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Apuleio, Metamorfosi 10.2-12

Riassunto

Un tale, vedovo e con un figlio, si è risposato e dalla nuova moglie ha avuto un secondo figlio. La donna si innamora del figliastro e gli propone un rapporto incestuoso. Il giovane, per non inasprire con un rifiuto netto la matrigna, prende tempo e con vari pretesti rinvia sempre il momento dell'incontro.

La matrigna, compreso che i rinvii sono soltanto una scusa per evitare il rapporto, muta l'amore in odio e, con la collaborazione di un suo schiavo scellerato, si procura un potente veleno da propinare al figliastro. Per un tragico errore, la coppa di vino avvelenato viene bevuta non dal figliastro ma dal figlio della donna.

Questa comunica la disgrazia al marito, dicendogli, con espressione ambigua che il bambino

è stato ucciso dal veleno del figliastro

aggiungendo che il giovane aveva fatto ciò per vendicarsi di lei, che non aveva voluto cedere alla violenza che egli aveva tentato di farle.

Dopo il funerale del bambino, il padre accusa il primo figlio di fratricidio. Il fatto è così enorme che il popolo propone l'immediata lapidazione senza processo del presunto colpevole. I magistrati però si oppongono al linciaggio ed indicono un processo regolare.

Viene chiamato a testimoniare il servo della donna. Questi racconta che il figlio maggiore, irritato dal rifiuto della matrigna, lo aveva incaricato di avvelenare per vendetta il figlio di lei. I giudici stanno per credere a questa falsa testimonianza, quando un membro del tribunale, un anziano e stimato medico, chiede la parola.

Egli racconta che il servo era andato da lui a chiedergli un potente veleno, pagandogli in contanti cento monete d'oro ed affermando che il veleno sarebbe servito per un malato incurabile, desideroso di porre fine alle sue sofferenze. Il medico, con una scusa, aveva fatto mettere il denaro pagatogli in un sacco sigillato con il sigillo del servo. Il sacco viene portato in tribunale e il confronto dell'anello del servo con il sigillo sul sacco dimostra che il vecchio medico ha detto la verità. Tuttavia il servo continua a negare e non ammette la sua colpa neppure sotto tortura.

Il vecchio medico rivela allora di non avere fornito al servo un vero veleno, ma soltanto un potente sonnifero. Se dunque egli sta dicendo la verità e se il servo ha propinato al bambino la pozione che il medico gli ha consegnato, il bambino deve essere non morto ma solo addormentato. Tutti si recano alla tomba dove il piccolo è appena stato deposto e si constata che effettivamente il bambino si sta risvegliando dalla narcosi. Viene così acquisita la prova inconfutabile della verità del racconto del medico e del delitto della matrigna e del servo. La prima è condannata all'esilio, il secondo al patibolo. Le monete d'oro vengono invece date al vecchio medico, in riconoscimento del servigio reso.

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Secondo la procedura romana, la testimonianza di un servus non aveva valore probatorio, se non era confermata da una dichiarazione resa sotto tortura. La procedura si chiamava quaestio per tormenta.
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Last modified on 07/03/96.

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