Simona e Pasquino di Giovanni Boccaccio

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Tempi e luoghi

Boccaccio sa fare uso sapiente del tempo narrativo. Di norma l'ordine dei fatti del discorso rispetta quello della storia, cioè fabula e intreccio coincidono, senza anacronie; non è quindi su questo aspetto che egli punta, a differenza degli autori moderni.

Più significativo è invece il gioco sulla durata[1]. Tra le varie novelle o anche all'interno della stessa novella, possono alternarsi narrazioni di tipo riassuntivo, in cui il tempo del discorso è minore del tempo della storia, e vere e proprie scene, in cui il tempo del discorso coincide sostanzialmente con quello della storia.

Anche gli ambienti e i paesaggi non sono oggetto di una descrizione fine a se stessa: Boccaccio ne richiama solo quel tanto che serve allo svolgimento dell'azione narrativa. Ma il più delle volte ambienti e paesaggi non sono affatto descritti: essi si costruiscono nella fantasia del lettore solo attraverso le azioni che vi compiono i personaggi. E' questo il caso della nostra novella, in cui il giardino teatro della tragedia non viene minimamente descritto. Queste scelte narrative di Boccaccio sono indicative della sua visione del mondo. Tale visione determina non solo la scelta della realtà da rappresentare, ma anche il modo di rappresentarla: al centro della concezione del Boccaccio vi è l'agire dell'uomo, la fiducia nella sua energia e nella sua capacità di istituire un dominio sul mondo esterno; per questo ogni aspetto della realtà interessa lo scrittore solo nella misura in cui entra nel raggio di questo agire umano.

Tempi

Siamo nella Firenze del Trecento dove era molto sviluppata la manifattura tessile: si fa riferimento infatti all'attività di filatura della lana. Pasquino, per conto di un maestro lanaiuolo, distribuisce la lana da filare a diverse ragazze, tra cui Simona. Non compaiono altre precisazione se non quella che si tratti di un giorno di festa: è citata esplicitamente "una Domenica dopo mangiare" e pertanto i protagonisti possono liberamente allontanarsi dalla città per stare insieme. La stagione non è indicata, ma è facilmente identificabile nella primavera o nell'estate dalle modalità della vicenda.

Per quanto riguarda la durata, l'azione sembra svolgersi nell'arco di una giornata, e senza interruzione, escludendo i tempi dell'innamoramento descritti da Emilia all'inizio della novella, e quelli della sepoltura dei protagonisti cui si fa cenno alla fine.

Luoghi

Non troviamo una vera e propria descrizione della città, ma il fermento della vita quotidiana attraverso concreti riferimenti all'economia e alla società del tempo. La città è anche il luogo dei riti sociali: amministrazione della giustizia (palagio del podestà ) e celebrazione del funerale (chiesa di San Paolo ).

Al mondo cittadino dei doveri e dei riti si oppone quello extraurbano del riposo e del piacere: il giardino fuori porta San Gallo. Qui si danno appuntamento i protagonisti per il loro incontro d'amore. La scena si è trasformata dal "locus amoenus"[2] delle novelle cortesi in un luogo concreto, sobriamente descritto, funzionale alle esigenze dei personaggi umili che voglioni qui consumare un momento d'intimità e una semplice merenda. Ad evitare il tono idilliaco intervengono diversi fattori: la tresca amorosa (amorazzo nuovo ) tra lo Stramba e la Lagina e soprattutto il cesto di salvia che, da elemento di protezione per gli innamorati, si trasforma in strumento di morte.

Oggetti

Se nel Decameron si accumula una molteplicità di aspetti reali, non si riscontra però mai l'indugio gratuito a descrivere oggetti, per il puro gusto di rappresentare o di dipingere. Gli oggetti della realtà esterna non ricevono da Boccaccio un interesse per se stessi: hanno rilievo solo in quanto sono funzionali all'azione umana. Così è per il vino, le tovaglie bianchissime, i bicchieri "che d'ariento pareano" di Cisti fornaio, per la cassa di Landolfo Rufolo, per la penna di pappagallo di Frate Cipolla, ecc.. Così è anche per i pochissimi oggetti che s'incontrano nella nostra novella: la lana e il fuso, attrezzi del mestiere dei due giovani amanti, e il "grandissimo e bel cesto di salvia", le cui foglie provocheranno la morte dei due giovani. A questi possiamo forse aggiungere qualcosa che oggetto propriamente non è, cioè la "botta di maravigliosa grandezza" che, secondo la diceria di allora, avrebbe avvelenato il cespuglio con il suo fiato pestifero e che viene arsa in una "stipa grandissima" di legna.

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Note:

1. durata: l'insieme dei fenomeni che si riferiscono alla relazione fra tempo della storia e tempo del discorso. Il primo può essere uguale al secondo, oppure maggiore o minore

2. locus amoenus: luogo naturale, riposante, protettivo, pieno di delizie

Last modified on 24/05/96

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