LA CORSA DELLE QUADRIGHE

 

Le origini

Le prime tracce di queste competizioni risalgono agli albori della storia di Roma, quando tra i colli Palatino ed Aventino, in un terreno in parte ancora paludoso, pastori e contadini diedero vita alle prime corse dei carri. In origine si trattava di gare austere, cui il popolo assisteva in religioso contegno, per propiziarsi il favore degli dei. Più avanti molte cose cambieranno nell'atteggiamento del pubblico, che arriverà ad infervorarsi moltissimo riguardo all'esito delle competizioni, soprattutto quando vi aveva scommesso sopra forti somme (sponsiones); tuttavia l'atmosfera conserverà sempre una sua religiosa solennità, come possiamo intuire dalla presenza dell'imperatore e dei più alti magistrati e dalla consuetudine di indossare la toga come nelle occasioni solenni

Le corse comunque affondano le proprie radici nell'astrologia e nella rappresentazione del ciclo delle stagioni., come si evince dall'arena e dallo svolgimento della gara: dalle dodici costellazioni dello zodiaco ( le dodici porte entro cui stazionavano le quadrighe alla partenza), l'auriga (il sole), vestito delle quattro stagioni (bianco-inverno, verde-primavera, rosso-estate, azzurro-autunno), iniziava il suo percorso intorno alla terra (la pista) ed al mare (fossato di protezione degli spettatori), seguendo l'orbita dei sette pianeti (i sette giri della gara).

Svolgimento delle gare

Le gare erano precedute dal corteo che entrava dall'arco di trionfo, accolta dalla sterminata folla, assiepata su tre ordini di gradinate. Allo scioglimento del corteo, che avveniva davanti al palco  delle autorità, i concorrenti andavano ad occupare le postazioni di partenza, secondo un ordine estratto a sorte, divisi nelle quattro fazioni (factiones), bianca, verde, rossa e azzurra, ognuna delle quali legata ad una stagione dell'anno. Ciascun partito era costituito da una familia quadrigaria, di cui facevano parte gli agitatores o aurighi, i conditores o guardiani, i sellarii e i margaritarii, che si occupavano della bardatura dei cavalli (anche con perle, in latino margaritae), i medici o veterinari, i magistri o istruttori, i villici, che procuravano il foraggio e così via.

Il segnale di partenza era costituito dal lancio di un drappo bianco, segnalato al pubblico dal suono di una tromba. A questo punto le quadrighe, i cui box si aprivano contemporaneamente, percorrevano un primo tratto secondo traiettorie obbligate, per evitare scontri alla partenza, esattamente come accade nelle moderne gare di corsa sugli 800 e sui 1000 metri. Gli aurighi, che indossavano una casacca del colore della propria fazione, guidavano in posizione eretta i leggeri carri a due ruote, con la testa protetta dal casco di metallo e le gambe da fasce, le briglie strette nella mano sinistra e la frusta nella destra. Il momento più impegnativo e dunque più emozionante di ogni giro era il superamento delle mete poste alle due estremità della spina (il podio in muratura che divideva longitudinalmente il circo): era qui che l'auriga poteva dimostrare la propria abilità nella scelta della giusta traiettoria, ma importante era anche il ruolo dei cavalli, soprattutto quelli esterni che dovevano garantire la tenuta del carro, che rischiava altrimenti il ribaltamento. Negli incidenti, piuttosto numerosi, l'auriga poteva comunque riuscire a limitare i danni recidendo con un pugnale le redini che assicuravano i cavalli al carro. I vincitori delle gare ricevevano dal magistrato un premio cospicuo, che andava ad aggiungersi ai salari, già di per sé molto alti. Soprattutto i fantini più abili riuscivano ad ottenere, con l'impegno di non cambiare fazione, ingaggi da capogiro, proprio come accade oggi nello sport quando un presidente si assicura, con un contratto principesco, la fedeltà di un atleta alla propria squadra per due, tre o più stagioni.

Fama e ricchezza

Come succede nell'ippica moderna a conseguire straordinaria notorietà erano tanto i fantini quanto i cavalli, anche se questi ultimi erano molto più esposti al rischio di perdere la vita durante una corsa. Va considerato inoltre il fatto che questi animali, selezionati e curati per essere i più veloci perdevano ogni interesse per i loro padroni anche in seguito a banali incidenti, come la frattura di un arto.

La popolarità degli aurighi dipendeva naturalmente dall'esito delle corse; da molte iscrizioni risulta la celebrità di alcuni di essi: Scorpo vincitore di ben 2048 corse, Pompeo Muscoloso di 3559, Pompeo Epafrodito di 1467, e altri ancora. Anche i cavalli vengono ricordati: Polidosso, Tusco, Vittore. Il premio per l'auríga consisteva in una somma di denaro o nella manomissione, ovvero nella concessione della libertà se si trattava di uno schiavo. I guadagni comunque dovevano essere enormi; un tale Diocle si ritirò con trentacínque milioni di sesterzi, circa quattordici miliardi attuali. Senza poi contare le somme che gli scommettitori dovevano passare sottomano. Dice Marziale (V, 74): "Per quanto tempo ancora dovrò sudare tutta la giornata in mezzo a battistrada e servitorelli, per guadagnarmi cento misere monete di piombo, mentre Scorpo vincitore nella corsa si porta via in un'ora quindici sacchi di luccicante oro?"