TITO LIVIO. Biografia

Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), storico romano.
Nacque a Padova da una modesta famiglia municipale. Forse si trasferì presto a Roma, dove si occupò di retorica e filosofia; ma nulla ci è rimasto di questa sua attività. Di tendenze conservatrici e repubblicane, non volle mai cimentarsi nella vita politica, e fu schivo di cariche e notorietà. La sua fama divenne vastissima a partire dal 27-25 a.C., quando iniziò la preparazione della sua grande opera storica che lo occupò fino alla morte. L’imperatore Augusto, con cui aveva un rapporto di grande familiarità, nonostante divergenze di ordine ideologico, gli affidò forse l’educazione del nipote adottivo Claudio, il futuro imperatore; Livio, del resto, aveva da tempo accettato “ la pace augustea”, approvandone in particolare la vasta e complessa opera di riforme economiche e sociali e tributando alla figura di Augusto stima e ammirazione singolari in un uomo di fede repubblicana. Morì forse a Padova.

TITO LIVIO. Historiae

L'opera storiografica liviana fu iniziata probabilmente intorno al 27 a.C., nel momento in cui il regime augusteo gettava le basi per il suo consolidamento politico e culturale. Comprendeva 142 libri che recano il titolo tradizionale "Ab Urbe condita" ma che erano conosciuti dai contemporanei e dai posteri immediati anche come "Historiae" o come "Annales". Essi contengono la narrazione degli avvenimenti a partire dalla fuga di Enea da Troia ( e quindi dalle lontane mitiche origini di Roma ) fino al 9 d.C., l'anno della morte di Druso, figliasrto di Augusto. L'opera non sembra compiuta, e si è ipotizzato che il progetto finale intendesse giungere, attraverso 150 libri, alla morte de Augusto (14 d.C.).  
Ci sono pervenuti solo 35 libri (I-X; XXI-XXX; XXXI-XLV) che coprono gli anni: dalla fondazione di Roma al 293 e dal 218 al 167 a.C.; data la vastità dell'opera, presero a circolare fin dall'antichità dei compendi: si ricorda in particolare quello di Anneo Floro (I-II secolo d.C.), e le Periochae o riassunti, uno per ciascun libro, risalenti forse al IV secolo d.C.

Livio, Historiae: riassunto del libro V

I Galli Senoni assediano Chiusi. I Senoni, irritati per il fatto che gli ambasciatori inviati da Roma a sollecitare la pace avessero parteggiato per i Chiusini, si dirigono verso Roma, sconfiggono l'esercito romano presso l'Allia e conquistano la città (287-286 a.C.), ad eccezione del Campidoglio. Gli anziani, con le insegne delle cariche che avevano ricoperto, seduti su seggi eburnei all'interno delle case, vengono uccisi. I Galli si dirigono al Campidoglio; raggiunta la sommità, traditi dal clamore delle oche, sono ricacciati, ad opera di Marco Manlio. La città resta tuttavia assediata. I Romani, costretti dalla fame, accettano di pagare 1000 libbre d'oro ai Galli, purché tolgano l'assedio. Proprio mentre si patteggia la pace, sopraggiunge Furio Camillo con un esercito. Dopo sei mesi riesce a cacciare i Galli e ne fa strage.

TITO LIVIO. Testi e traduzione

Dal libro V . Capitoli:

33 35 36 37 38 41 44 46 48 49

V,33

Eam gentem traditur  fama dulcedine frugum maximeque vini nova tum voluptate captam Alpes transisse agrosque ab Etruscis ante cultos possessisse; et invexisse in Galliam vinum inliciendae gentis causa Arruntum Clusinum ira corruptae uxoris ab Lucumone... Vuole la tradizione che questo popolo, attratto dalla dolcezza dei prodotti e soprattutto del vino, che a quel tempo costituiva per loro un nuovo piacere, abbia attraversato le Alpi e si sia impadronito delle terre precedentemente abitate dagli Etruschi; chi poi avrebbe mandato il vino in Gallia sarebbe stato un tale Arrunte di Chiusi spinto dall'odio per un lucumone che gli aveva sedotto la moglie...

V,35

Clusini legatos Romam qui auxilium ab senatu peterent misere. De auxilio nihil impetratum; legati tres M. Fabi Ambusti filii missi, qui senatus populique Romani nomine agerent cum Gallis ne a quibus nullam iniuram accepissent socios populi Romani atque amicos oppugnarent.

Gli abitanti di Chiusi mandarono ambasciatori a Roma per chiedere aiuto al Senato. Quanto ad aiuto non ottennero nulla; furono invece mandati in qualità di legati tre figli di Marco Fabio Ambusto, i quali, in nome del popolo romano, ammonissero i Galli di astenersi da atti di ostilità contro alleati e amici del popolo romano che non li avevano in nessun modo provocati.

V,36

Mitis legatio, ne praeferoces legatos Gallisque magis quam Romanis similes habuisset..... Quodnam id ius esset agrum a possessoribus petere aut minari arma Romanis quaerentibus et quid in Etruria rei Gallis esset, cum illi se in armis ius ferre et omnia fortium virorum esse ferociter dicerent. Messaggio mite, ma esso era affidato a legati arrogantissimi, più simili per temperamento a Galli che a Romani...... E domandando i Romani quale razza di diritto fosse quella di pretendere terre da chi le possedeva o di minacciare la guerra, e che avessero a che fare i Galli nell’Etruria, risposero brutalmente che essi riponevano il diritto nelle armi e che tutto apparteneva a chi aveva la forza.

V,37
Interim Galli postquam accepere ultro honorem habitum violatoribus iuris humani elusamque legationem suam esse, flagrantes ira cuius impotens est gens, confestim signis convolsis citato agmine iter ingrediuntur.......... Iam omnia contra circaque hostium plena erant et nata in vanos tumultus gens truci cantu clamoribusque variis horrendo cuncta compleverant sono. Dal canto loro, i Galli, quando seppero del provocatorio onore fatto ai violatori del diritto delle genti e del nessun conto che si era avuto della loro ambasceria, furenti di ira, che quella gente non sa dominare, tosto levarono il campo e con rapida marcia si incamminarono........ Tutto, davanti e all’intorno, era ormai occupato dai nemici, e quella gente per istinto portata a inutili schiamazzi faceva rintronare orrendamente la regione di canti selvaggi e di urli strani.

V, 38
Adeo non fortuna modo sed ratio etiam cum barbaris stabat. Tanto non solo la fortuna, ma anche l’abilità tattica stava dalla parte dei barbari.

V, 41 ( e Analisi )
Romae interim satis iam omnibus, ut in tali re, ad tuendam arcem compositis, turba seniorum domos regressi adventum hostium obstinato ad mortem animo exspectabant. Qui eorum curules gesserant magistratus, ut in fortunae pristinae honorumque aut virtutis insignibus morerentur, quae augustissima vestis est tensa ducentibus triumphantibusve, ea vestiti medio aedium eburneis sellis sedere. Sunt qui M. Folio pontifice maximo praefante carmen devovisse eos se pro patria Quiritibusque Romanis tradant. Galli et quia interposita nocte a contentione pugnae remiserant animos et quod nec in acie ancipiti usquam certaverant proelio nec tum impetu aut vi capiebant urbem, sine ira, sine ardore animorum ingressi postero die urbem patente Collina porta in forum perveniunt, circumferentes oculos ad templa deum arcemque solam belli speciem tenentem. Inde, modico relicto praesidio ne quis in dissipatos ex arce aut Capitolio impetus fieret, dilapsi ad praedam vacuis occursu hominum viis, pars in proxima quaeque tectorum agmine ruunt, pars ultima, velut ea demum intacta et referta praeda, petunt; inde rursus ipsa solitudine absterriti, ne qua fraus hostilis vagos exciperet, in forum ac propinqua foro loca conglobati redibant; ubi eos, plebis aedificiis obseratis, patentibus atriis principum, maior prope cunctatio tenebat aperta quam clausa invadendi; adeo haud secus quam venerabundi intuebantur in aedium vestibulis sedentes viros, praeter ornatum habitumque humano augustiorem, maiestate etiam quam vultus gravitasque oris prae se ferebat simillimos dis.  Ad eos velut simulacra versi cum starent, M. Papirius, unus ex iis, dicitur Gallo barbam suam, ut tum omnibus promissa erat, permulcenti scipione eburneo in caput incusso iram movisse, atque ab eo initium caedis ortum, ceteros in sedibus suis trucidatos; post principium caedem nulli deinde mortalium parci, diripi tecta, exhaustis inici ignes. In Roma, provveduto, poi, nel modo migliore che la situazione permetteva, a tutto quello che poteva servire alla difesa della rocca, gli anziani ritornarono alle loro case ad attendere l'arrivo dei nemici, fermamente decisi a morire. Quelli di essi che avevano coperto cariche curuli, volendo morire con i segni distintivi della loro pristina dignità, delle magistrature esercitate e dei loro meriti, rivestirono la sontuosissima toga usata da chi reggeva il carro degli dei e da chi riportava il trionfo e si assisero sulle sedie eburnee nel centro della casa. E narrano anche alcuni che, ripetendo una formula recitata dal pontefice massimo Marco Folio, si siano offerti vittime per la patria e per i Romani Quiriti. I Galli o che la pausa della notte avesse affievolito il desiderio di combattere, o perché non avevano ancora conosciuto le incertezze di una battaglia, e nemmeno ora dovevano ricorrere a violenti assalti per conquistare la città, senza furore, senza entusiasmo, fecero il loro ingresso in Roma il giorno seguente da porta Collina, tutta aperta, e giunsero al Foro, volgendo gli sguardi dai templi degli dei alla rocca che, sola, pareva minacciasse guerra. Poi, lasciato un piccolo presidio per non correre il pericolo di un attacco dalla rocca e dal Campidoglio mentre erano dispersi qua e là, si divisero per predare nelle vie completamente deserte: gli uni raggruppati fanno irruzione nelle case vicine, gli altri corrono a quelle più lontane, credendole più ricche di preda, perché intatte; poi, di nuovo, presi da paura per la stessa solitudine, nel timore di essere sorpresi così isolati dai nemici, tornano a riunirsi nel Foro e nelle sue adiacenze: e lì, trovando chiuse le case del popolo, aperti invece gli atri di quelle signorili, rimangono più titubanti ad entrare in queste che in quelle, perché nei vestiboli aperti intravedevano, con un senso di rispetto religioso, uomini seduti che parevano altrettante divinità non solo per l'abbigliamento e per l'aspetto più che umani, ma anche per la maestà che spirava dai loro volti severi. E si dice che, mentre rimanevano estatici a riguardarli come fossero statue, un Gallo si fece coraggio ad accarezzare la barba di uno di essi, che allora tutti portavano lunga, Marco Papirio, che lo colpì sul capo con lo scettro d'avorio: di qui l'ira del gallo e l'inizio della strage, estesa poi a tutti gli altri seduti sui loro seggi. Massacrati i capi, non venne risparmiato più nessuno; le case furono saccheggiate e, quando furono spogliate di tutto, incendiate.

V, 44
“.... Qui effuso agmine adventant gens est cui natura corpora animosque magna magis quam firma dederit; eo in certamen omne plus terroris quam virium ferunt... Cibo vinoque raptim hausto repleti, ubi nox adpetit, prope rivos aquarum sine munimento, sine stationibus ac custodiis, passim ferarum ritu sternuntur, nunc ab secundis rebus magis etiam solito incauti...” ( parla Camillo) “...Codeste che ci corrono addosso alla rinfusa sono genti a cui natura diede un gran corpo e facili entusiasmi più che non fermezza d’animo; perciò nella lotta si avvantaggiano più del terrore che non della forza....Sazi di cibo e di vino ingordamente trangugiati, al sopraggiungere della notte si sdraiano a dormire dove e come capita, lungo i corsi d’acqua, senza provvedere a difese, senza sentinelle, senza corpi di guardia, ora poi resi anche più incauti del solito dai successi....”

V, 46      
.... In Campitolium ad suos rediit, seu attonitis Gallis miraculo audaciae seu religione etiam motis cuius haudquaquam neglegens gens est. ....( Fabio) tornò in Campidoglio ai suoi, lasciando stupefatti i Galli per la prodigiosa audacia, oppure perché presi da scrupolo religioso, tra quelle popolazioni molto vivo.

V, 48
... cibo deficiente et cum stationes procederent prope obruentibus infirmum corpus armis, vel dedi vel redimi se quacumque pactione possent iussit, iactantibus non obscure Gallis haud magna mercede se adduci posse ut obsidionem relinquant. Tum senatus habitus tribumnisque militum negotium datum ut paciscerentur. Inde inter Q. Sulpicium tribunum militum et Brennum, regulum Gallorum conloquio transacta res est, et mille pondo auri pretium populi gentibus mox imperaturi factum. Rei foedissimae per se adiecta indignitas est; pondera ab gallis allata iniqua et tribuno recusante additus ab insolente Gallo ponderi gladius auditaque intoleranda Romanis vox: “ Vae victis”.

... mancando il nutrimento - i servizi di guardia si susseguivano, e il corpo indebolito quasi cedeva sotto il peso delle armi -, fu presa la decisione di arrendersi o di riscattarsi, quali che si fossero le condizioni, tanto più che i Galli davano aperta assicurazione che avrebbero tolto l’assedio dietro un compenso non eccessivo. Il senato tenne seduta e affidò ai tribuni militari l’incarico di trattare. Quinto Sulpicio e Brenno, capo dei Galli, vennero ad un abboccamento e si accordarono per un riscatto di mille libbre d’oro: a tanto si comprava il popolo che tra breve avrebbe avuto il dominio del mondo. Il patto, di per se stesso umiliantissimo, fu per di più aggravato da un’indegna prepotenza: i Galli apportarono pesi alterati, e poiché il tribuno non li voleva accettare, il Gallo insolente vi aggiunse la propria spada, e fu udita allora quella parola intollerabile per un Romano: “ Guai ai vinti”.

V, 49
Galli nova re trepidi arma capiunt iraque magis quam consilio in Romanos incurrunt. Turbati dall’inaspettato intervento, i Galli corrono alle armi e, più guidati da furore che da accorgimento si gettano contro i Romani.

TITO LIVIO, Historiae, V,41: Analisi

Romae interim satis iam omnibus, ut in tali re, ad tuendam arcem compositis, turba seniorum domos regressi adventum hostium obstinato ad mortem animo exspectabant. Qui eorum curules gesserant magistratus, ut in fortunae pristinae honorumque aut virtutis insignibus morerentur, quae augustissima vestis est tensa ducentibus triumphantibusve, ea vestiti medio aedium eburneis sellis sedere. Sunt qui M. Folio pontifice maximo praefante carmen devovisse eos se pro patria Quiritibusque Romanis tradant. Galli et quia interposita nocte a contentione pugnae remiserant animos et quod nec in acie ancipiti usquam certaverant proelio nec tum impetu aut vi capiebant urbem, sine ira, sine ardore animorum ingressi postero die urbem patente Collina porta in forum perveniunt, circumferentes oculos ad templa deum arcemque solam belli speciem tenentem. Inde, modico relicto praesidio ne quis in dissipatos ex arce aut Capitolio impetus fieret, dilapsi ad praedam vacuis occursu hominum viis, pars in proxima quaeque tectorum agmine ruunt, pars ultima, velut ea demum intacta et referta praeda, petunt; inde rursus ipsa solitudine absterriti, ne qua fraus hostilis vagos exciperet, in forum ac propinqua foro loca conglobati redibant; ubi eos, plebis aedificiis obseratis, patentibus atriis principum, maior prope cunctatio tenebat aperta quam clausa invadendi; adeo haud secus quam venerabundi intuebantur in aedium vestibulis sedentes viros, praeter ornatum habitumque humano augustiorem, maiestate etiam quam vultus gravitasque oris prae se ferebat simillimos dis.  Ad eos velut simulacra versi cum starent, M. Papirius, unus ex iis, dicitur Gallo barbam suam, ut tum omnibus promissa erat, permulcenti scipione eburneo in caput incusso iram movisse, atque ab eo initium caedis ortum, ceteros in sedibus suis trucidatos; post principium caedem nulli deinde mortalium parci, diripi tecta, exhaustis inici ignes. In questo capitolo Livio pone a confronto, in termini antitetici, l'atteggiamento dei Galli e quello dei Romani nel corso dell'assedio di Roma.

Il contrasto tra la "cunctatio" (esitazione) dei Galli davanti ai nemici immobili e quasi irreali e la determinazione dei Romani ("obstinato" = risoluto), fermamente decisi a difendere la città a prezzo della vita emerge con forza ed evidenza in questo brano.

Il principale intento dell’autore è quello di sottolineare la superiorità dei Romani.

Mentre i dignitari romani sono connotati da parole che ne esaltano il senso della dignità del ruolo e la solenne sacrale immobilità ("augustissima vestis", "praeter ornatum habitumque humano angustiorem", "velut ad simulacra versi", "maiestate", "vultus gravitasque oris") che li rendono simili a dei ("simillimos dis") nella loro perfezione, i Galli vengono descritti stupefatti, incapaci di capire, privi di intenti precisi ("sine ira, sine ardore"), oppure sparpagliati, in disordine ("dilapsi"=dispersi), preda dell'ira ("iram movisse") ed impegnati a saccheggiare ("ad praedam").

I due campi semantici contrapposti sono quindi quello dell’immobilità, simbolo anche nell’arte figurativa di perfezione divina, dei Romani e quello del movimento frenetico e disarticolato dei Galli, che rappresenta infatti l’imperfezione e l’inciviltà.

TITO LIVIO. Commento
Tito Livio vuol fare emergere dalla sua “Storia di Roma” un ritratto estremamente negativo dei nemici dei Romani, in questo caso i Galli.
Più volte, infatti, nel libro V delle Historiae, sottolinea ed enfatizza la loro ira e ferocia e l’incapacità di controllarsi (vedi cap. XLIV, XLIX).
Altri caratteri distintivi dei Celti, a parere dell’autore, sono  l'aggressività e l'immotivata volontà di provocazione (vedi cap. XXXV)e la disonestà (vedi cap XLVIII); quest’ultima è particolarmente disdicevole per un nemico poiché significa non rispettare il codice d’onore della guerra.
I Galli sono visti come dediti ai piaceri della gola (vedi cap. XXXIII e XLIV), selvaggi (vedi cap. XXXVII) che conoscono solo il linguaggio della violenza (vedi cap. XXXVI), incapaci di capire il senso sacrale della vita e del proprio ruolo, prerogative proprie invece dei Romani (vedi l'episodio del sacco di Roma, cap. XLI).
L’autore latino disprezza talmente i Galli da usarli come secondo termine di paragone quando i legati romani si comportano scorrettamente (vedi cap. XXXVI).
Livio tuttavia non disconosce le loro abilità in ambito militare (vedi cap. XXXVIII) e sottolinea i loro forti sentimenti religiosi (vedi cap. XLVI).