arte del fuoco, che nel culto, nel mito e nella rappresentazione figurata tende a simboleggiare la funzione tecnica in generale, collega Prometeo ad Efesto e ad Atena. In questa veste il protettore della arti e delle attività artigiane Prometeo non sembra destinato ad entrare in conflitto con Zeus, quindi si delinea sempre più chiaramente una sua duplice natura. Molti studiosi infatti condividono la tesi secondo la quale i Prometei sono due distinti e diversi; Promazòs, dio delle industrie e del fuoco, e Promezeus, il titano vittima della collera di Zeus. Le fonti principali a nostra disposizione sono il poeta Esiodo, Eschilo e Platone.














"Ma udite la miseria dei mortali,
prima, indifesi e muti come infanti,
e a cui diedi il pensiero e la coscienza.
Parlerò senza biasimo degli uomini,
ma narrerò l'amore del mio dono.
Essi avevano occhi e non vedevano,
avevano le orecchie e non udivano,
somigliavano a immagini di sogno,
perduravano un tempo lungo e vago
e confuso, ignoravano le case
di mattoni, le opere del legno:
vivevano sotterra come labili
formiche, in grotte fonde, senza il sole;
ignari dei certi segni dell'inverno
o della primavera che fioriva
o dell'estate che portava i frutti,
operavano sempre e non sapevano,
finchè indicai come sottilmente
si conoscono il sorgere e il calare
degli astri, e infine per loro scoprii
il numero, la prima conoscenza,
e i segni scritti come si compongono,
la memoria di tutto, che è la madre
operosa del coro delle Muse.
E aggiogai le fiere senza giogo
le asservii al giogo della soma
perchè esse succedessero ai mortali
nelle grandi fatiche, e legai al cocchio
lo sfarzoso e docile cavallo
fregio d'ogni ricchezza ed eleganza.
Ed inventai il cocchio al marinaio,
su ali di lino errante per i mari.
Mille cose inventai per i mortali[...].
Più stupirai udendo tutto il resto,
le scienze che trovai, le vie che apersi.
E la più grande: se uno s'ammalava
non aveva difesa, cibo unguento
bevanda: si estingueva senza farmachi,
finchè indicai benefiche misture
che tengono lontani tutti i morbi.
E ordinai, chiarii le molte forme
della mantica e guidai i mortali
ad una conoscenza indimostrabile,
e aprii i loro grevi occhi velati
ai vividi presagi della fiamma.
Questo io feci. E chi prima di me
scoprì i doni nascosti della terra,
Il bronzo, il ferro, l'argento, l'oro?
Nessuno, lo so bene, a dire onesto.
Sappilo in breve: tutto ciò che gli uomini
conoscono, proviene da Prometeo.
Da Eschilo, Prometeo Incatenato, versi 454-507

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Nel "Protagora" Prometeo crea l'uomo dalla creta, e lo conduce mediante l'insegnamento della scrittura, della medicina, della divinazione, dell'arte, dell'addomesticamento del bestiame verso la civiltà e un continuo progresso. Il Titano è quindi visto come una divinità civilizzatrice; Zeus assegna a lui e al fratello la distribuzione dei talenti, e poichè l'imprudente Epimeteo sbaglia, assegnando tutte le qualità agli animali, la situazione della razza umana diventa drammatica, e allora Prometeo ruba il fuoco ad Efesto e ad Atena, ristabilendo la situazione di partenza. Gli uomini sono i soli ad essere dotati di intelligenza, ma sono anche gli unici a non poter sussistere se non attraverso lo scambio dei prodotti, la collaborazione reciproca e la divisione del lavoro: Platone vuole proclamare con questo mito che il lavoro esprime il fondamento del vincolo sociale e che gli uomini vivono nelle poleis, e sono polìtai grazie a questa rete di attività tecniche che li unisce gli uni agli altrinella reciprocità e nella ripartizione dei compiti.

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