IL GIALLO DEL MANDARINO

di     Danila Comastri Montanari


I GIUDICI INVESTIGATORI  

La scena si apre sull'aula di un tribunale, mentre si sta svolgendo un processo per omicidio. L'implacabile accusatore, confusi i testimoni reticenti, ricostruisce il delitto nei minimi particolari, inchioda il colpevole con prove irrefutabili, lo costringe a confessare schiacciandolo con la logica delle sue sottili argomentazioni. La verità trionfa e il reo si avvia all'inevitabile punizione. Stiamo forse leggendo un romanzo di Perry Mason, ambientato nella Los Angeles del nostro secolo? No, l'episodio si svolge settecento anni fa, e il titolo del libro è perlomeno singolare: "Casi paralleli sotto l'albero del pero": è una raccolta cinese di casi giudiziari del XIII secolo, una delle tante che appassionarono i lettori del Celeste Impero molti secoli prima che Conan Doyle creasse il suo famoso Sherlock Holmes. La letteratura dell'antica Cina ne abbonda: si va dai manuali di criminologia alle cronache dei processi più celebri, fino alle antologie di detection e ai veri e propri romanzi polizieschi. Ma chi è l'eroe, l'investigatore che risolve invariabilmente il mistero, assicurando con la sua sagacia l'assassino alla giustizia? E 'il magistrato di distretto: giudice, amministratore, prefetto, capo della polizia, assomma in sè tutti i poteri: i portoghesi, forse mutuando il termine da verbo "mandar", comandare, lo chiamarono "mandarino".

Mandarini non si nasce, si diventa: chiunque, anche di umilissime origini può aspirarvi, se possiede le doti necessarie. A nulla valgono la nobiltà, la potenza della famiglia, il peso del denaro; c'è un unico mezzo per assurgere all'altissima dignità di funzionario: il pubblico concorso per esami. Non pensate però che essi vertano sulla scienza dell'amministrazione, sul diritto o sull'economia. La materia è una sola, la letteratura classica, e va imparata a perfezione. Chi possiede appieno la conoscenza dei grandi autori del passato, in particolare delle opere confuciane, è in grado di affrontare qualunque problema, dalla necessità di approntare canali di irrigazione alla riscossione delle tasse, dalla registrazione di nascite e matrimoni al mantenimento dell'ordine pubblico, dalla difesa della città all'indagine sui delitti più efferati. Così, a governare l'impero e ad amministrare la giustizia, sono eslusivamente gli intellettuali: filosofi, poeti, narratori, raffinati cultori di metrica, pittori di vaglia, esperti calligrafi. E il sistema, incredibilmente, funziona.

Residenza del mandarino è il tribunale, sito nel centro della città, ad equa distanza tra la Torre del Tamburo e quella della Campana, non lontano dall'onnipresente tempio di Confucio. Lì, tre volte al giorno, all'alba, a mezzogiorno e all'imbrunire, il magistrato esamina i casi propostigli. Chiunque, in qualunque momento, può suonare il grande gong appeso a un traliccio di legno sul portone di ingresso, accanto ai quartieri di guardia, e chiedere che sia fatta giustizia. Nell'aula, durante i processi, sia il querelante sia l' accusato rimangono inginocchiati a terra sulla nuda pietra, per tutta la durata della seduta, in segno di deferenza verso la corte. Il funzionario siede in cattedra, su un alto scranno, davanti a un arazzo che rappresenta l'unicorno, antico simbolo della perspicacia. Sulla sua cattedra, pochi oggetti significativi: due pennelli, la pietra per l'inchiostro, il barattolo delle bacchette di bambù, che, all'occorrenza, il giudice butta a terra davanti al banco, per stabilire il numero delle frustate impartite al colpevole. A destra e a sinistra del magistrato, dietro ai loro tavoli, gli archivisti e gli scrivani riducono con incredibile destrezza a pochi e precisi ideogrammi le deposizioni dei testi, tramandandoci nei minimi particolari quelle fosche vicende di frodi e delitti che costituiscono la fonte primaria e inesauribile del racconto poliziesco cinese: tutti gli interrogatori, infatti, anche quelli dell'inchiesta preliminare, si svolgono in aula, alla presenza del pubblico. Per investigare l'inquisitore dispone della competenza di un valido medico legale, e di un buon numero di assistenti personali, che si porta con sè in tutti i suoi spostamenti da un distretto all'altro; di promozione in promoziome, questi fidi lo accompagnano lungo tutta la sua carriera. Si tratta spesso di "fratelli dei boschi verdi", cioè di ex-banditi, esperti nel pugilato e nella lotta a mani nude, in quanto, come secoli dopo i loro colleghi di Scotland Yard, non sono autorizzati a far uso di armi. Ma questi aiutanti non sono che semplici esecutori di ordini, a cui il giudice si affida per portare a termine i compiti di secondaria importanza. Chi svolge le indagini vere e proprie è solo lui, il mandarino; per compiere appieno il suo dovere, l'alto magistrato spesso non disdegna nemmeno di recarsi di persona sul luogo del delitto, naturalmente travestito e in incognito, al fine di evitare la pompa con la quale, secondo le regole dell'etichetta, è tenuto a presentarsi in pubblico. Il giudice non è legato da molte pastoie burocratiche e ha mano libera con gli inquisiti, che non godono del patrocinio di un avvocato, né di alcun "diritto costituzionale": può farli arrestare senza prove, ordinare che siano frustati in aula, privarli della libertà in qualunque momento, interrogarli anche sotto tortura ( ma, se l'imputato dovesse riportarne seri danni, il giudice sarebbe chiamato a renderne conto anche con la vita...) Raramente però il mandarino fa uso di questi sistemi: di norma basta la sua lucida intelligenza, sorretta dallo studio dei classici confuciani, per farlo arrivare alla brillante soluzione del caso. E il colpevole - necessariamente reo confesso, poichè nessuno può essere condannato se non ha ammesso il delitto - si avvia al supplizio, che ha da esser pubblico e particolarmente atroce, in modo che funga da monito ed esempio: ogni giallo cinese finisce con una esecuzione capitale, descritta nei minimi particolari  per soddisfare l'esigenza di giustizia dei lettori.

I giudici più famosi, particolarmente versati nella detection, svolgevano la loro attività in svariate provincie, spostandosi continuamente: un magistrato di distretto non poteva infatti rimaneva in carica nella stessa località per più di tre anni, onde evitare che si creassero in loco amicizie e interessi che avrebbero potuto interferire coi suoi doveri.Non di rado, questi investigatori assursero in seguito alle vette più alte del potere, fino a coprire le prestigiose cariche di ministri e consiglieri imperiali. Nulla di strano, invero: anche oggi, negli Stati Uniti, un buon successo da Procuratore Distrettuale nella lotta contro la delinquenza, è un ottimo trampolino di lancio nella carriera politica.

Di questi abili magistrati, tre in particolare, giunsero a una tale notorietà da diventare i protagonisti di raccoltepoliziesche tramandate per secoli: il giudice Pao,  il giudice Li  e  Ti Jen-chieh, meglio noto come "l'onorevole giudice Dee". Quest'ultimo è entrato persino nella letteratura europea, come personaggio principale di una fortunata serie di gialli di Robert van Gulik, il diplomatico olandese, ambasciatore dei Paesi Bassi in Cina, che deve essere considerato, insieme all'americano Vincent Starret, il vero scopritore del mystery orientale. Fine sinologo, tradusse e curò la pubblicazione di alcune cronache giudiziarie del Medioevo, nonchè un romanzo del diciottesimo secolo avente come protagonista appunto il leggendario Dee. In seguito, rielaborando gli annali della dinastia Tang e gli testi antichi di criminologia, ne trasse storie poliziesche originali destinate al pubblico europeo, ma elaborate sullo stile di quelle cinesi classiche. Il giallo cinese, infatti, presenta alcune peculiarità che lo differenziano dal genere a cui è abituato il pubblico occidentale. Prima di tutto, nella stragrande maggioranza dei casi,il colpevole viene reso noto fin dall'inizio: è l'acume del magistrato nel districare la complessa vicenda criminosa, non la scoperta dell'assassino, a costituire l'oggetto del romanzo, in questo senso simile più alle inchieste del tenente Colombo che a quelle di Poirot o di Maigret.

Il mandarino, ovviamente, batte tutti in astuzia ed ingegno. Così Dee, in un famoso racconto, risolve un omicidio sulla base dell'osservazione di un dipinto raffigurante un gatto: le pupille contratte dell'animale, dipinto dalla vittima subito prima della morte, gli svelano che il delitto è stato commesso in pieno giorno, anzichè di sera, come vuol far credere l'assassino. Li Hui, in un'altra cronaca, ordina agli agenti allibiti di interrogare con la tortura la pelle d'agnello che è oggetto di una contesa tra un portatore di legno e uno di sale. Il tappeto, sotto i colpi della frusta, lascia cadere alcuni granelli di sale, e rivela il legittimo proprietario. Vi è solo un'altra importante differenza, che distingue il giallo orientale da quello europeo e americano: il giudice del Celeste Impero non ha mai a che vedere con un solo caso alla volta, ma con due o tre enigmi diversi, talvolta collegati tra loro, ma più spesso completamente indipendenti. Il realismo cinese non avrebbe mai ammesso che un importante funzionario, incaricato di governare un'intera provincia, si trovasse alle prese con un solo reato nel corso delle sue funzioni: quindi gli omicidi si mescolano spesso ai furti, alle truffe, ai rapimenti, alle scomparse misteriose. Infine, come in ogni romanzo classico cinese, vi è, nei polizieschi, un grandissimo numero di personaggi, davanti al quale il lettore occidentale, abituato a una rosa limitata di sospetti, rimane sconcertato.

Molte di più sono però le analogie, che ci permettono di ascrivere a pieno titolo questi racconti al genere giallo: il gusto di svelare un mistero, l'abile ricostruzione del processo di detection, la serialità dei personaggi: il protagonista, quasi sempre realmente esistito, viene trasfigurato dall'opera letteraria in una specie di stereotipo e cristalizzato in atteggiamenti fissi, non dissimilmente da ciò che accade nelle serie più famose di Erle Stanley Gardner o Agatha Christie. Anche la "spalla" dell'investigatore, il dottor Watson della situazione, è caratterizzato in modo deciso: si tratta in genere di un assistente nerboruto, rapido di riflessi ma corto dicomprendonio, a cui il giudice deve spiegare per filo e per segno la risoluzione del caso ( e chi non ricorda i vari Drake, Goodwin, Markham?) Non mancano poi le tipologie di personaggi quasi obbligati: la fanciulla perseguitata, il funzionario corrotto, lo studente povero ma onesto, il libertino approfittatore, la moglie fedifraga, la giovane costretta a vendersi a una casa di prostituzione per sfamare la famiglia. A volte, però il racconto ci riserva delle sorprese inaspettate, come la presenza di una investigatrice femmina: è il caso della nella "Novella delle quindici  stringhe", in cui la giovane moglie dell'accusato scopre l'assassino di un mercante, barbaramente ucciso per impossessarsi di parecchie monete forate nel mezzo, e riunite appunto in quindici filze. L'eriona ottiene dal magistrato l'assoluzione del marito, salvandolo dal patibolo.

LE ARMI DEL DELITTO

Ma, ben più dei protagonisti, ciò che colpisce nei romanzi cinesi di detection, è la varietà fantasiosa delle armi del delitto, davanti ai quali i meccanismi più complessi svelati dai nostri Philo Vance e Nero Wolfe appaiono quasi grigi e banali: amante delle stranezze e delle eccentricità, il vasto pubblico del Celeste Impero non avrebbe accettato di buon grado un semplice, brutale assassinio a colpi di randello. Gli strumenti di morte dovevano invece essere raffinati ed insoliti. Eccone una breve panoramica.

Il chiodo nell'occipite: è descritto nel caso numero 16 della la raccolta di criminologia già citata (T'ang-yin-pi-shih), e ne è attribuita la soluzione a Yeh Tsun, giudice dei primi secoli della nostra era. Viene ritrovato un corpo, senza alcun apparente segno di violenza. Il mandarino, la cui attenzione è stata risvegliata da uno sciame di mosche posate sul cranio del morto, sottopone il cadavere a un esame approfondito, scoprendo, infisso nell'osso, un lungo e sottilissimo chiodo, piantato nottetempo nella testa della vittima addormentata dalla consorte infedele. Il caso, in una versione più tarda, fu ripreso da Van Gulik nel suo romanzo "I delitti del chiodo cinese": qui, una moglie uxoricida in preda ai rimorsi, rivela al giudice Dee in che modo uccise anni prima il marito e gli permette di scoprire la colpevole di un nuovo, inspiegabile delitto. Una variante di questo metodo è costituita dal chiodo nell'orecchio: ne "Gli strani casi del giudice Li", ad esempio, il mandarino discolpa una vedova calunniata, dimostrando come lo spillone letale sia stato infisso nel cranio dopo la morte della vittima.

La vipera assassina, compare nell'ennesimo caso risolto dal celeberrimo Jen Chieh: una sposa muore avvelenata alla soglia delle nozze, mentre, sola in cucina, beve una tazza di the.L'arma è una vipera: l'assassino l'ha celata sulla trave che sovrasta il focolare, in modo che,infastidita dal vapore dell'acqua in ebollizione,lasci cadere il suo veleno mortale nella teiera.

Il pennello mortale: è un'arma "differita" che uccide a distanza: scaldata ad una lampada, o a una candela, emette un proiettile letale, mediante una molla trattenuta dalla cera sciolta alla fiamma. Occorre ricordare che la calligrafia era ritenuta un'arte di primaria importanza: gli ideogrammi venivano tracciati sul foglio ad inchiostro di china, con grandissima cura, come veri e propri disegni. Si rendeva quindi necessario, inaugurando un nuovo pennello, bruciarne le setole irregolari,per evitare che causassero antiestetiche sbavature sulla pagina: ecco quindi la necessità della fontedi calore che mette in modo il meccanismo mortale. La vittima viene ritrovata nello studio, chiuso ermeticamente dall'interno, e solo la lungimiranza del mandarino permette di assicurare il colpevole alla giustizia. E' il primo esempio nella letteratura di "delitto della camera chiusa", un motivo sul quale si cimenteranno tutti i grandi autori di polizieschi occidentali, tra cui Van Dine, Agatha Cristhie e John Dickson Carr.

Le pagine avvelenate: l'invenzione del pennello mortale viene attribuita proprio a Yen Shi-fan, il perfido traditore di cui, secondo la leggenda, si vendica l'autore del Chin P'ing Mei,  (Fiore di prugno in un vaso d'oro),  l'antico romanzo erotico considerato oggi il capolavoro della narrativa cinese. Anche questa vendetta ha tutto il sapore del giallo: il giovane Wang, il cui padre è stato ingiustamente fatto condannare a morte dalla famiglia di Yen, non ha modo di raggiungere il potente avversario per fargli scontare le sue colpe. Allora si risolve a descrivere, in un lunghissimo e affascinante romanzo, tutte le perversioni del suo lussurioso nemico, adombrandolo sotto le spoglie del protagonista Hsi-Mei. Terminato lo scritto, gli invia il testo, dopo averne preventivamente strofinato le pagine sottili con un veleno letale. Il perfido Yen legge, umettandosi le dita e, quando giunge alla fine della storia, muore. Una leggenda posteriore vuole invece che la vittima si accorga della sua prossima fine, ma, pur di terminare lo stupendo romanzo, accetti di pagare con la vita il piacere di leggerlo. A chi non viene in mente Jorge da Burgos ne "Il nome della Rosa"?

Il gatto feroce: l'episodio è narrato nello stesso Chin P'ing Mei. Loto d'Oro, quinta moglie del corrotto Hsi-Mei e sua favorita, perde l'affetto del suo signore quando un'altra sposa gli partorisce un figlio. La donna non si rassegna e, già usa al delitto - ha soffocato nel sonno il primo marito -addestra un grosso gatto bianco, "Palla di Neve", ad aprire con le unghie un panno scarlatto, per cercarvi dei pezzetti di carne cruda. Approfittando di un attimo di disattenzione della balia, la malvagia favorita manda il felino al di là del muro che separa il suo padiglione da quello della rivale e attende in silenzio che l'animale attacchi il neonato avvolto nella vestina rossa. Il bambino, dilaniato dagli artigli, cade in convulsioni e muore, mentre la terribile Loto d'Oro riconcquista il favore del marito.

Questi i classici. E oggi? Per quanto concerne gli anni ottanta, si è notato, nella Cina di Deng Xiaoping, un forte risveglio di interesse per il "giallo". I risultati, tuttavia, peccano un po' di ingenuità: il Poirot della Cina Popolare, dovuto alla fertile penna di Ye Yonglie, si chiama Jin Ming, e, rigidamente devoto alla patria e al governo, lotta con astuzia e accanimento contro gli agenti del Gruppo Finanziario Olos, perfida multinazionale determinata ad appropriarsi delle scoperte scientifiche e tecniche del laborioso popolo cinese. Scoperto il colpevole, Jin non ha bisogno di molte prove: i traditori, vergognosi, si pentono seduta stante delle loro malefatte e, invariabilmente, confessano mille imprese delittuose, denunciando complici e mandanti,quasi sempre stranieri. Gli smaliziati lettori occidentali sorridono. Ma i veri appassionati di "gialli", memori delle sottili astuzie dei vecchi mandarini, aspettano fiduciosi il domani.

CHI ERANO VERAMENTE I GIUDICI INVESTIGATORI ?

GIUDICE DEE = si tratta di TI JEN-CHIEH, nato nel 630 a.C., anno della Tigre, sotto l'influsso del pianee Venere: Dopo una brillante carriera, divenne infine Ministro della Corte Imperiale. Come tale riuscì a impedire all'imperatrice Wu di nominare erede un suo favorito al posto del legittimo pretendente: l'episodio è ricordato anche da Lin Yutang nel suo romanzo "Madame Wu". A lui si è ispirato Robert van Gulik, per creare il protagonista della sua famosa serie di "gialli storici".

GIUDICE PAO = è PAO CH'ENG, famoso uomo di stato del periodo Sung, nato nel 999 d.C e morto nel 1062. Nel sedicesimo secolo, durante la dinastia Ming si trascrissero i casi da lui risolti in una fantasiosa antologia, il Lung-t'u-kung-an, nella quale si vede spesso il magistrato approfittare delle superstizioni popolari travestendo i suoi agenti da spettri delle vittime, per indurre i colpevoli a confessare.

GIUDICE LI = LI BENGHENG fu il grande mandarino del secolo scorso che compare nel romanzo "Gli strani casi del giudice Li", di Xihong, pseudonimo di un autore mai identificato, forse il segretario stesso del funzionario, desideroso di riabilitarlo dopo la condanna postuma. Questo magistrato, onesto e scrupoloso, ma animato da grandi ambizioni, visse sotto l'ultima grande imperatrice Ci-Xi (conosciuta anche come Tz'u-hsi, Dowager o Yehonala) e fu un fermo oppositore delle potenze occidentali durante la rivolta dei Boxers. Perdute due impari battaglie contro gli europei, dovette pagare con la vita la fedeltà assoluta al Trono del Drago: preferì infatti il suicidio al disonore di presentarsi da sconfitto davanti alla sua sovrana. Quest'ultima fu poi costretta dai vincitori a rinnegare suo malgrado il fedele ministro, privandolo post mortem di tutti i titoli e le cariche onorifiche.

LINKS: 1) Il "Palazzo d'Estate", residenza abituale di Ci-Xi: un'occasione per andarsi a rileggere "La valle delle rose" di Lucien Bodard (Rizzoli 1981) che narra appunto, in maniera alquanto romanzata, la vita dell'ultima imperatrice. 2) "The Manchu Dragon": la Cina della dinastia Ch'Ing (1644-1912)

LE RACCOLTE DI CASI POLIZIESCHI CINESI

T'ang-yin-pi-shih = Casi paralleli sotto l'albero del pero , Leiden 1956. Raccolta cinese di giurisprudenza, criminologia e investigazione del tredicesimo secolo, tradotta da Van Gulik. Vi è descritto il delitto del chiodo.

Ku-chin-ch'i-an-wei-pien = Casi curiosi dei tempi antichi e moderni: vi attinge van Gulik per il suicidio di un personaggio ne"Il paravento di lacca". Ne esiste un estratto, sotto il titolo Wu-sha-ch'i- an  Curiosi casi di omicidio per errore.

Ching-jen-chi-an = Casi curiosi che turbarono il mondo: raccolta di casi polizieschi pubblicata nel 1920 a Shanghai da Wang Yih, che ristampò una serie di racconti traendoli da libri più antichi, senza però menzionarne le fonti. Contiene il caso della sposa scomparsa.

Lung-t'u-kung-an = O Pao- Kung- an, raccolta di racconti polizieschi del sedicesimo secolo aventi come protagonista il giudice Pao.

Chiu-ming-ch'i-yuan = La strana faida dei nove assassini, romanzo basato su una vera strage di nove persone che ebbe luogo a Canton nel 1725.

Wu-tse-t'ien-szu-ta-ch'i-an = romanzo poliziesco del diciottesimo secolo, tradotto da Van Gulik col titolo Dee Goong An (Tokio 1949) Vi si cita il delitto della vipera assassina.

Xihong , Ligong qiwen, romanzo giallo di fine ottocento, Trad.it. Gli strani casi del giudice Li, Sellerio 1992  

I molti romanzi di Robert van Gulik sono stati editi in Italia dalla Garzanti e dalla Mondadori. La sua bibliografia è schedata nel sito Storia in giallo.  

Il Chin P'ing Mei è pubblicato in Italia dalla Feltrinelli; il romanzo di Ye Yonglie L'ombra delle spie sull'isola di Giada Verde, è uscito presso Luigi Reverdito Editore.

LINKS: 1) Chin P'ing Mei: a story in yellow. 2) Visita virtuale alla Città Proibita di Pechino 3) View of China 4) Elenco di testi italiani sulla Cina 5) China ABC. Tutto sulla Cina: (storia, geografia, fauna, flora, risorse, popolazione, gruppi etnici, economia, religioni, sistema politico, turismo, cultura) nel sito ufficiale dell'Ambasciata cinese


Questo articolo è stato pubblicato dalla rivista Historia nel n.427 del 1993