ORAZIO

Sotto il principato di Augusto, Orazio diede inizio alla sua produzione lirica principale, quella a carattere nazionale, nella quale sostiene ripetutamente 1'importanza dell'esercizio fisico per la preparazione dei giovani cittadini. Le Odi, le Satire, le Epistole, il Carme Secolare sono la testimonianza più viva e spontanea dell'amore che i Romani nutrivano per i giochi e per le altre esercitazioni quali il nuoto, la caccia, la danza e alcuni agoni atletici. Nell'ode Ai giovani romani, egli scrive: «Fatto robusto dal duro esercizio delle armi, il giovane romano apprenda a sopportare serenamente le angustie della povertà e, terribile cavaliere,  affatichi con l'asta i Parti baldanzosi, e conduca la vita all'aperto e in mezzo ai pericoli» (III, 2, 1-6). Qui Orazio allude non al servizio militare vero e proprio, ma piuttosto all'addestramento militare della gioventù, cui i versi sono rivolti. L'ode di Orazio è l'elogio delle doti militari: il valore, il coraggio, la virtu civile, perché «dulce et decorum est pro patria mori» (Odi, III, 2, 13). Orazio, raffinato pittore degli usi e costumi, non mancò di prestare attenzione ad uno dei maggiori fenomeni del suo tempo, appunto quello dei ludi. Di essi egli intuì la posizione rilevante fra le occupazioni quotidiane di un popolo vigoroso quale era quello romano, che aveva trasformato I'esercizio fisico da forma ricavata dalle consuetudini di vita, a rituale e culto, quindi a validissima pratica per 1'addestramento militare, fino a spettacolo grandioso variamente congegnato. Orazio ricorda in piu occasioni le esercitazioni militari della gioventu romana nel Campo Marzio. Nell'Ode a Lidia (I,8) il poeta rimprovera Lidia ad allontanare con il suo amore il giovane Sibari dall'addestramento nel Campo e, nell'occasione, tratteggia alcuni elementi caratteristici di specialita atletiche: «Lidia, dimmi, te ne prego per tutti gli dei, perché ti affretti con 1'amor tuo a spinger Sibari alla rovina? Perché, mentre prima sfidava la polvere e il sole, ha preso in odio gli esercizi del campo? Perché non va piu a cavallo fra i marziali coetanei, né frena col morso lupato le bocche dei puledri di Gallia? Perché teme di immergersi nel biondo Tevere? Perché si guarda dall'olio con piu precauzione, che dal sangue delle vipere? né porta piu sulle braccia i lividi delle armi egli, ch'era famoso per il lancio oltre il segno ora del disco ora del giavellotto?»

Nella I Satira del primo libro (vv. 114-116) Orazio si sofferma sulla corsa coi carri: «...come, quando l'impeto dei corsieri sciolti dalle sbarre trascina i cocchi, 1'auriga incalza con i propri cavalli quelli che lo precedono, senza curarsi dei sorpassati, che arrivano all'ultim'ora». Anche il gioco con la palla è ricordato nei versi di Orazio, che sono una delle fonti letterarie più ricche di informazioni circa questo gioco così popolare presso i Romani, che possedevano sferisteri anche nelle ville private. Da lui apprendiamo che essi erano soliti giocare a palla prima del bagno. Orazio ci descrive alcuni episodi di gioco in cui i partecipanti sono gli stessi Augusto e Mecenate. Nel 38 a.C. infatti, mentre con Mecenate egli si stava dirigendo a Brindisi per imbarcarsi e raggiungere i messi di Antonio, giunti a Capua, dopo vari giorni di viaggio, Mecenate cercò uno spiazzo per giocare a palla. Orazio e Virgilio, troppo stanchi, vi rinunciarono per andare a dormire, perché «il gioco della palla è nemico a chi ha gli occhi infiammati o soffre di stomaco» (Sat. I, 5, 49), ma essi furono ugualmente raggiunti nelle loro tende dal clamore delle grida degli illustri giocatori. Orazio non amava il gioco con la palla e se qualche volta vi aveva partecipato, lo aveva fatto solo per compiacere agli amici: «Poi, quando il sole più ardente m'invita, gia stanco, a prendere il bagno, dico addio al Campo Marzio e al giuoco triangolare della palla» (Sat. I, 6, 125-126).

Riguardo al nuoto, di un tale egli dice: «Nessun altro si ammiri sui prati del Campo Marzio altrettanto esperto a far volteggiare il cavallo, e nessun altro sia egualmente agile nell'attraversare a nuoto i gorghi del Tevere» (Od. III, 7, 25-28), mentre così descrive il rincorrere 1'amata: «Già seguo te, mentre corri veloce sull'erboso Campo di Marte, te, o crudele, sulle acque vorticose del fiume» (Od. IV, 1, 38-40).
Ma c'era un'altra attività che la gioventù romana amava in modo particolare: la.caccia. Orazio dice nell'Epistola all'amico Lollio: «Levati di buon'ora e il rigore lascia della Musa scontrosa per poterti guadagnare anche tu, come il tuo amico, il pranzo con le fatiche della caccia: occupazione comune dei forti Romani, giovevole al buon nome e alla salute, perché ti permette di superare il cane nella corsa e il cinghiale nella forza» (Ep.I 18, 47-50). Nell'Ode a Neobule, la giovane donna che resta in casa per filare e tessere, Orazio dice che a farla sognare e soffrire è uno splendido atleta, nuotatore, cavaliere e cacciatore eccellente, «il quale, appena lavati nelle acque del Tevere gli omeri unti di olio, va a cavallo con più grazia dello stesso Bellerofonte, e supera tutti nel pugilato e nella corsa; valente anche nel saettare un branco in fuga di cervi sbigottiti, e pronto a colpire un cinghiale, che cerchi di nascondersi nel folto della sterpaglia» (Od. III, 12, 7-12) .Nei versi di Orazio non potevano mancare dei riferimenti alla danza, una moda assai diffusa fra i Romani e che assunse ben presto toni frenetici. A Roma in quest'epoca si aprirono molte scuole di ballo, i cui maestri fanno affari d'oro. La danza in Roma veniva anche praticata in armi, per incitare al valore militare, basti pensare alla danza armata detta pirrica. Orazio ricorda spesso nei suoi versi l'arte ritmica: «non disprezzar tu i dolci amori e le danze e il campo e la palestra», dice a Taliarco nella IX Ode del primo libro (vv. 15-16).
Per concludere si possono citare alcuni versi della seconda Satira del libro II (II, II, vv. 9-16), detta l'elogio della temperanza, dove Orazio ritrae un vero e proprio quadro della vita sportiva romana: