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Voltaire, Zadig o il destino

Riassunto

Zadig è un giovane babilonese ricco, saggio, colto e tollerante. Il destino tuttavia gli riserva una serie di sventure.

Difende la fidanzata da un attacco di banditi, ma nella lotta viene ferito e la promessa sposa, quando apprende che egli rimarrà cieco, lo lascia per un altro. Guarito, sposa una donna considerata saggia, ma ne sperimenta l'infedeltà. Si dedica alla scienza, ma la sua capacità di ricostruire situazioni da segni correttamente interpretati gli procura solo guai. Compone poesie in onore del re, ma rischia di venire condannato a morte perché un invidioso, citando solo la prima parte dei versi da lui composti, lo accusa di lesa maestà.

Salvatosi, grazie ad un caso fortuito dall'accusa, diviene consigliere del re. Fra Zadig e la regina Astarte sboccia un amore, che rimane inconfessato da entrambe le parti, ma che suscita la gelosia del re, il quale ordisce una trama per uccidere Zadig. Questi viene salvato grazie all'intervento della regina, ma inizia per lui una serie di complesse avventure.

Fugge in Egitto, dove però viene fatto schiavo. Riesce a farsi benvolere dal suo padrone, assistendolo in un difficile processo e facendogli vincere la causa. Combatte contro ogni forma di culto esteriore in nome di una religione universale, ma viene condannato a morte da alcuni sacerdoti. Si salva per l'intercessione di una avvenente ammiratrice che conquista con la sua bellezza i sacerdoti e ne svela pubblicamente l'ipocrisia.

Fuggendo ancora, incontra Astarte, che nel frattempo è rimasta vedova ed è divenuta anch'essa schiava. Guarendo il padrone di Astarte, Zadig ottiene in cambio la libertà per l'ex-regina. Questa rientra a Babilonia, è accolta con entusiasmo dal popolo e viene stabilito che la regina sposerà il vincitore di una duplice gara: di forza guerriera e di intelligenza. Zadig si presenta per la gara: vince quella di forza militare, ma un impostore riesce ad ingannare tutti e a farsi passare per il vincitore.

Disperato, Zadig incontra un eremita che gli dimostra, con un comportamento apparentemente strano, che quelle che gli uomini reputano disgrazie non sono tali, ma sono solo prove della loro virtù. L'eremita si rivela poi essere un angelo che agisce, a giudizio umano, crudelmente, ma realizza invece un disegno provvidenziale volto ad evitare mali peggiori.

Finalmente Zadig, rientrato a Babilonia, vince la prova di intelligenza e smaschera l'impostore, sposa Astarte e regna felicemente con giustizia.

In due capitoli aggiunti sono raccontate altre due avventure di Zadig nell'isola di Serandib. Nella prima riesce a procurare al re dell'isola un amministratore onesto, grazie ad una prova che rivela la disonestà di tutti i pretendenti alla carica meno uno. Nella seconda Zadig procura al re una moglie certamente affidabile.

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Citazioni letterali

Un giorno [Zadig] passeggiava vicino a un boschetto, quando vide accorrere un eunuco della regina seguito da parecchi ufficiali, che parevano inquieti all'estremo, correvano qua e là, come uomini spersi, che cerchino la cosa più preziosa smarrita. - Giovane, - gli disse il primo eunuco, - non avete visto il cane della regina? - Zadig rispose modestamente: - È una cagna e non un cane.

- Giusto, - riprese il primo eunuco. - È una cagnetta di Spagna minuscola, - aggiunse Zadig, - che ha fatto i cagnini da poco, e zoppica dal piede sinistro anteriore, e ha orecchie prolisse.

- E dunque l'avete vista? - disse il primo eunuco affannatissimo. - No, - rispose Zadig, - non l'ho mai vista e non ho mai saputo che la regina avesse una cagna.

La fortuna, bizzarra come per l'ordinario, proprio in quel tempo stesso, volle che il più bel cavallo delle scuderie fosse scappato di mano a un palafreniere nelle pianure di Babilonia. Il cacciator maggiore e tutti gli altri uffiziali lo rincorrevano ansiosi quanto il primo eunuco dietro la cagna. Il cacciator maggiore si rivolse a Zadig domandandogli se non avesse visto passare il cavallo del re. - È, - rispose, - il miglior galoppatore; cinque piedi alto; di piccolissimo zoccolo; coda lunga tre piedi e mezzo; e le borchie del morso sono oro di ventitre carati; i ferri, argento di undici denari.

- Che strada ha preso? Dov'è? - chiese il cacciator maggiore. - Non l'ho visto, - rispose Zadig, - e non ne ho mai inteso parlare.

Cacciator maggiore e primo eunuco non dubitaron punto che Zadig avesse rubato il cavallo del re e la cagna della regina. Lo fecero menare davanti all'assemblea del gran desterham, che lo condannò allo knut e a passare il resto dei suoi giorni in Siberia. Appena pronunciata la sentenza si ritrovaron cagna e cavallo, e i giudici si trovarono nella dolorosa necessità di riformarla; ma condannarono Zadig a pagare quattrocento once d'oro per aver detto di non aver veduto quello che aveva veduto. Convenne prima pagar l'ammenda: e dopo gli fu concesso di sostenere la sua causa al consiglio del desterham. Zadig parlò in questi termini:

- Stelle di giustizia, abissi di scienza, specchi di verità, che avete peso di piombo, durezza di ferro, lume di diamanti, e molta affinità coll'oro! Poiché mi è concessa la parola davanti a quest'augusta assemblea, vi giuro per Orosmade che non ho mai visto la cagna rispettabile della regina, né il cavallo sacro del re dei re. Ecco quel che mi accadde. Passeggiavo verso il boschetto, dove in seguito ebbi ad incontrare il venerabile eunuco e il molto illustre cacciator maggiore. Ho visto sulla sabbia le tracce d'un animale, e mi è stato facile giudicarle di un cagnolino. Solchi leggeri e lunghi impressi su piccoli rialzi di sabbia, fra le orme delle zampe, mi hanno fatto capire che le mammelle della cagna pendevano, e che perciò aveva fatti i cagnolini pochi giorni fa. Altre tracce in diverso senso, quasi radenti la superficie della sabbia ai lati delle zampe anteriori, mi hanno insegnato che aveva orecchie molto lunghe; e avendo notato che la sabbia era sempre scavata meno da una zampa che dalle altre tre, ho compreso che la cagna dell'augusta regina nostra era un poco zoppicante, se mi attento a dirlo.

- Riguardo al cavallo del re dei re, saprete che, passeggiando per le strade di quel bosco, scorsi le tracce d'un ferro di cavallo, e tutte distanti uguali. "Ecco", dico, "un cavallo che galoppa alla perfezione". La polvere sugli alberi, in una strada ristretta di soli sei piedi di larghezza, era un poco rimossa sulla destra e sulla sinistra, tre piedi e mezzo dal centro della strada. "Questo cavallo", dico, "ha la coda di tre piedi e mezzo, la quale coi suoi moti a destra e a sinistra ha spazzata questa polvere". Ho visto sotto gli alberi intrecciati a cinque piedi d'altezza, foglie dei rami cadute di fresco, e ho capito che quel cavallo li aveva sfiorati, e che perciò era alto cinque piedi. Quanto al morso, dev'essere oro di ventitre carati: infatti strisciò colle borchie contro una pietra che ho riconosciuta di paragone, e della quale ho fatto la prova. Stimai infine dalle tracce lasciate dai suoi ferri su ciottoli di altra specie, che fosse ferrato d'argento di undici danari puri.

(trad. di Riccardo Bacchelli, Milano, Mondadori, 1938)

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Testo dei versi per cui Zadig viene incriminato

La colpa fatta audace
sta in soglio non precario,
Ed in pubblica pace
Egli è il solo avversario.

Testo integrale dei versi di Zadig

La colpa fatta audace vidi turbar la terra
sta in soglio non precario, re che la sa domare,
Ed in pubblica pace solo l'amor fa guerra;
Egli è il solo avversario che abbiamo a paventare.
(trad. di Riccardo Bacchelli, Milano, Mondadori, 1938)

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Il padrone di Zadig vorrebbe farsi restituire cinquecente once di argento da un ebreo, al quale le ha prestate in presenza di due testimoni. Poiché i testimoni sono morti, l'ebreo si rifiuta di riconoscere il debito. Zadig si informa dove abbia avuto luogo il prestito. Saputo che il prestito era stato effettuato su una grossa pietra vicino al monte Horeb, Zadig chiede al padrone di poter sostenere lui la causa. Avutone il permesso,

citò l'ebreo davanti ai tribunali, e così parlò al giudice: - Origliere del trono di giustizia, vengo a richiedere da quest'uomo, in nome del mio padrone, cinquecento once d'argento, che non vuol rendere.

- Avete testimoni? - disse il giudice. - No, sono morti; ma resta una pietra spaziosa, sulla quale fu contato il denaro, e se alla Grandezza Vostra piace d'ordinare che si vada a cercare la pietra, spero che farà testimonianza. L'ebreo ed io resteremo qui, aspettando che arrivi la pietra; la manderò a cercare a spese del mio padrone Setoc.

- Volentierissimo - rispose il giudice, e si mise a spedire altri affari.

Alla fine dell'udienza: - E dunque? - disse a Zadig; - la vostra pietra non è ancora arrivata? - L'ebreo, ridendo, rispose: - La Grandezza Vostra potrebbe star qui fino a domani senza che arrivi la pietra; è lontana più di sei miglia da qui, e ci vorrebbero a smuoverla quindici uomini.

- Bravo! - esclamò Zadig, - ve l'avevo detto che la pietra avrebbe testimoniato. Quando quest'uomo sa dov'essa è, confessa che il denaro vi fu contato sopra. - L'ebreo, sconcertato, fu tosto costretto a confessare ogni cosa.

(trad. di Riccardo Bacchelli, Milano, Mondadori, 1938)

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