18 giugno 1905

Da una basilica nel centro di Roma ha origine una fila di diecimila persone che, simile alla lancetta di un imponente orologio, si allunga radialmente verso l'esterno, sino alla periferia della città e oltre. E tuttavia questi pellegrini pazienti sono diretti verso l'interno e non verso l'esterno. Stanno aspettando di prostrarsi davanti al Grande Orologio. Vengono da molto lontano, anche da altri Paesi per visitare questa cripta. E adesso sono lì, tranquilli, mentre la fila avanza a passo a passo lungo le strade pulitissime. Alcuni leggono il loro libro di preghiere. Altri tengono in braccio i bambini. Qualcuno mangia dei fichi o beve acqua. E, in questa attesa, tutti sembrano indifferenti al passaggio del tempo. Non guardano i loro orologi, perché non ne possiedono. Non ascoltano le campane, perché i campanili non esistono. Orologi e torri campanarie sono proibiti, a eccezione del Grande Orologio nel Santuario del Tempo.
All'interno del santuario, dodici pellegrini sono in cerchio attorno al Grande Orologio; a ogni segno indicativo dell'ora sull'imponente struttura di metallo e vetro corrisponde un pellegrino. All'interno di questo cerchio, un massiccio pendolo di bronzo oscilla da un'altezza di dodici metri, scintillando alla luce delle candele. I pellegrini scandiscono cantando ogni  periodo del pendolo, scandiscono ogni incremento definito del tempo. I pellegrini scandiscono ogni minuto sottratto alle loro vite. Questo è il loro sacrificio.
Dopo un'ora presso il Grande Orologio, i pellegrini se ne vanno e altri dodici, sempre in fila, varcano gli alti portali. Questa processione ha luogo da secoli, senza interruzioni.
Tempo fa, prima del Grande Orologio, il tempo veniva misurato in base alle variazioni nei corpi celesti: la lenta avanzata delle stelle nel cielo notturno, l'arco del sole e le variazioni di luce, il calare e il crescere della luna, le maree, le stagioni. Il tempo veniva anche misurato rispetto al battito cardiaco, ai ritmi della veglia e del sonno, al ripresentarsi della fame, ai cicli mestruali delle donne, alla durata della solitudine. Poi, in una minuscola città italiana, venne costruito il primo orologio meccanico. La gente ne fu prima affascinata, poi, dopo qualche tempo, atterrita. Era quella un'invenzione umana che quantificava il trascorrere del tempo, che imponeva un regolo e una bussola al desiderio, che misurava con precisione i momenti della vita. Tutto ciò era frutto di una magia, era intollerabile, era estraneo alle leggi della natura. Tuttavia l'orologio non poteva essere ignorato. Doveva essere adorato. L'inventore venne persuaso a costruire il Grande Orologio. In seguito, venne ucciso e tutti gli orologi furono distrutti. Poi incominciò il pellegrinaggio.
In un certo senso, la vita prosegue, identica a quella che si conduceva prima del Grande Orologio. Le strade e i vicoli delle città risuonano delle risate dei bambini. Le famiglie si radunano nei periodi felici per mangiare manzo affumicato e bere birra. I ragazzi e le ragazze si guardano, timidi, attraverso un portico. I pittori ornano case ed edifici con i loro quadri. I filosofi speculano. Eppure ogni respiro, ogni accavallar di gambe, ogni desiderio romantico presenta una leggera tensione che rimane come impigliata nella mente. Ogni azione, per piccola che sia, non è più libera. La gente, infatti, sa che in una certa basilica nel centro di Roma oscilla un pendolo in bronzo massiccio regolato in modo mirabile da ingranaggi e meccanismi, oscilla un massiccio pendolo in bronzo che misura la loro vita. E ognuno sa che prima o poi dovrà confrontarsi con i momenti sospesi della propria vita, dovrà rendere omaggio al Grande Orologio. Ogni uomo e ogni donna dovranno compiere un viaggio al Santuario del Tempo.
Così, ogni giorno, a ogni ora del giorno, una fila di diecimila persone si allunga radialmente dal centro di Roma verso l'esterno, una fila di pellegrini che aspettano di prostrasri davanti al Grande Orologio. Adesso sono lì, quieti: legono il loro libro di preghiere, tengono in braccio i bambini. Sono lì, quieti, eppure segretamente fremono di rabbia. Perché essi devono assistere alla misurazione di ciò che non dovrebbe essere misurato. Devono osservare l'esatto passaggio dei minuti e dei decenni. Sono stati intrappolati dalla loro inventiva e audacia. E devono scontare ciò con la loro vita.

                                               da: Alan Lightman, "I sogni di Einstein", Ed. Guanda, 1993, pp.95-97